Roma, 25 apr – Nel 1944, quando la sconfitta delle forze dell’Asse inizia ad apparire all’orizzonte nonostante le ultime speranze riposte nelle Wunderwaffen tedesche, Mussolini comincia a pensare di lasciare la socializzazione in eredità al Partito socialista. Nasce l’idea di creare un ponte tra il fascismo repubblicano e le forze socialiste dell’antifascismo, che abbia come pietra angolare il trinomio “Italia, Repubblica, Socializzazione”. Principali auspici di tale iniziativa, sono, oltre allo stesso Duce, Carlo Silvestri ed Edmondo Cione.

Carlo Silvestri, con lo pseudonimo di Giramondo, dalle colonne del Corriere della Sera, partendo dall’analisi del fallito sciopero generale del primo marzo 1944, lancia l’idea di una pacificazione «al di sopra delle baionette straniere», tra quegli italiani che rifiutano la guerra civile e che vogliono costruire un futuro socialista per la loro Patria.

La svolta della Rsi mise in difficoltà i comunisti

Giramondo vuole dimostrare che lo sciopero generale fa parte di un disegno predisposto da inglesi e americani, allo lo scopo di scatenare la feroce reazione tedesca contro le masse operaie per demonizzare il governo mussoliniano. Con i suoi articoli, Silvestri vuole demolire l’immagine degli Alleati all’interno della classe operaia, che con la socializzazione ha appena ottenuto il diritto di compartecipare alla gestione delle fabbriche. Infatti, i caporioni antifascisti, soprattutto comunisti, presi alla sprovvista dalla svolta socialista della Repubblica, cercano di sabotare in tutti i modi la nuova politica sociale.

Accanto a loro ci sono anche gli industriali, che, allarmati dalla socializzazione delle imprese, cominciamo a finanziare i vari comitati di liberazione nazionale; prendere contatti con gli uomini della City e di Wall Street; e inciuciare con le autorità germaniche che, come scrive Silvestri, «hanno una mentalità capitalistica e non vogliono l’esempio italiano di cui temono il contagio», in ciò supportate dai fascisti intransigenti.

L’appello di Mussolini al proletariato

Lo stesso Mussolini si rivolge ai lavoratori subito dopo lo sciopero generale: «Una minoranza di fanatici in buona fede si muove e si agita in mezzo a voi e mentre crede di essere al servizio di grandi ideali di umana giustizia, serve in realtà una sola causa; quella dei nemici del nostro Paese». E ancora: «Non basta alle capitali nemiche l’olocausto quotidiano delle centinaia di italiani massacrati dai bombardamenti della Raf e dell’aviazione statunitense. L’ordine è categorico. Ci vogliono dei cadaveri, molti cadaveri, cadaveri di italiani che si siano ammazzati tra loro, cadaveri di soldati repubblicani, di soldati germanici, di dirigenti fascisti repubblicani “giustiziati” (secondo la formula degli assassini di Londra) con l’unico scopo di provocare uccisioni di rappresaglia che facciano strage di voi, o lavoratori, o compagni, che siete rimasti fedeli (e nessuno ve ne contesta il diritto) a particolari ideologie». «Un bagno di sangue tra italiani è il loro ideale, tanto sangue da formare un lago, tanto sangue da poter riempire, e renderlo così inguadabile il fossato che essi vorrebbero scavare tra il Governo della Repubblica Sociale e il proletariato, quel proletariato che ha ora nella Repubblica il suo più sicuro presidio».

A sviluppare il progetto di una sorta di “ponte” tra fascismo e antifascismo è anche Edmondo Cione, filosofo partenopeo già beniamino di Benedetto Croce. Cione è il leader del “Centro nazionale italiano di studi sociali”, nato con il fine di «studiare i problemi della rivoluzione sociale in atto nella Repubblica Sociale Italiana e nei diversi Paesi; diffondere la conoscenza ai cittadini dei problemi sociali tra la massa lavoratrice, in modo da affrettare il superamento dell’economia capitalistica e l’avvento della nuova civiltà del lavoro; concorrere a preparare, con discussioni e attività culturale varia, i quadri direttivi del nuovo Stato del Lavoro». Collaboratori sono sia antifascisti, come Gabriele Vigorelli, sia fascisti socializzatori come il giornalista Ugo Manunta che vuole costruire il «nuovo Stato sociale repubblicano, in cui il lavoro non dovrà essere più succube del capitale, ma forza direttrice e dominante di una società rinnovata dalle fondamenta».

