tommaso indelliRoma, 1 gen – Una nuova avventura editoriale (lo Studio bibliografico Partenio, casa editrice di Avellino) è stata inaugurata da un testo di Tommaso Indelli, con prefazione di Claudio Azzara, intitolato L’imperatore Giuliano e la nostalgia degli Dei. Nonostante il titolo, però, il volume non si sofferma esclusivamente o principalmente sulla politica religiosa dell’Augusto, ma vuol essere una ricostruzione generale attenta a tutti gli aspetti (amministrativi, economici, militari, eccetera) che hanno caratterizzato l’operato di governo giulianeo. Anzi, uno degli intenti di Indelli è stato proprio quello di calare l’imperatore Giuliano nel contesto tardoantico del IV secolo, così da sottrarlo a interpretazioni troppo ‘eternizzanti’ e dunque astoriche, tese a sganciare il ‘personaggio Giuliano’ dal suo tempo per innalzarlo alle vette rarefatte del mito.

Di particolare interesse è infine l’ultimo capitolo del libro, tutto incentrato sulla ‘fortuna’ di Giuliano. Ci si trova di fronte a un caso davvero emblematico di memoria culturale. Di norma la ricerca storica e la memoria culturale condividono il medesimo oggetto, cioè il passato, pur se da prospettive fortemente divergenti. Se è vero che la storia non è una disciplina innocente, da idealizzare oltremisura, visto che non poche volte cede a tentazioni attualizzanti di matrice ideologica, ciò nonostante tenta comunque, almeno in via di principio, di ricostruire il passato nella maniera meno approssimativa possibile, mossa da una indiscutibile esigenza di verità, laddove la memoria culturale guarda al passato dall’ottica del presente ed è quindi sempre condizionata da interessi ed esigenze estranee alla genuina ricerca storica.

Ecco spiegato perché “nel corso del Medioevo, la figura di Giuliano fu oggetto di ostile propaganda e di insindacabile condanna, mentre non pochi considerarono questo Imperatore romano una prefigurazione dell’Anticristo apocalittico” (p. 88). Un’epoca profondamente permeata dei valori cattolici poteva forse restituirci un’immagine storicamente fedele di uno dei grandi avversari della Chiesa? Al contrario “nel clima razionalistico e anticlericale del XVIII secolo, Giuliano tornò a beneficiare di appassionata considerazione presso alcuni illuministi” (p. 89), a partire da Voltaire, mentre “fu in parte dimenticato durante il romanticismo” (p. 90).

Insomma ogni epoca ha avuto il ‘suo’ Giuliano, ed è pertanto condivisibile quanto scritto da Indelli, e cioè che “fino al XIX secolo si può affermare che ciascuna epoca ha provato l’esigenza non di disporre della fisionomia propria di Giuliano, ma di appropriarsi di una effige di questi, configurata secondo la stimmung del tempo che quell’esigenza nutriva” (p. 90). Inutile aggiungere che L’imperatore Giuliano e la nostalgia degli Dei va non nella direzione della memoria culturale, della vuota suggestione, dell’agiografia o della condanna ma della, quanto più rigorosa possibile, ricostruzione storica.

Giovanni Damiano 

*L’articolo dal titolo “Apostata o rivoluzionario? Giuliano tra mito e storiografia”, a cura dell’autore del saggio in questione, è stato pubblicato sul numero cartaceo di dicembre del Primato Nazionale

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