Roma, 17 feb – Per Erodoto fu Neco II, il faraone esploratore, ad avviare significativi lavori di scavo per l’apertura di una via d’acqua tra il Mediterraneo e il mare detto Eritreo. Così come aveva patrocinato la favolosa spedizione fenicia per la circumnavigazione dell’Africa si adoperò per scavare un canale sufficientemente largo affinché due triremi ci potessero navigare affiancate. Tutto si interruppe per l’enorme sacrificio umano che i lavori pretesero – centoventimila egiziani secondo Erodoto – e per un vaticinio d’un oracolo che disse al faraone che quell’immensa opera sarebbe stata sopratutto a vantaggio del “barbaro”. Fu poi Dario I a completare l’opera, come si legge sulla stele di granito rosa rinvenuta nel 1866 nei pressi di Kabret in cui il “Re dei Re e luce degli Ariani” afferma: “Ordinai di scavare questo canale dal fiume chiamato Nilo, che scorre in Egitto dal mare che inizia in Persia. Questo canale fu scavato come io avevo ordinato, navi sono andate dall’Egitto fino alla Persia, come io avevo voluto”.

Da Dario I in poi la storia del rapporto tra civiltà mediterranea e mondo arabo è stata caratterizzata dal continuo, frenetico, centrifugo sconto tra potenze imperialistiche e entità locali, tra la regina delle talassocrazie mercantili – la Grande Bretagna – e le anime sovraniste ed identitarie del bacino del “mare nostrum” romano. Molti secoli dopo paradossalmente fu proprio l’Italia a rompere la crosta magmatica che soffocava i ribollenti aneliti di libertà del mondo arabo. Con la battaglia navale di Prevesa, l’Italia di Giolitti attacca l’Impero ottomano. Non una stravagante avventura orientale – Prevesa è una cittadina greca ad appena 226 km di mare dalle Pugile – bensì l’innesco di quel gran respiro liberatore che vide gli Ottomani ritirarsi dei Balcani, dalla Serbia e dalla Grecia da secoli occupate.

La guerra italiana per i territori mediterranei porta la penisola a fare i conti (finalmente) con la sua vocazione geopolitica. Si conquista il Dodecaneso, Rodi, la Tripolitania e la Cirenaica e si entra de facto nel “grande gioco” che già Francia e Gran Bretagna stanno giocando praticamente in tutto il mondo. Con la conquista della Libia per l’Italia si apre la questione della gestione del rapporto con il mondo arabo/islamico e la normalizzazione delle relazioni umane, religiose e politiche dopo la guerra. Sarà il Fascismo ad affrontare l’onere di costruire il ponte sul Mediterraneo. Raccolto il testimone risorgimentale l’Italia di Mussolini può e deve cominciare a dettare le sue regole nella politica estera europea, tuttavia lo scalino temporale ed il “ritardo” accumulato nel processo d’unificazione nazionale pesano sulla corsa “al posto al sole” e  sopratutto vedono l’Italia in secondo o terzo piano nella gestione tecnica e politica di uno dei punti più strategici per la politica mediterranea ed araba. Il canale di Suez.

Se gli inglesi si sono accaparrati la porta d’ingresso del canale, prendendo in ostaggio l’intero Egitto – di cui il Fascismo foraggia i patrioti dalle cui fila sorgerà poi un certo Gamāl ʿAbd al-Nāṣer – l’Italia di Mussolini tenterà la mossa ardita e geniale di chiudere la porta d’uscita. O meglio di tenerla aperta a tutti, per impedire alla “perfida Albione” di monopolizzare il corridoio arabico.

Già dal 15 novembre 1869, l’Italia, tramite l’opera di Giuseppe Sapeto aveva acquistato dai sultani fratelli Ibrahim e Hassan ben Ahmad, un territorio lungo circa 6 km tra il monte Ganga e il capo Lumah per la somma di seimila talleri di Maria Teresa, da versare entro 100 giorni. Fu la Società di navigazione Rubattino, e non il governo italiano, ad apparire come acquirente e nel 1882 Assab passò ufficialmente all’Italia. Il giorno 11 marzo 1870 fu definitivamente concluso l’affare; il 13 vennero acquistate le due isole vicine di Omm el Bahar e di Ras el-Raml dal sultano di Raheita Berehan Dini. L’Italia non aveva ancora Roma ma già aveva un approdo tra l’Africa e il Vicino Oriente. Ora, con l’avvio della colonizzazione dell’Africa Italiana si poteva portare il colpo al cuore mercantile dell’impero.

