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Quarta e ultima parte della nostra indagine sull’identità nazionale italiana. QUI la prima, QUI la seconda e QUI la terza parte.
Roma, 26 ago – Come già in parte accennato il Risorgimento affonda le sue radici nel pensiero politico di illustri pensatori settecenteschi, come i meridionali Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri, il piemontese Gian Francesco Galeani Napione di Cocconato, l’istriano Gian Rinaldo Carli e il piacentino Melchiorre Gioia, autore nel 1796 del celebre «Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia”», e di grandi letterati come Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo, alle cui opere molto dovette la diffusione del sentimento unitario e patriottico. Allo stesso modo, l’esperienza delle repubbliche giacobine e napoleoniche, culminata con la Repubblica Italiana (1802-1805) e con il Regno d’Italia (1805-1814), pur con gli aspetti negativi connessi alla presenza francese nella Penisola, per la prima volta dopo secoli permise agli Italiani di avere un proprio Stato dotato di effettività giuridica e ufficialmente denominato come «Italia», nonchè di ridestare la coscienza nazionale e le energie popolari, che furono poi alla base del successivo processo di unificazione risorgimentale.
Riemerse con decisione in questa fase il lato arcano della storia nazionale, presente come un filo conduttore sin dalle più remote origini romano-italiche della Nazione. Secondo Sandro Consolato, le società segrete che animarono il Risorgimento dalla sua infanzia giacobina e napoleonica manifestarono sin dall’inizio un carattere autoctono, ricollegandosi a «realtà iniziatiche italiane (…) depositarie dell’antica sapienza pitagorica». Secondo il grande Arturo Reghini, nel Risorgimento riappariva questa «tradizione spirituale indigena, pura, pitagorica, romana, non esotica per origine e per carattere. E’ una gloriosa catena spirituale che da Pitagora, Virgilio, Ovidio, Boezio, Dante, Bruno, Campanella, sino al Caporali, si perpetua ancor oggi»; «Ed è veramente la concezione politica, iniziatica, italiana, quella che Pitagora, Platone, Cesare, Augusto, Giuliano, Dante, Campanella e altri sostennero non soltanto in teoria, ma tentarono di applicare sul piano pratico con risultati diversi». Elémire Zolla, a proposito del pensiero di Reghini, scrisse: «Questa sapienza antica riuscì a sopravvivere all’oppressione cristiana, riemergendo come Imperialismo ghibellino e fu porto da Dante a Machiavelli, a Campanella, a Napoleone, a Mazzini e infine a Garibaldi, facendo in ultimo riemergere una Roma indipendente dalla Chiesa». Non a caso, nell’infanzia giacobina del Risorgimento si rimanifestò – sotto forma di bandiera nazionale – l’antico Tricolore romano e indoeuropeo rosso-bianco-verde, del quale studiosi del mondo della Tradizione come il grande indoeuropeista francese Georges Dumézil o il nostro Renato Del Ponte hanno ribadito la centralità nel simbolismo e nell’ideologia religiosa di Roma antica, per tacere dei richiami mitico-esoterici evocati dal nostro poeta Giovanni Pascoli o dal grande esoterista francese Renè Guénon ne «L’esoterismo di Dante».
