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Roma, 13 ott – Dopo l’articolo sul New Yorker, dove si chiedeva come mai in Italia ci sono ancora così tanti monumenti fascisti in piedi, la storica della New York University Ruth Ben-Ghiat tenta di rispondere ai critici in un’intervista rilasciata a La Stampa. Di fronte agli appelli criptici e alle domande formulate ad hoc per non contemplare risposte serie, non appena si scatena la ridda di polemiche (cercate e giocoforza trovate) il dietrofront è sempre probabile. A volte è persino auspicabile, per quanto la storia insegni che restano sempre impresse nella mente di tutti le fiamme di un incendio, non l’acqua che si getta per spegnerlo. Ecco allora che il tentativo di rettifica, in pieno stile farsesco boldriniano (“Non ho detto questo, siete voi che avete frainteso il mio profondo pensiero che diceva quello ma in realtà diceva tutt’altro”) si colma di antinomie.



“Non intendevo proporre di abbattere gli edifici fascisti in Italia – dichiara a La Stampa la prof del New Yorker – ma solo favorire una riflessione storica, affinché il fascismo non possa ripresentarsi sotto una nuova forma, ora che in tutto il mondo c’è un ritorno della destra”. Non volevo dire quello che intendevo proporre insomma. D’altronde una domanda retorica resta tale, come nei Salmi dell’Antico Testamento: “Chi è Dio tranne il Signore?”. La Ben-Ghiat poi coglie l’occasione per ipotizzare il solito pericolo di un ritorno al fascismo, che in questo caso addirittura è tale a causa dell‘affermazione in tutto il mondo “della destra”. Tipico manicheismo progressista, da una parte (a sinistra) il bene, dall’altra il male che in quanto tale è per forza fascista.

Eppure la Ben-Ghiat, a riprova di una confusione crittografica, ammette che in Italia c’è un problema di fondo: “L’antifascismo non ha quasi una eredità monumentale visibile, nonostante sia il valore fondante della Repubblica.” E ancora: “Non propongo di demolire quegli edifici e riconosco che sono belli. L’articolo poneva un problema di natura storica, non estetica, sulla memoria del fascismo, in un’epoca in cui la destra risorge ovunque”. Orbene, la storica americana riconosce l’evidenza: l’antifascismo ha prodotto il nulla, mentre il fascismo ha realizzato edifici inappuntabili dal punto di vista estetico. Ecco quindi la risposta, se l’è data da sola, al “come mai in Italia sono ancora in piedi i monumenti fascisti”.

C’è però un problema di natura storica, sostiene la prof. E quindi? Ecco la sua geniale riflessione che come sopra suggerisce una soluzione tra le righe: “La Casa del Fascio è neutra, perché dopo il ‘45 sono state tolte le decorazioni; il Foro Italico no. Ma quando Laura Boldrini ha proposto di togliere l’obelisco con la scritta Dux è stata travolta. Da un lato c’è il superamento, e il razionalismo italiano è stato il vostro modernismo, per forza maggiore sviluppato sotto la dittaura. Poi però c’è un altro lato della questione, non altrettanto benevolo”. Insomma gli edifici fascisti sono accettabili, perché belli: “amo molto il razionalismo italiano, ho fatto la tesi del Master su Giuseppe Terragni”, afferma la professoressa. Ma i simboli e le frasi scolpiti su quei monumenti vanno rimossi. Non ci vuole certo una mente sopraffina per comprendere che togliere la scritta DVX dall’obelisco significherebbe deturparlo, perché ovviamente a prescindere dalla simbologia non è un attacca stacca adesivo. Però la storica americana non ce la fa a dirlo, deve in qualche modo mettere a tacere quella fascinazione che si porta dentro e continuare ad apparire politicamente corretta. Finendo per dissezionare la bellezza, che è sempre un pugno in faccia al vuoto cosmico prodotto dai manichei.

Eugenio Palazzini



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