luciano gallino
Si è spento oggi Luciano Gallino, sociologo e professore all’università di Torino. Celebri i suoi scritti contro la precarietà e la globalizzazione.

Torino, 8 nov – Si è spento oggi, al termine di una lunga malattia, Luciano Gallino. Sociologo e professore all’università di Torino, aveva 88 anni.

Inizia la sua carriera all’Olivetti di Ivrea, presso l’Ufficio Studi Relazioni Sociali, chiamato nel 1956 direttamente da Adriano, il figlio del fondatore. L’Olivetti dell’epoca – prima del devastante arrivo di De Benedetti – era non solo un’azienda ma un vero e proprio laboratorio. Politico e sociale, dove concetti come “capitale umano” e “cultura aziendale” erano tradotti nella pratica prima che assumessero quelle denominazioni, divenendo materia di studi da replicare, dunque banalizzare, su larga scala.

La “fucina” Olivetti fu, per Luciano Gallino, una straordinaria esperienza formativa. Un trampolino di lancio che lo proiettò verso il mondo dell’insegnamento: dopo la libera docenza in sociologia divenne professore all’università di Torino, dove rimase fino alla morte.

Dopo una proficua carriera come saggista su temi strettamente sociologici, dalla fine degli anni novanta la sua produzione si è concentrata sui temi della globalizzazione, dell’industria, della finanza e del lavoro. Fra i lavori più celebri, “Il lavoro non è una merce”, saggio sulle dinamiche che portano all’iperflessibilità, e “La scomparsa dell’Italia industriale”, racconto disincantato sulla progressiva deindustrializzazione nazionale. Le sue analisi, accanto ad una necessaria pars destruens, contenevano una pars costruens la quale, in realtà, spesso non era all’altezza delle aspettative. In ciò tradiva l’impostazione pur anti-globalizzazione ma comunque globalista, tipica di una certa parte politica: Luciano Gallino non ha mai nascosto di schierarsi (l’ultima volta alle politiche 2013) dalle parti di Sel.

Fra le più recenti prese di posizione di Gallino, quelle contro Unione Europea ed Euro: “Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea”, scrive, in una sorta di testamento, ne “Il denaro, il debito e la doppia crisi”, suo ultimo libro, appena uscito. Un saggio nel quale Luciano Gallino cambia opinione rispetto a quella portata avanti fino a poco tempo fa, per cui la questione non era da individuare nell’Ue o nella moneta unica, ma banalmente nel fatto che la Bce non fosse prestatore di ultima istanza agli Stati nazionali. Convinzione che, di fronte all’avanzata del verbo (perché di unica religione possibile si parla dalle parti di Bruxelles) neoliberista, ad esempio sulla gestione usuraia della crisi greca, è venuta evidentemente a cadere. Rimanendo invece ben salda nella coscienza – questa sì, davvero “di sinistra” – di coloro che si atteggiano a suoi discepoli e che oggi piangono lacrime di circostanza.

Filippo Burla

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