Attraverso il pensiero e l’azione dei grandi Italiani che animarono il Risorgimento Nazionale, si inverò il disegno metastorico e metapolitico di quella catena iniziatica napoletana che attraverso Pasquale De Servis, Giustiniano Lebano e Domenico Bocchini, risaliva fino al Cagliostro e al grande Raimondo di Sangro di San Severo. Personaggi sicuramente non noti al grande pubblico, ma sicuramente non privi di influenza sulla cultura politica risorgimentale, al pari di studi eruditi sulle origini italiche come quelli di Giuseppe Micali, Vincenzo Cuoco, Camillo Ravioli, Ciro Nispi-Landi. In questi autori non è difficile intravedere un rapporto con la Terza Roma di Giuseppe Mazzini o con il Primato degli Italiani di Vincenzo Gioberti, oppure con il culto della Romanità presente in Carlo Bianco di Saint-Jorioz, Carlo Pisacane, Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour. Non è questa la sede per ripercorrere la complessa e lunga vicenda risorgimentale. Basti dire che essa iniziò con le rivoluzioni carbonare di Napoli e di Torino del 1820-21, sicuramente ispirate dal misterioso e classicheggiante Patto d’Ausonia, redatto probabilmente nel 1810, che mirava alla costituzione di uno Stato repubblicano comprendente l’Italia dalle Alpi al Mare con le isole e tutti gli stati già veneti fino alle Bocche di Cattaro. I moti emiliano-romagnoli del 1830-31 e le molteplici cospirazioni e rivolte di ispirazione mazziniana sfociarono infine nella Rivoluzione Nazionale, come la definì il grande storico Giorgio Candeloro del 1848-49. Ampi settori popolari furono protagonisti di numerose insurrezioni, tra cui possiamo ricordare le rivolte di Palermo nel 1820 e nel 1848; le Cinque Giornate di Milano nel 1848; la Repubblica Romana, le Dieci Giornate di Brescia e la resistenza di Messina e Venezia nel 1849.
Riallacciandosi alla propria vocazione italiana presente già dai tempi di Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I e secondo gli auspici di Joseph de Maistre («L’interesse più evidente della casa di Savoia, interesse che essa ha in comune con tutta l’Italia, è senza dubbio che la casa d’Austria non possegga nulla in queste contrade (…); Il re si faccia capo degli Italiani, e in ogni necessità civile, militare e anche di corte, adoperi indifferentemente dei rivoluzionari (…)»), Casa Savoia si pose alla testa delle  guerre d’indipendenza italiane del 1848-49, del 1859-60 e del 1866. Come lucidamente sostenuto da Jacopo da Coreglia nell’articolo «Ghibellinismo dantesco e tradizione italica», (in Arthos n. VII-VIII, 1978-1979) il Risorgimento italiano, lungi dall’essere quel fenomeno sovversivo di cui blatera una dozzinale pubblicistica reazionaria che non merita qui di essere confutata (è già stato fatto altrove, sia a riguardo degli Asburgo e dei loro legami con i Rotschild, che dei Borbone)[1], fu l’inveramento della più pura Tradizione ghibellina italica per la quale, ad onta delle divisive e centrifughe ingerenze clericali e guelfe, l’Italia deve costituirsi in unità con Roma capitale secondo l’antico modello di Augusto, Virgilio, Federico II e Dante, di cui si è già diffusamente parlato. Il culmine della partecipazione popolare al Risorgimento avvenne con l’Impresa dei Mille del 1860, cui presero parte trentamila volontari meridionali e ventimila volontari delle regioni centro-settentrionali, per un totale di cinquantamila arruolati nell’esercito garibaldino. Ma un contributo ancor più unanime fu dato dalla borghesia nazionale, che dopo quarant’anni di cospirazioni e moti patriottici per l’unità d’Italia, contribuì massicciamente alla costruzione dello Stato unitario ed espresse  quella che per capacità e preparazione è stata sicuramente la migliore classe dirigente e intellettuale mai avuta dalla Nazione.
