i maigret 11Roma, 22 nov – Arriva in libreria l’undicesimo volume de I Maigret di Georges Simenon ( Adelphi, pp.789, euro 16,90), ed è una festa sia per chi conosce da sempre il celebre commissario e ritrova un vecchio amico che torna a raccontargli le sue avventure, sia per chi lo incontra la prima volta e ne ammira subito la capacità di entrare in sintonia con un ambiente, scavando nei personaggi e cogliendone ogni sfumatura con la forza dell’intuito e grazie a una straordinaria umanità.

Siamo di fronte a cinque inchieste – “Maigret si mette in viaggio”, “Gli scrupoli di Maigret”, “Maigret e i testimoni recalcitranti”, “Maigret si confida”, “Maigret in Corte d’Assise” – e in ognuna il celebre ommissario conferma le sue qualità.


Gran fumatore di pipa (ogni tanto, magari, un sigaro…), gran mangiatore nelle più svariate “brasserie” (ma quando gli interrogatori incalzano, va bene anche qualche panino, consumato in ufficio) e gran bevitore di birra, cognac, calvados, grappa e uno sterminato numero di “aperitivi” (e il fegato? Bè, ci sarà tempo per pensarci…), Maigret è uno che lavora ed ama il suo lavoro. Dunque lo fa bene. E tuttavia, dopo che ha finito di occuparsi dell’ultimo morto ammazzato, dipanando un’oscura matassa in cui chiunque resterebbe impigliato, eccolo a casa, accanto alla moglie, da bravo marito fedele e affettuoso, coccolato da lei come fosse un bambino. Forse perché la coppia non ha figli e ci vuole qualcuno- chi meglio di lui?-capace di intenerire e desideroso di essere “protetto”.

Maigret, nel suo modo burbero, è grato alla premurosa e paziente consorte e, una volta la settimana, la porta al cinema. Ovviamente, inchieste permettendo.

Qui ce ne sono di veramente spinose, con garbugli delittuosi, personaggi dal carattere complicato e sfuggente, meccanismi di indagine dove non sai se e quando sei riuscito a segnare un punto fermo. Perché, in realtà, brancoli a lungo nel buio. E ai giornalisti che non gli danno tregua e vogliono subito il colpevole, il commissario lo confessa con brusca schiettezza: “Ancora l’assassino non c’è. Le indagini proseguono. Per il momento non sono convinto di nulla”.

Alla domanda: “che cosa pensa, commissario”? La risposta, spesso e volentieri, è “non penso nulla”. E invece pensa e ponza. Va avanti, torna indietro, interroga senza posa, si arrabbia, ostenta espressioni rabbuiate per tenere a bada i curiosi, fiuta strade, case, persone, perfino oggetti, scandaglia la vita di tutti, sbaglia e impara.

L’impianto narrativo in Simenon è sempre solido: ambienti e caratteri sono disegnati con finezza psicologica, e si vanno definendo nel tempo fino a diventare quasi “palpabili”; il “climax” non è affidato a meccanismi artificiosi ma “cresce” man mano che la complessià del reale, la contraddittoria ricchezza del cuore umano e il sorprendente variare dei casi e delle cause consentono di sciogliere un nodo o lo rendono ancor più intricato.

Maigret, comunque, non si lascia impressionare e risolve tutti i casi che gli vengono affidati. Come? Si muove pazientemente, ma anche spazientendosi, passo dopo passo, ma anche alla rincorsa e con un certo affanno, un’ipotesi dopo l’altra, concentrandosi, borbottando, costruendo e demolendo, finché arriva l’intuizione rivelatrice, ogni cosa e ogni persona trova il suo posto, l’impianto criminoso si fa chiaro, la verità viene a galla e il colpevole crolla. Ma ha un metodo? Diremmo di no. Non applica schemi alla realtà: ci rovista dentro. E a dire il vero non guarda con troppa simpatia a chi sfodera metodi “scientifici” e tira fuori i più svariati “strumenti” per ricostruire “la scena del crimine”. Così come ha spesso sulle scatole i magistrati che vivono di codici e di formule, ma non si mescolano mai al sangue e alla merda di un’inchiesta, andando sul posto, interrogando per ore ed ore, sfiancando e sfiancandosi. Il bello è i giudici, sentenzianti dall’alto del loro scranno, credono di aver sempre ragione. Maigret, no. E non ha difficoltà ad ammettere che di errori ne fa. Niente di male: gli servono a capire meglio. L’esperienza in ogni caso lo aiuta. Ad esempio, sa che la stragrande maggioranza degli uomini mente per interesse o paura, per vocazione criminale o per sfida all’autorità costituita. Bravissimo, Maigret, nel far cadere in contraddizione il suo interlocutore, nel metterlo in crisi, “stanandolo”. Infatti, sa interpretare alla perfezione due ruoli: il poliziotto buono e quello cattivo. Perché il Nostro non è per nulla “politicamente corretto” e all’occorrenza distribuisce ceffoni. Poi ha le sue fisime. Proviene da un ambiente popolare, ha sofferto il freddo e la fame, ha affrontato sacrifici per arrivare dove è arrivato, quindi prova un’istintiva pietà per un povero che si trova nei guai e altrettanto istintiva avversione per un agiato “radical chic” che è convinto di cavarsela in forza della sua appartenenza sociale e dei suoi titoli accademici. Però Maigret non fa sconti: un “poveraccio” non è, di per sé, un “santo”: anzi, le difficoltà della vita spesso incattiviscono; un “ricco” che ostenta successo e potenza (e che si rende ancor più insopportabile quando fa l’”indifferente”), d’altra parte, non è, di per sé, il criminale che va inchiodato a una presunta colpevolezza in nome dell’invidia di classe. Maigret è un giusto che vuole giustizia. E dopo si vuol riposare.

Così, quando torna a casa, magari dopo giorni e giorni che non si fa vedere e non telefona, la Signora Maigret saluta un uomo stanco morto, soddisfatto, certo, ma sempre più disincantato nei confronti di un’umanità che “ è quella che è”. Ma la Signora Maigret gli sorride ed evita di fargli troppe domande. E di fronte a una tavola apparecchiata, con la sua pietanza preferita che, invitante, spande profumo all’intorno, anche il commissario sorride. E’ il bello della vita, no?

Mario Bernardi Guardi

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