Wladimir_Majakowski-960x420Roma, 14 dic – Torino, 17 agosto 1950. Prima di darsi la morte, ingerendo dieci bustine di sonnifero in una camera d’albergo, lo scrittore Cesare Pavese, quarantadue anni, scrive sulla prima pagina del suo libro “Dialoghi con Leucò” queste parole di congedo: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Ma quali pettegolezzi c’erano da fare sulla vita di un intellettuale, aureolato dal successo letterario (proprio quell’anno con “La luna e i falò” aveva conquistato il Premio Strega) ma angosciato dalla solitudine? Forse, un chiacchiericcio, melenso e malsano, sullo “sfigato” che soffriva di disamore e che dal disamore era stato ammazzato? È possibile. C’è da dubitare che lo stesso discorso possa essere fatto per il trentasettenne Vladimir Majakowskij, il poeta/ profeta alfiere del futurismo russo, il bel tenebroso dai muscoli possenti, il maschio barbaro, sfrontato ed arrogante, che si uccide sparandosi al cuore nel suo studio a Mosca il 14 aprile 1930. Eppure, nell’”incipit” del suo biglietto, indirizzato “a tutti”, si legge: “Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi. Il defunto li odiava”.

È un fatto che la storia della sua morte- chi e che cosa c’era “dietro”, che cosa c’era “dentro” Majakosvskij, chi, tra quanti lo conoscevano raccontarono la verità, in che modo le autorità inquirenti ricostruirono l’evento, come la notizia fu data, come reagirono gli intellettuali, amici o nemici che fossero, come la tragica fine del più scomodo poeta bolscevico si impresse nell’immaginario collettivo, quali ipotesi oggi possiamo fare ecc. ecc.- resta un bel mistero. Ci si è addentrata Serena Vitale, con la ben nota competenza di studiosa del mondo slavo, attingendo ad una ricca messe di documenti che non sciolgono dubbi e contraddizioni ma “fanno pensare” grazie ai dati che assemblano e alle mille suggestioni che trasmettono (Il defuntodefunto odiava i pettegolezzi, Adelphi, pp. 284, euro 19). Tanti i nodi da sciogliere. Che cosa successe davvero la mattina del 14 aprile nella stanzetta di una “komunalka” dove Vladimir –corporatura gigantesca, grande volto espressivo, mento pronunciato terribile forza dello sguardo, voce da basso, di un bel timbro metallico- era da poco arrivato, in compagnia della giovane e bellissima attrice Veronika Polonskaja?

Di sicuro, lei, sposata, era la sua amante: ma in una coppia c’è sempre chi ama di più e chi ama di meno, chi è in cerca di “assoluti” ed ha bisogno di essere continuamente rassicurato e chi invece non è disposto a impegnarsi “da qui all’eternità”. Sappiamo che a presentare Veronika a Vladimir erano stati due grandi amici del poeta, Lili ed Osip Brik, una coppia trasgressiva di anarco-comunisti in cui né lei né lui si ponevano il problema della fedeltà. Quindi Vladimir andava a letto anche con Lili che pure era “innamorata” del marito. Ed entrambi erano molto affezionati al nostro altero giovanotto, famoso per le sue pose monumentali e la maniera con cui contemplava il mondo dall’alto il basso. Dunque, Lili ed Osip avevano, per dir così, “organizzato” l’incontro con Veronika, per far dimenticare al “maniaco sentimentale” Vladimir un’altra donna, Tat’ana Jakovleva, che il nostro voleva impalmare. Insomma, chiodo scaccia chiodo: forse una nuova relazione, meno impegnativa, poteva guarire quel ragazzaccio malato d’amore. E invece? E invece cosa successe la mattina del 14 aprile? Ma poi Vladimir si uccise davvero per amore? No, forse no.

Perché, anche se lui credeva nella Rivoluzione, i rapporti col Partito erano tempestosi: e a che vale proclamarsi “comunista”, se ti comporti come un piccolo borghese anarcoide? Perché nelle file degli intellettuali conformisti, degli occhiuti burocrati, degli inquisitori di regime il “personaggio” non andava a genio a nessuno, anche se Vladimir, “tipico intellettuale declassato” per tanti malmostosi “colleghi”, cercava disperatamente di riconquistare la fiducia delle (detestate) autorità costituite: addirittura, entrando a far parte della RAPP, “la Associazione russa degli scrittori proletari, potente e prepotente congrega di mastini a guardia dell’ortodossia ideologica”. Perché (forse) era ammalato di sifilide. Perché (forse) aveva troppe tasse da pagare. Perché, e questo era un dato sicuro per i suoi detrattori, ormai come poeta era finito, era diventato un parnassiano decadente, non aveva più nulla da dire, copiava se stesso, esagerando, e si rendeva ridicolo. Ecco: si era ammazzato per imporre la sua presenza/assenza sulla scena. Ma si era ammazzato davvero? Oppure… Insomma, pettegolezzi a non finire per un uomo che odiava i pettegolezzi.

Mario Bernardi Guardi

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