A seguito del voto favorevole del Senato a maggioranza di 196 voti contro 2 (26 febbraio 1861) e della Camera dei Deputati per acclamazione (14 marzo 1861), il 17 marzo 1861 venne promulgata la legge n. 4671 del Regno di Sardegna, il cui articolo unico disponeva che il Re Vittorio Emanuele II assumeva per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia. Il successivo 21 aprile 1861 fu promulgata la legge n.1 del nuovo Regno d’Italia – significativamente nel giorno del Natale di Roma, anniversario della fondazione romulea dell’Urbe – con cui venne stabilita la formula «per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia» da apporre agli atti regi. L’unità conseguita nel 1861 risultava mutila del Veneto e di Roma, acquistati rispettivamente nel 1866 e nel 1870. Senza alcun dubbio, la Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 fu il momento più glorioso nella storia dell’Urbe dalla deposizione di Romolo Augustolo. La Giunta provvisoria di governo di Roma e sua provincia, costituitasi all’indomani del 20 settembre 1870, sotto la presidenza di Michelangelo Caetani, Duca di Sermoneta e Principe di Teano. Questo il saluto rivolto da Michelangelo Caetani a S.M. il Re d’Italia Vittorio Emanuele II: «Roma, con le sue provincie, esultante di riconoscenza verso la Maestà Vostra gloriosissima per averla liberata dalla oppressione straniera di armi mercenarie col valore dell’esercito italiano, ha con generale plebiscito acclamato per suo Re la Maestà Vostra e la sua reale discendenza. Tale provvidenziale avvenimento, dopo sì lunga ed amorosa aspirazione di tutti i popoli d’Italia, compie con questa nuovissima gioia la storica Corona che rifulge sul capo della Maestà Vostra». Veniva portato così a compimento il proposito espresso dieci anni prima, l’11 ottobre 1860, da Camillo Benso Conte di Cavour nel glorioso Parlamento subalpino di Torino: «La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico». L’idea nazionale si incarnava ormai in uno Stato desideroso di imporsi sulla scena internazionale e capace di crearsi un impero coloniale, in una dinastia e in un popolo intero assurto a Nazione cosciente di sé, cantati da grandi poeti, patrioti e cultori di scienze esoteriche come Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio. La collocazione Il 24 maggio 1915 l’Italia scendeva in quella che Sandro Consolato ha ben definito la nostra Grande guerra romana, per usare le parole del proclama del Re alle Forze Armate, al fine di «piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che natura pose a confine della Patria nostra» e «compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri». La Vittoria del 1918, seppure con la dolorosa rinuncia della Dalmazia ad eccezione di Zara, ricostituiva l’unità augustea dell’Italia con i confini al Brennero e alle Alpi Giulie, includendo nello Stato unitario gli obiettivi storici dell’Irredentismo, ovvero la Venezia Giulia e la Venezia Tridentina.
Nel 1929 la rivista Krur (ex Ur) pubblicò un singolarissimo documento a firma di un misterioso Ekatlos (“La Grande Orma”: la scena e le quinte), unico nel suo genere, nel quale in forma velata, si accennava al manifestarsi di «segni che qualcosa di nuovo richiamava le grandi forze della tradizione nostra» e ad un rituale pagano celebrato nel 1913 per propiziare, grazie all’apparizione «degli Eroi della razza nostra romana», l’intervento vittorioso dell’Italia in guerra. Pare che dietro lo pseudonimo di Ekatlos si celasse l’esoterista Leone Caetani, principe di Teano e duca di Sermoneta, che così si descriveva in una sua lettera privata: «Non sono che pagano e ammiratore del paganesimo e divido il mondo in volgo e sapienti; i sapienti di questo poco se ne servono per difendersi dal volgo, che i miei antenati simboleggiavano nel cane e lo pingevano alla catena sul vestibolo della domus familiae con la nota scritta: Cave canem; cane perché latra, addenta e lacera». Lo stesso documento tramanda altresì che una certa Cesarina Ribulzi, asseritamente legata allo stesso Ekatlos, il 19 maggio 1923 avrebbe offerto a Benito Mussolini un fascio littorio esattamente ricostruito accompagnato da un’epigrafe latina dedicatoria composta dall’offerente. Gesto che avrebbe rappresentato una vera e propria investitura del Duce del Fascismo da parte degli stessi circoli esoterici pagani di cui parla La grande Orma. Il Fascismo, politicamente, simbolicamente e culturalmente, si