jaeggyRoma, 30 nov – Di algida raffinatezza la scrittura di Fleur Jaeggy sembra generata dalla volontà di prendere le distanze. O, meglio, ti sfida: se sei in grado di inoltrarti nei suoi preziosi spazi eletti, bene, va’ avanti, non ti si spalancheranno porte, ma farai una collezione di immagini fascinosamente impalpabili eppure tutt’altro che disincarnate. Come quelle custodite da Beeklam nell’”edificio di pietra dura” di Amsterdam, dove vive in un tempo frastagliato e sospeso (“Le statue d’acqua”, Adelphi, pp. 110, euro 15). Ed è proprio quest’insegna di vuoto vorticoso, di presenza fantasmatica, di assorta complicità con l’abisso- l’universo di Fleur– il tratto distintivo di Beeklam. Un uomo che, al pari delle sue statue, fluttua in una sublime inconsistenza marmorea. Con un sigillo inaugurale che partorisce ricognizioni e verifiche: la fuga dal padre, poche ore dopo la morte della madre, per andare “a comperare statue”. E custodirle con devota vigilanza. In una solitudine carica di ombre. A partire da quella del padre, Reginald, e di Thelma, la madre.

E’ vero: con Beeklam, ad accentuare l’aura della aristocratica separatezza, c’è il domestico Viktor, e c’è Lampe, domestico di Reginald. C’è una comunicazione fatta di parole e soprattutto di silenzi: perché “la vera vita è fuori dalla parola”. La vera vita è reticolo di parole tra simili: un terribile silenzio, per gli altri. La vera vita è il complesso geroglifico della natura che si cerca di scoprire con istinto visionario. E’ la rinuncia ad opere e giorni frenetici nel fervore amatoriale di una collezione fatta di marmo e di acqua. E’ la cerca in un mondo interiore dove il profilo dei ricordi mescola suggestioni ed emozioni, sogni ed incubi, stati di coscienza alterati e percezioni sottili di un altrove che sei incerto se definire sublime o infero. E’ l’immobile trascorrere, con soste alle fermate della memoria, tra scorci di paesaggi e frantumi di volti, e di colloqui, e di pensieri. E’ l’abbandono inesausto e innocente all’assurdo che ti difende dagli altrettanto inesausti- e sempre meno innocenti- interrogativi senza risposta, formulati per afferrare il senso e costruire su questo una “ragione”. E’ l’estrema fuga in altri paesaggi rarefatti e “alieni” dove si vive di altri approdi e di altri naufragi. E dove, magari, lontani dai sotterranei e col cielo sopra di noi, può confortarci la comunione con una Donna, che è Dea di misteri, Signora di uno sconfinato Oltre, Messaggera di Liberazione e di Morte.

E’ questo che Fleur, affabulatrice chiaroveggente, ci suggerisce, (mis)credendoci?

Mario Bernardi Guardi

 

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