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Roma, 27 mar – A metà del Settecento, il Piemonte sabaudo aveva alle sue spalle un processo storico di costruzione e rafforzamento dello Stato e di approfondimento della  vocazione italiana della dinastia regnante che aveva le sue radici più antiche nel basso Medioevo, ma che aveva assunto un ritmo più incalzante con i Duchi di Savoia Emanuele Filiberto (1528-1580) e Carlo Emanuele (1562-1630) tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento, per poi culminare con l’acquisizione, da parte del Duca Vittorio Amedeo II di Savoia (1666-1732) con il trattato di Londra del 1718, della Sardegna e con essa dell’agognata corona reale. Questo processo storico e i suoi innegabili successi nella politica interna e internazionale erano il pegno di un promettente avvenire per il piccolo regno subalpino-insulare. In questo contesto storico e sotto il regno dei sovrani Carlo Emanuele III (1701-1773; regnante dal 1730 al 1773), Vittorio Amedeo III (1726-1796; regnante dal 1773 al 1796), Carlo Emanuele IV (1751-1819; regnante dal 1796 al 1802), Vittorio Emanuele I (1759-1824; regnante dal 1802 al 1821) e Carlo Felice (1765-1831; regnante dal 1821 al 1831), visse e operò Gian Francesco Galeani Napione, conte di Cocconato.

Chi era Galeani Napione

Gian Francesco Galeani Napione nacque a Torino il 1° novembre 1748, figlio primogenito di Valeriano e di Maddalena de Maistre. Dopo essersi laureato in giurisprudenza presso la Regia Università di Torino, coltivò gli studi storici e letterari sin dalla più giovane età. Ben presto si interessò alle questioni giuridiche, economiche e finanziarie, pubblicando articoli e saggi in materia di agricoltura, economia monetaria, commercio e lavoro. Poeta dilettante, nel 1785 compose la tragedia Griselda, tratta dalla novella del Boccaccio, e tradusse dal latino l’Eneide. Per quanto concerne la vita familiare, nel 1785 sposò Luigia Crotti di Costigliole, morta due anni dopo partorendo una figlia, por poi convolare a seconde nozze nel 1792 con Barbara Lodi di Capriglio, che gli diede un figlio maschio, Valeriano (prematuramente scomparso nel 1798) e quattro figlie.

La difesa della lingua italiana

Nel 1776 Galeani Napione entrò nell’amministrazione delle Finanze diventando, tre anni dopo, intendente di finanza, incarico che ricoprì a Susa (1782) e Saluzzo (1785). Nel 1787 fu nominato sovrintendente alla perequazione e al censimento del Monferrato e nel 1790 componente della giunta per l’amministrazione dei Comuni. La sua carriera nell’amministrazione finanziaria culminò nel 1797 con la nomina a Controllore Generale delle Finanze, per poi diventare Consigliere di Stato. Fedelissimo di Casa Savoia, durante l’occupazione francese limitò la sua attività pubblica a quella di bibliotecario e archivista, pubblicando opere di varia natura. Nel periodo dell’occupazione francese del Piemonte, Galeani Napione avversò con veemenza l’imposizione della lingua francese in tutti gli ambiti della vita civile (amministrazione, giustizia, istruzione). Del resto, già nel Saggio sopra l’arte storica del 1773 Galeani Napione aveva deplorato che «gli Italiani debbano leggere la Storia della propria nazione nella lingua de’ Galli domati e degli ultimi Britanni, sulla selvatichezza de’ quali scherzavano una volta i loro maggiori». Ciò nonostante, Galeani Napione ottenne comunque dal regime napoleonico la Legion d’Onore per i suoi indubbi meriti culturali.

Per conto del governo sabaudo, nel 1780 pubblicò le Osservazioni intorno al progetto di pace tra S.M. e le potenze barbaresche, in cui auspicò la creazione di una confederazione degli Stati marittimi italiani al fine di proteggere gli scambi commerciali via mare e consolidare l’unione tra i popoli d’Italia. Precorrendo il federalismo tratteggiato da Vincenzo Gioberti ne Il primato morale e civile degli Italiani del 1839, Galeani Napione propose come capo della confederazione italiana il pontefice, «venerabile per rispetto della Religione e principe per instituto pacifico».

