Roma, 23 giu – La democrazia scolastica si è rivelata un rito sempre più vuoto e il ruolo dei genitori quasi sempre una fonte di equivoci così come la presenza degli studenti nei consigli è oramai diventa un discutibile surrogato para sindacale. A causa delle riforme sull’autonomia scolastica – soprattutto quelle Berlinguer e Renzi – la scuola viene chiamata a svolgere compiti sempre più smisurati come sperimentare, progettare, evitare la dispersione scolastica, raccordarsi con il mondo del lavoro. Molte delle riforme varate nel mondo della scuola sono state solo tentativi erratici, progetti abortiti, grandi ambizioni che si riducono a nulla. Ma soprattutto rattoppi messi qua e là per soddisfare la vanità di ministri che durano un anno o in altri casi la conseguenza della ossequiosa applicazione delle direttive emanate da Bruxelles.

Un problema chiamato autonomia scolastica

L’autonomia implica di fatto l’abdicazione della politica e cioè l’abbandono della scuola a se stessa. Nella realtà concreta l’autonomia scolastica si è trasformata in in uno strumento per soddisfare le mode culturali del momento, per realizzare sperimentazioni eccessivamente ambiziose che poi si risolvono in ben poca cosa ma soprattutto è diventata uno strumento per compiacere le famiglie con offerte formative pensate ad hoc.


A causa dell’autonomia scolastica ogni istituto è costretto ad auto-promuoversi in un vero e proprio mercato sui generis dell’istruzione poiché è solo un numero elevato di iscritti che garantisce la sopravvivenza dell’istituto. Altra conseguenza dell’autonomia è la spietata gerarchizzazione classista determinata dal fatto che la diversa distribuzione geografica delle scuole determina una diversa allocazione delle risorse economiche. È insomma il Ptof (ex Pof) di istituto che non solo stabilisce l’istituzione di un regime di concorrenza fra i diversi istituti ma sancisce oramai la scomparsa di qualsiasi identità culturale della scuola italiana dal momento che ognuna ne può avere una propria.

Istruzione ideologizzata

Si giunge in questo modo ad una sorta di frantumazione-atomizzazione dell’istruzione nel Paese impedendo qualunque tipo di unità e coesione sociale. Una terza conseguenza dell’autonomia scolastica è poi la legittimazione dell’ingresso nella scuola di una serie di organismi o corpi intermedi come famiglie, ong, associazioni che con i loro rappresentanti sono autorizzate ad influire sulla vita e sugli orientamenti dell’istruzione.

Questa presenza modifica alla radice lo stesso profilo antropologico, la stessa sostanza umana dei discenti consentendo ad esempio una più pervasiva e capillare ideologizzazione degli studenti.

Se l’autonomia scolastica da un lato legittima una sorta di autonomia funzionale di un collettivo e cioè del collegio docenti del singolo istituto marginalizzando sempre di più la libertà di pensiero e di azione del singolo docente e dall’altra lato con la riforma renziana i poteri di indirizzo e di condizionamento del dirigente sono certamente aumentati( per esempio nel contesto sanzionatorio).

Quanto alle funzioni strumentali e alla funzione obiettivo queste sono pensate secondo un modello tipicamente aziendalistico in cui da un lato abbiamo il presidente del consiglio di amministrazione (il dirigente) e dall’altro i membri del consiglio di amministrazione che vorrebbero in teoria costituire una sorta di oligarchia privilegiata all’interno della scuola ma che in realtà cercano di superare la routine dell’insegnamento e la frustrazione che ne segue diversificando la loro attività.

Roberto Favazzo

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