Questo articolo, che propone una radicale rilettura di Giacomo Leopardi, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di gennaio 2018

Attraverso vaghe reminiscenze liceali è unicamente così che ce lo ricordiamo, il nostro «Giacomino»: deforme, malinconico, isolato, perennemente rinchiuso nel suo studiolo e ricurvo sulle «sudate carte», pensoso della morte prematura dell’amata Silvia e intento a scrutar la «siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». Complice il sentimentalismo esasperato e quasi compiaciuto di troppi docenti di lettere che affollano le nostre scuole, purtroppo è questa l’immagine (falsata) che ci rimane di Leopardi. Che invece è, dopo Dante, il più grande poeta che l’Italia abbia mai generato.

Leopardi e Nietzsche

Di più: Leopardi rientra a pieno titolo – e in posizione di preminenza – nella gloriosa storia del pensiero europeo. Poeta sublime, a cui si sono inchinate intere generazioni di lettori, il figlio di Recanati era anche filologo eruditissimo (Erwin Rohde ne tessé le lodi a Nietzsche) e filosofo eccentrico ma quanto mai profondo, stimato da giganti quali Arthur Schopenhauer e lo stesso Friedrich Nietzsche. Sul rapporto di parentela spirituale che lega Leopardi al solitario di Sils Maria, d’altronde, si è molto e ben scritto[1], a partire dagli ottimi e ancora attuali saggi di Giuseppe Gabetti e Walter Otto[2]

Leopardi, infatti, condivide con Nietzsche diversi e decisivi motivi filosofici: la presa di coscienza della «morte di Dio» (cioè delle illusorie e rassicuranti certezze metafisiche), la percezione vivissima della tragica grandezza dell’esistenza umana, il pessimismo (non rassegnato) derivante dalla visione della decadenza della civiltà europea e, infine, il «ritorno attivo» alla classicità greco-romana. Che, se nell’italiano è ancora nostalgia delle origini, nel tedesco invece si fa già nuovo inizio. È così che la fonte dionisiaca del grande destino europeo diventa, in Leopardi, antidoto al declino della società borghese dell’Ottocento, cioè quello ch’egli stesso definì il «secol superbo e sciocco», malato del suo ingenuo e a tratti grottesco ottimismo nelle «magnifiche sorti e progressive».

Il disperato amore per l’Italia

Eppure, benché nostalgico di quella grecità così tragica e al contempo così gioiosa, che quasi lo redimeva da un presente avvertito come decadente, Leopardi fu nondimeno figlio del suo tempo: sebbene confinato a lungo nella provincialissima Recanati, tuttavia il poeta partecipò attivamente ai nuovi fermenti romantici e patriottici della sua epoca. E, di fatti, proprio il suo sincero amore per l’Italia – patria antica, sì, ma ancora «da fare» – non lo abbandonerà mai. Non è un caso, del resto, che i suoi Canti si aprano esattamente con un’ode All’Italia. Partendo dalla constatazione della biasimevole situazione attuale, Leopardi propone un ritorno all’origine ed esorta al combattimento per rivendicarne l’antica grandezza: «O patria mia, vedo le mura e gli archi / e le colonne e i simulacri e l’erme / torri degli avi nostri, / ma la gloria non vedo, / non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi / i nostri padri antichi» (vv. 1-6). E ancora: «Dov’è la forza antica? / dove l’armi e il valore e la costanza? / Chi ti discinse il brando? / chi ti tradì? […] Come cadesti o quando / da tanta altezza in così basso loco? / Nessun pugna per te? non ti difende / nessun de’ tuoi? / L’armi, qua l’armi: io solo / combatterò, procomberò sol io. / Dammi, o ciel, che sia foco / agl’italici petti il sangue mio» (vv. 28-40).

Per il poeta la rinascita
d’Italia deve partire dal
sentimento di vergogna
per la decadenza presente

Per Leopardi, dunque, la rinascita dell’Italia passa inevitabilmente per la denuncia della decadenza presente. Come scrisse nel poema Ad Angelo Mai, infatti, «dal dolor comincia e nasce / l’italo canto» (vv. 69-70). E «poi che dormono i vivi», è pertanto necessario armare «le spente / lingue de’ prischi eroi; tanto che infine / questo secol di fango o vita agogni / e sorga ad atti illustri, o si vergogni» (vv. 177-180). Come specificherà poi nello Zibaldone, «se noi dobbiamo risvegliarci una volta, e riprendere lo spirito di nazione, il primo nostro moto dev’essere, non la superbia né la stima delle nostre cose presenti, ma la vergogna. E questa ci deve spronare a cangiare strada del tutto, e rinnovellare ogni cosa. Senza ciò non faremo mai nulla. Commemorare le nostre glorie passate, è stimolo alla virtù, ma mentire e fingere le presenti è conforto all’ignavia, e argomento di rimanersi contenti in questa vilissima condizione» (pp. 865-866).

Contro il cosmopolitismo

Anche nelle sue opere in prosa, infatti, il poeta di Recanati si dimostra un attento osservatore della sua epoca e un lucido profeta delle fosche epoche avvenire. In un brano della Storia del genere umano, contenuta nelle Operette morali, Leopardi sembra ad esempio preconizzare i danni della globalizzazione: «Mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per ogni dove; recandosi tutti gli uomini, secondo che essi saranno usati di dire, in una sola nazione e patria, come fu da principio, e facendo professione di amore universale verso tutta la loro specie; ma veramente dissipandosi la stirpe umana in tanti popoli quanti saranno uomini. Perciocché non si proponendo né patria da dovere particolarmente amare, né strani da odiare, ciascheduno odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere, se medesimo. Dalla qual cosa quanti e quali incomodi sieno per nascere, sarebbe infinito a raccontare».

L’esangue cosmopolitismo borghese, di fatti, è percepito da Leopardi come una causa decisiva della decadenza dei popoli: «L’amore universale, distruggendo l’amor patrio, non gli sostituisce verun’altra passione attiva. […] Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma, divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria» (Zibaldone, pp. 457-458).

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Se già qui Leopardi sembra scagliarsi – con due secoli d’anticipo – contro ius soli e allargamento scriteriato della cittadinanza, altrove pare addirittura di veder prefigurata e abbozzata una critica dell’Unione Europea: «La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si dà virtù grande» (ivi, p. 896). Insomma, torniamo a leggere Leopardi, ma soprattutto torniamo a leggerlo con occhi nuovi. Per trarre nuova forza e nuova linfa dalla sua grandezza di poeta e di italiano. Perché Leopardi, grazie alle qualità da preveggente che solo i sommi poeti posseggono, quando pensava alla rinascita dell’Italia, forse stava pensando proprio a noi.

Valerio Benedetti


[1] Cfr. la recente sintesi di G. Polizzi, Nietzsche e Leopardi. «Il filosofo della conoscenza tragica», filosofia-italiana.net, aprile 2017.

[2] G. Gabetti, Nietzsche e Leopardi, «Il Convegno» 4 (1923), pp. 439-461, 513-531, e 5 (1924), pp. 5-30; W. F. Otto, Leopardi e Nietzsche, in F. Nietzsche, Intorno a Leopardi, a cura di C. Galimberti, il Melangolo, Genova 1992, pp. 151-181.

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