Il Cniss, dunque si fa promotore del progetto, e inizia ad aggregare intorno a sé tutti coloro che si riconoscono nel trinomio “Italia, Repubblica, Socializzazione”.

Alle riunioni s’incontrano personaggi come Gastone Gorrieri, capo ufficio stampa della “Muti”, Pulvio Zocchi, vecchio sindacalista rivoluzionario, antifascisti del calibro di Gabriele Vigorelli, stretto collaboratore di Corrado Bonfantini, socialista capo delle brigate “Matteotti” e Germinale Concordia, ispiratore della “Lega dei consigli rivoluzionari”, che si oppone al Cnl ritenuto compromesso con la monarchia. La “Lega” nasce dall’incontro degli anarchici milanesi con la “Colonna mista” dello stesso Concordia, come struttura di collegamento tra i vari consigli clandestini nati nelle fabbriche e nella società civile, e con l’intenzione di creare un’alleanza militare tra i socialisti delle opposte fazioni. Lo scopo è quello di, prima dell’arrivo degli Alleati, prendere il controllo dello Stato per mantenere l’ordine pubblico, costituire un Governo provvisorio e convocare l’assemblea costituente che dichiari decaduta la monarchia e proclami la Rsi.

La crisi del Governo Bonomi al sud, con la fuoriuscita dall’esecutivo, il 12 dicembre del 1944, del Psiup e del Partito d’Azione, viene interpretata dai socializzatori come la rottura delle forze anticapitaliste e repubblicane dell’antifascismo con quelle liberiste e monarchiche. Mussolini cerca quindi di accelerare la realizzazione del progetto “ponte”, dando il via libera alla nascita del “Raggruppamento nazionale repubblicano socialista”, guidato da Cione e sostenuto da Vittorio Mussolini.

I battaglioni del popolo

Tutto questo fermento deve portare alla creazione dei “battaglioni del popolo”, costituiti da elementi della Guardia nazionale repubblicana e della “Muti”, per parte fascista, e partigiani delle formazioni “Matteotti”, per parte antifascista, in modo da salvaguardare la legislazione sociale della Rsi e consegnare l’Italia alle forze socialiste della Resistenza, evitando che la Patria cada in mano ai liberisti o ai comunisti. Mussolini vuole consegnare ai suoi successori un partito rivoluzionario, il Pfr, e migliaia di giovani «nettamente anticapitalisti» militanti nelle varie milizie fasciste.

Il Duce confida a Silvestri il 22 aprile del 1945: «Che tutto questo succeda o non succeda dipende dall’atteggiamento dei socialisti, dei repubblicani, delle forze di sinistra del Cnlai. Se la soluzione sarà di destra, monarchica, conservatrice, la responsabilità spetta ai dirigenti del Partito socialista di unità proletaria. Contro questa soluzione noi ci batteremo con tutte le nostre forze. Ho ancora una notevole forza nelle mani. I socialisti vogliono la soluzione rivoluzionaria e antiborghese o vogliono liquidarsi moralmente e politicamente assecondando il gioco dei miei nemici e dei loro peggiori nemici? Essi si assumeranno la responsabilità della guerra civile combattuta tra italiani, essi respingeranno la collaborazione di giovani combattenti che domani con armi e bagagli potranno passare senz’altro al Partito socialista, elementi di punta della rivoluzione. Tutto è possibile in Italia, anche questa enormità dei socialisti che saranno le “les vallets de chambre” del ritorno della monarchia e del capitalismo».

Il mattino del 24 aprile arriva il no dei socialisti.

Eriprando della Torre di Valsassina

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