identificò nella Romanità e si propose di trasformare gli Italiani nei Romani della modernità, come programmaticamente affermato da Benito Mussolini già dal 1922: «Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o se si vuole il nostro Mito. Noi sogniamo l’Italia romana cioè saggia e forte disciplinata e imperiale». Il massimo ideologo del Regime, l’illustre filosofo Giovanni Gentile, concepì il Fascismo stesso come inveramento del Risorgimento, del pensiero dei «Profeti del Risorgimento italiano» (Mazzini, Gioberti, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mameli) e di tutti quei Maestri della tradizione filosofica italiana, come Giordano Bruno e Giambattista Vico, su cui già ci siamo soffermati. Il culto del Risorgimento fu vivissimo durante tutta la storia del Regime, che onorò pubblicamente i suoi Eroi con ogni mezzo possibile, e ancor di più durante la Repubblica Sociale Italiana, nella quale fortissima fu l’identificazione con la Repubblica Romana. Sintomatico è questo brano del fascista fiorentino Berto Ricci, caduto volontario nel 1941 in Libia, su Mazzini: «In tempi d’abiezione nazionale, quando questo popolo era davvero l’ultimo dei popoli, quando in un’Europa già sveglia e intraprendente tutta la nostra industria era qualche filanda di Lombardia, e sarebbe stato assurdità il solo pensare che questa colonia potesse dedurre colonie e le plebi meridionali campavano e crepavano nella più spaventosa miseria, nella pretesca ferocia, nel cattolicismo feudale caro a certi letterati d’oggi che vivono di rimembranze, egli già vedeva l’Italia educatrice marziale de’ suoi giovani, arbitra del suo mare, prima nell’opere di pace, tutrice ed amica d’una federazione di balcanici e danubiani, splendida di autorità morale sulle nazioni».
Tuttavia è pur vero che l’avvicinamento tra i circoli legati alla Tradizione romano-italica e il Fascismo fallì, in conseguenza dell’avvicinamento tra Fascismo e Chiesa Cattolica sfociato nei Patti Lateranensi del 1929, con la conseguente emarginazione di personaggi come Arturo Reghini e l’espatrio di altri esoteristi come Amedeo Rocco Armentano e Leone Caetani. Dopo la catastrofe dell’8 settembre 1943 e la sconfitta dell’Italia in quella guerra che avrebbe dovuto suggellare la legittima aspirazione della nostra Nazione a riconquistare il suo posto tra le grandi potenze mondiali, tanto il mito romano-italico che quello risorgimentale ad esso collegato si occultarono sia come religione civile, che come tradizione esoterica, almeno fino agli ultimissimi decenni. Ma non è questa la sede per affrontare questa complessa tematica. Questo articolo ha inteso tratteggiare sommariamente, più per suscitare nei lettori curiosità e desiderio di nuove letture e ricerche che per saziarle, il tema del lato occulto ed esoterico della nostra storia nazionale, della nostra tradizione romano-italica e di come essa si sia ripetutamente manifestata e incarnata in eventi e personaggi della nostra storia plurimillenaria. Questi temi sono stati magistralmente trattati, con riferimento all’Italia contemporanea, dal pregevole studio di Fabrizio Giorgio, Roma renovata resurgat. Il tradizionalismo romano tra Ottocento e Novecento (Settimo Sigillo, Roma 2012). Densa di aspettative è la prossima uscita, per i tipi della nuova casa editrice Altaforte, dell’ultimo libro di Adriano Scianca, La Nazione fatidica. Elogio politico e metafisico dell’Italia. Oggi viviamo una fase storica di profonda prostrazione del sentimento nazionale, che tuttavia vede riemergere dal profondo della coscienza del popolo italiano una ancora confusa, ma decisa volontà di riaffermazione, di sovranità, di stare a testa alta e con la schiena dritta nel mondo, di un nuovo Primato Nazionale (non a caso così è chiamata la testata che ospita questo scritto). Perché questo avvenga, è necessario tornare all’Origine, a Ciò che – immoto – muove da dietro le quinte: “Vertú contra furore prenderà l’arme, et fia ‘l combatter corto: ché l’antiquo valore ne gli italici cor’ non è anchor morto” (Francesco Petrarca).
Carlo Altoviti
[1] https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/gli-asburgo-e-i-rothschild-quello-che-il-complottismo-anti-italiano-finge-di-non-sapere-53464/; https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/risorgimento-e-regno-delle-due-sicilie-la-politica-esterofila-dei-borbone-56367/.

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