Una lingua per una nazione

Galeani Napione divenne celebre con un’opera del 1791, Dell’uso e dei pregi della lingua italiana, che era già uscito con un diverso titolo (Osservazioni sulla lingua nostra) dieci anni prima, teorizzava il primato della lingua italiana sulle altre lingue europee, in particolare quella francese. Il rifiuto del francese si accompagnava a quello del latino, quale lingua morta, e del dialetto – tale era considerato dal Galeani Napione anche il volgare toscaneggiante patrocinato dall’Accademia della Crusca – a favore di una lingua italiana autenticamente nazionale e non legata a localismi. I modelli linguistici esaltati dal Galeani Napione furono soprattutto autori del Cinquecento e dei secoli successivi, quali l’alessandrino Matteo Bandello (1485-1561), il fiorentino Benvenuto Cellini (1500-1561), il sorrentino Torquato Tasso (1544-1595), il pisano Galileo Galilei (1564-1642), il romano Lorenzo Magalotti (1637-1712), l’aretino Francesco Redi (1696-1697), il veronese Scipione  Maffei (1675-1755) e il veneziano Francesco Algarotti (1712-1764), a testimonianza della particolare importanza attribuita dal Galeani Napione alla cultura scientifica. In pieno regime fascista, l’accademico dell’Università di Bologna Carlo Calcaterra definì questa importante opera di Galeani Napione come una delle principali espressioni del «nostro imminente Risorgimento», come si intitolava un suo studio di storia letteraria del Piemonte.

Galeani Napione per l’unità d’Italia

Nello stesso 1791 Galeani Napione pubblicò l’opera Idea di una confederazione delle potenze d’Italia, scritta significativamente su richiesta di Joseph-Fr. Perret conte di Hauteville, ministro degli Esteri, a testimonianza di come la vocazione italiana dei Savoia, presente sin dagli albori medievali del Casato e manifestatasi in tutta la sua forza a partire dai Duchi di Savoia Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele, fosse una costante geopolitica e diplomatica della dinastia subalpina. In quest’opera il progetto confederativo dalle potenze marittime, già tratteggiato nel 1780, veniva esteso all’Italia intera, abbandonando l’idea del Papa come presidente della confederazione (analogamente a quanto fecero Cesare Balbo nel libro Le speranze d’Italia del 1843 e Vincenzo Gioberti nella sua seconda opera, Del rinnovamento civile d’Italia del 1851). Galeani Napione, contrariamente ai coevi ammiratori della Rivoluzione francese, affidava le sue speranze all’opera diplomatica e alla lungimiranza politica del sovrano e dei suoi ministri. Più tardi, nel 1815, Galeani Napione riprese il suo progetto di unione confederale italiana in una memoria scritta per il governo sardo in vista del congresso di Vienna, che è tutt’ora inedita e si trova conservata nell’Archivio di Stato di Torino. Nel 1816, infine, fu insignito dell’Ordine Mauriziano da S.M. Vittorio Emanuele I di Savoia.

Il destino nazionale dei Savoia

Anche l’attenzione dedicata dal Galeani Napione alla storia e alla cultura del Piemonte e manifestatasi in opere quali i Piemontesi illustri del  1781 e il  Discorso intorno alla storia del Piemonte del  1787 non andava disgiunta da un sincero spirito nazionale unitario e da una precisa coscienza della missione nazionale del Piemonte: «Sebbene siam posti noi ai confini d’Italia, non v’ha forse nazione a dir così, più italiana della Piemontese da ormai mille anni, per dominio non interrotto di principi, per antichità di famiglie, per armi proprie; onde dovremmo essere zelantissimi di conservare l’originale nostro carattere incorrotto, escludendo l’uso delle lingue straniere, che il modo di pensare e le opinioni straniere porta seco infallantemente».

Galeani Napione morì a Torino il 12 giugno 1830. L’anno successivo ascendeva al trono Carlo Alberto di Savoia-Carignano, che nel 1848 avrebbe dato avvio alle guerre del nostro Risorgimento. L’Italia di cui fu incoronato sovrano Vittorio Emanuele II di Savoia nel 1861 non era confederale come avrebbe auspicato Galeani Napione. L’opzione per il centralismo era divenuta inevitabile per la defezione delle altre dinastie preunitarie dalla lotta per l’unità e l’indipendenza della patria durante la stessa Prima guerra d’Indipendenza, nonché per la presenza di numerose minacce alla stabilità del nuovo Stato dentro e fuori i confini nazionali. Il nuovo Regno sorto nel 1861 fu comunque la realizzazione delle aspirazioni storiche espresse da Gian Francesco Galeani Napione con la sua vita e la sua opera.

Carlo Altoviti

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