Yemen e fascismo

Il 2 settembre 1926, a Sana, il Governatore dell’Eritrea Italiana, Gasparini, sigla con sua maestà Amir al-Mumenin al-Mutawakkil ‘Ala Allah Rab ul-Alamin Imam Yahya bin al-Mansur Bi’llah Muhammad Hamidaddin, Yahya per brevità, il trattato d’amicizia e collaborazione italo-yemenita. Per lo Yemen, assediato dalle mire anglo-wahabite dei Saud e in cerca di una stabilizzazione territoriale rappresenta il primo riconoscimento in assoluto da parte di una potenza europea. Il governo Mussolini riconosceva la piena ed assoluta indipendenza del piccolo regno e si augurava “di rendere più stretta e duratura l’amicizia tra i due Regni e di facilitare e sviluppare le relazioni economiche tra i due Paesi” e la guida dello Yemen si impegnava ad “importare dall’Italia le forniture, ossia i mezzi ed i materiali tecnici, che possono vantaggiosamente concorrere allo sviluppo economico del Yemen”. Più un nutrito contingente di tecnici italiani. Nel ’36 il trattato venne prolungato e definitivamente rinnovato per altri venticinque anni. In tale occasione le parole vergate dall’Imam Yahya rendono perfettamente chiara la sacralità e l’importanza del rapporto tra l’Italia fascista e lo Yemen. “Ringraziamo l’E.V. (…) Egli (Gasparini) ci ha consegnato la lettera con la quale Ci avete rivoltola Vostra attenzione, come pure ci sono giunte le cortesie di S.M. il Gran Red’Italia e potente Imperatore (…) Questo tratto è lo specchio nuovo che riflette le devote ed amichevoli relazioni tra i due Regni come pure indica i fini di amichevole collaborazione che il Governo italiano ha dimostrato verso il nostro Regno ed è un bell’esempio ai popoli musulmani, di retta condotta ed elevato interessamento.(…) Siamo certi che questa fortunata politica fondamentale, che l’E.V. svolge con quella saggezza e quell’alta competenza che tanto Vi distingue, è necessaria per la grandezza d’Italia ed ha già cattivato il cuore della gente islamica all’amicizia dell’Italia. Così essa avrà la generale gratitudine di tutti i mussulmani e sarà benedetta da Dio per la felicità e la prosperità di entrambe le parti…

Sarà Mussolini stesso ha ribadirlo in una intervista al giornalista siriano Teyssir Zabian durante il suo trionfale viaggio in Libia: “Il nostro rispetto per l’indipendenza e l’integrità di questo paese, come del resto di tutti i paesi arabi, è assoluto. Vi prego di dare la massima diffusione nel Yemen e in tutti i paesi arabi di tale mia dichiarazione, che è categorica”.

Se la gran Bretagna mal sopporta – a dire il vero già opera contro – la politica fascista nel vicino Oriente, dopo il discorso di bari del 6 settembre 1934 entra in un panico isterico. Il Fascismo infatti è estraneo alla lotta che Francia e Inghilterra combattono contro il nazionalismo arabo ed è in grado di svolgere un azione strategica e legittima per gli equilibri mediterranei a tutela, anche, delle sovranità arabe. “…la sua funzione storica – attenzione – le dà questo diritto e le impone questo dovere…”. E’ l’Italia di Mussolini, sorta dal Risorgimento e dalle trincee, che conosce la lotta per l’affermazione della sovranità che più di ogni nazione può capire le esigenze degli arabi. Quelle esigenze che rapirono il Colonnello Lawrence vilmente tradito dalle politiche imperialiste di Londra e per cui si batté anche da civile fino allo strano incidente che lo uccise proprio nel giorno in cui, secondo alcune voci, si sarebbe dovuto incontrare con degli esponenti del BUF di Sir Mosley.

