Parigi, 16 feb – C’era una volta, in quel di Parigi, il vecchio ”Musée des Colonies”, ovvero il museo ospitante le opere i manufatti dell’impero coloniale francese.  Inaugurato nel 1931 nel bellissimo palazzo art déco Palais de la Porte-Dorée per la grande esposizione coloniale, recava il motto ” alla Francia colonizzatrice e civilizzatrice”.

Dopo aver cambiato nome in “Museo nazionale delle Arti di Africa e dell’Oceania”, nel 2002 il museo fu messo in cantiere dall’ex presidente Jacques Chirac. L’idea era quella di creare un luogo per raccontare la nuova Francia meticcia e santificare le masse di immigrati in un paese in crisi d’identità. Nacque così, dopo ben 15 anni di lavori, il museo dell’immigrazione, al secolo Museo della Storia e dell’Immigrazione di Parigi.

Ecco quindi sorgere mostre temporanee e percorsi espositivi con cui romanzare il melting pot e propagandare lo ius soli: vestiti, documenti, lettere, foto e oggettistica varia appartenuta a migranti e clandestini sono venerati ed esposti nelle teche che precedentemente ospitavano manufatti antichi e vere opere d’arte. Le esposizioni vogliono raccontare come chiunque risieda in Francia possa essere francese a tutti gli effetti.

L’idea, infatti, fu quella di cancellare il tradizionale museo etnografico, considerato oramai razzista e politicamente scorretto, e rimpiazzarlo con la spettacolarizzazione dello sradicamento umano. Esperimento museale che negli ultimi anni cerca di inseguire il Mudec di Milano.

L’ipocrisia parigina sta nell’aver voluto cancellare il passato coloniale senza però rendere alcun pezzo della vecchia collezione ai paesi d’origine. Il ricco ed esotico tesoro fu semplicemente spostato al Musée du quai Branly – Jacques-Chirac. Decine e decine di sculture, armi, oggetti, manufatti, gioielli e altro ancora provenienti da tutte l’Africa, dall’Oceania, dalle Indie e dalle Americhe. Collezioni che compongono un vero e proprio museo etnografico sono state semplicemente decontestualizzate dal loro luogo museale d’origine per lavare la coscienza della Parigi bene. Il cattivo colonialismo europeo resta un tabù, ma la possibilità di donare anche solo qualche pezzo ai musei dell’Algeria o delle Antille non è passata minimamente per la testa di Chirac allora, tantomeno di Macron oggi. La retorico pietista ed auto-razzista è molto più semplice perché non costa nulla di concreto.

Ad oggi il museo dell’immigrazione di Parigi registra un’abbondante crescita nelle, complice sicuramente l’organizzazione sistematiche di visite per migliaia di classi di tutte le scuole della Francia. Un modo più che efficace per sollevare i numeri e allo stesso tempo tentare di condizionare l’opinione politica e sociale dei giovani. La nascita del museo vide perfino le dimissioni di otto storici all’origine del progetto, date in segno di protesta per la creazione di un ministero dell’immigrazione da parte dell’ex presidente Sarkozy.

Morale? Parigi dovrebbe restituire tutte le opere presenti in Francia frutto del colonialismo? Certo che no: per lo stesso principio, allora, Roma dovrebbe rendere gli obelischi all’Egitto e gli Ungheresi pagare i danni di guerra all’Italia per le invasioni di Attila. La storia è la storia, e cercare di manipolarla o piegarla alle esigenze passeggere della contemporaneità è qualcosa di estremamente ipocrita.

La Francia tenga pure le maschere senegalesi e le sculture indonesiane, le esponga con orgoglio senza troppi sofismi e autocommiserazioni, ma soprattutto non faccia la morale ai proprio antenati, o peggio ancora a quelli delle altre nazioni.

Alberto Tosi

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2 Commenti

  1. L’ipocrisia del parigino medio (nota bene: NON del francese) si esprime perfettamente nel ghigno falso e nell’arroganza dell’orribile depravato Macron.

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