kamikazeRoma, 4 nov. – Sul lido limaccioso i samurai trattengono il respiro e aguzzano gli occhi, contano le vele, troppe, che hanno inesorabilmente invaso l’orizzonte. Sulla baia di Hakata i samurai giapponesi hanno già respinto stoicamente ogni assalto, ma le forze di Kublai Khan sono soverchianti: è questione di tempo, e l’onore verrà sopraffatto dal numero. Ma il dio Raijin non ci sta, improvvisamente si scaglia sull’invasore e devasta la flotta con un tifone gigantesco, costringendo i mongoli alla fuga.

Dalla spiaggia si alza un grido: kamikaze, il vento degli dei.

Sono passati meno di settecento anni, e il sacro suolo giapponese è nuovamente sotto assedio, nuovamente i valori in campo sono numero contro valore.

Gli dei sono morti; nessun dio Raijin scenderà sul campo di battaglia.

Ma sempre dal cielo si cerca la speranza. L’uomo rimasto solo ha progettato divinità nuove con le quali sostituire le salme di quelle vecchie. I futuristi, capitanati da Marinetti, eressero a nuovo dio la corsa, si impossessarono di tecnica e macchina per seguirla. Come vecchi cavalieri, che dopo un lungo sonno, si elettrizzano scoprendo di poter cavalcare nuovi e formidabili destrieri di ferro. E nella terra del Sol Levante, sotto l’egida serena del monte Fuji, uno dei popoli più intimamente devoti alle tradizioni, s’improvvisò anch’esso futurista.

Nei cieli il vecchio e inusitato kamikaze del dio Raijin, venne sostituito dai più avveniristici Zero.

carrierwarcsg066KamikazeDwightSheplerIl vento degli dei fu convogliato nelle turbine degli aerei, il tuono delle tempeste divenne il rombo incessante delle eliche e i fulmini dinamite. Uomini che cavalcavano nubi d’acciaio, scagliando il sole sulle navi, rovesciando il nostro antico mito di Icaro. Macchina e pilota che diventavano una cosa sola nell’olocausto delle esplosioni, un filo a legare nel profondo l’uomo al suo mezzo come il samurai all’acciaio della sua spada. L’onore del suicidio rituale reso esplosivo e di massa.

Senza contare che vi furono il triplo dei volontari richiesti, che l’80% delle perdite americane nella fase finale della guerra furono dovute ad attacchi kamikaze.

L’esperienza dei kamikaze fu un’esperienza intimamente futurista, in quanto il culto della macchina futurista non è una semplice fascinazione della tecnica, ma la volontà ben definita di utilizzare questa per dare linfa vitale all’epos, così ne “l’Alcova d’acciaio” di Marinetti il rapporto tra l’autore e il mezzo blindato a suo disposizione viene descritto e vissuto in termini, per così dire, magici, piuttosto che tecnici; così i kamikaze rappresentano un intimo connubio di macchina ed eroismo, nella quale la prima è ancora sottomessa al secondo (al contrario degli americani, per esempio, nel caso dello sgancio della bomba atomica la tecnica è così predominante che alla fine è l’elemento umano a cedere, suicidandosi, chiaramente in maniera assai diversa dal rito e valenza del seppuku nipponico), in cui anzi il nuovo mezzo diventa il megafono tecnico dell’eroismo e del sacrificio di sé, in linea con la bushidoaeropesia

Il futurismo d’Italia trovò così i suoi areopoeti ed incendiari nei cieli d’oriente, mentre a Marinetti già scoppiava il cuore e moriva, benedicendo col suo canto la gioventù, quella gioventù infiammata che sacrificava sé stessa in terra italiana come in Giappone.

Non vi grido arrivederci in Paradiso che lassù vi toccherebbe ubbidire all’infinito amore purissimo di Dio, mentre voi ora smaniate dal desiderio di comandare un esercito di ragionamenti e perciò avanti autocarri.

Nella danza di fuoco che elesse a eroi un’intera generazione, si rinnovò il mito e l’estetica del futurismo, in una forma ancora più audace di vita-poesia, nella quale le parole d’ordine di corsa, coraggio, velocità, sole allo zenit, aggressività vennero vivificate nello slancio esplosivo di quelle fusoliere in picchiata, in una bella bellissima morte che del suo sacrificio seppe salvare l’intima forza spirituale di un popolo, anche se non riuscì nel disperatissimo tentativo di preservarlo dalla sconfitta.

Se mi chiedete cos’è l’anima della razza giapponese della bella isola, rispondo che è come fiore di ciliegio selvatico ai primi raggi del sol levante, puro, chiaro e deliziosamente profumato

Michele Iozzino

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