La posizione dell’Italia è lineare: essa non mila a conquiste territoriali, monopoli o privilegi economici. Posizione di una lucidità enorme alla luce del malessere diffuso che amministrazione mandataria ha suscitato ovunque praticamente da Costantinopoli alla Cina e che ci ha regalato l’attuale disastroso assetto asiatico contemporaneo (come quello africano d’altronde).

Persino sull’annosa questione palestinese la visione italiana risulta avanzatissima e pacifica, in una nota dell’Informazione Diplomatica del 17 febbraio 1938 si legge che: ”Gli ambienti responsabili romani ritengono che il problema ebraico universale lo si risolve in un modo solo: creando in qualche parte del mondo, non in Palestina, lo Stato Ebraico”. D’altronde già nel 1933 Mussolini al convegno degli studenti asiatici in Roma affermava che: ”Come già altre volte in periodi di crisi mortali la civiltà del mondo fu salvata dalla collaborazione tre Roma e l’Oriente”.

L’Eni di Enrico Mattei

La seconda guerra mondiale interverrà a distruggesse tutto questo, distratti dalla lettura ossessivamente europea e dal dualismo Usa-Urss certa storiografia ha tralasciato di analizzare le trasformazioni e le conseguenze della rimozione del sistema varato dall’Italia fascista nelle relazioni con il Vicino Oriente e l’Africa, salvo poi svegliarsi frastornata dal fragore delle bombe sul Sinai, nel Golan e nella Palestina occupata, trovandosi pietosamente commossa difronte alle stragi della guerra civile libanese o stupefatta e impaurita dai grandi leader arabi che la storia contemporanea ci ha consegnato, guarda caso, con le loro distanze e vicinanze, tutti legati all’Italia, da Nasser a Geddafi, dal Gran Mufti di Gerusalemme Hussayni ai patrioti yemeniti, ed iracheni. Fino ad arrivare nel dopoguerra con l’Eni di Enrico Mattei che da buon “carrozzone fascista” si permise di suggerire ai paesi produttori di petrolio di alzare la testa nella trattativa con i monopolisti del mercato mondiale.

Ecco, forse con la morte di Mattei potremmo chiudere questo excursus sulla ”avventura” politica italiana verso i paesi arabi e lo Yemen. La chiudiamo con i rottami del suo aereo ed i rottami di una Nazione, con un Fascismo culturale e strategico di cui persino gli “antifascisti” come Mattei e molto altri furono alfieri, e con un respiro di libertà e giustizia mozzato nella gola di migliaia di giovani arabi, cittadini di serie A della grande civiltà mediterranea, che per quasi un secolo si è inginocchiata verso la Pietra Nera della Mecca sperando, dietro di essa, di poter scorgere il marmo bianco di Roma.

Alberto Palladino

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Alberto Palladino
Nato a Roma, classe 1987. Studia Scienze storiche e cooperazione internazionale all’università Roma 3 e da qualche anno ha iniziato a percorrere la strada professionale del reporter. Fino ad oggi, nonostante le difficoltà che incontra chi lavora in questo settore da indipendente, è riuscito a coprire alcuni degli scenari di crisi più importanti di questi ultimi anni provando a raccontare, fra gli altri, la secessione in Ucraina e la guerra antiterroristica in Siria. Collabora con importanti testate nazionali e straniere. Ha realizzato reportage dal Kosovo, embedded con la missione italiana, dall’Azerbaijan e dai luoghi di eventi importanti e tragici come gli attacchi di Parigi. Ha collaborato alla realizzazione di progetti umanitari con la onlus Solidarité Identités e la onlus Popoli in molti dei Paesi da cui poi ha scritto per questa testata: Kosovo, Birmania, Siria. Ha viaggiata nella Siria devastata dal terrorismo scattando foto e aiutando i bisognosi, sublimando al massimo la sua vocazione. Per il Primato Nazionale anima la redazione esteri e propone i suoi scatti fotografici per far aprire gli occhi ai lettori, perché è persuaso che nel mondo di oggi non è più sufficiente guardare, bisogna vedere.

1 commento

  1. Complimenti ad un giovane ma maturo scrittore per il bellissimo articolo sull’ impatto positivo che l’Italia ebbe nel mediterraneo.Quanta grandezza avevano i nostri importanti italiani del passato, da Mussolini fino a Moro e Mattei è un qualcosa che genera profonda commozione

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