Roma, 10 ott – Come disse giustamente Napoleone Bonaparte, la politique d’Etat est dans sa géographie, «la politica di Stato sta nella sua geografia». È partendo da questa citazione e da questo presupposto che il giornalista Marco Valle sviluppa il suo saggio sul Canale di Suez, che l’autore definisce come «un’arteria centrale del sistema mondo». Il volume è stato pubblicato in attesa del 2019, quando ricorrerà il 150° anniversario dell’inaugurazione dell’istmo (1869) la cui costruzione ha rivoluzionato gli assetti geopolitici del Mediterraneo. Antico sogno di faraoni e imperatori romani, il Canale di Suez è infatti diventato – a cavallo tra XIX e XX secolo – il simbolo dell’egemonia anglo-francese nel mare nostrum, fino a che Nasser, nel 1956, non lo nazionalizzerà per restituirlo alla sovranità dell’Egitto e del suo popolo.

Il saggio si intitola più precisamente Suez: il Canale, l’Egitto e l’Italia. Da Venezia a Cavour, da Mussolini a Mattei (Historica, pp. 332, € 22). In effetti Valle dedica molto spazio non solo alla storia della costruzione di questa fondamentale idrovia, ma anche al contributo fornito dagli italiani: dall’ingegnere trentino Luigi Negrelli, che stese il progetto realizzato poi in gran parte dall’imprenditore e diplomatico francese Ferdinando de Lesseps, passando per Benito Mussolini, che lì intendeva «spezzare il giogo che ci soffoca nel nostro mare», fino a Enrico Mattei, il quale sfidò insieme a Nasser lo strapotere delle sette sorelle. Centrale nel libro di Valle, in effetti, è il ruolo centrale del canale come crocevia di interessi economici, intrighi politici, mire coloniali.

Marco Valle e la copertina della sua ultima opera

In questo senso, il lavoro di Valle ricorda a tratti l’impostazione della «storia strutturale» di Fernand Braudel, autore di una memorabile opera sul Mediterraneo, visto come scenario privilegiato della lotta tra le potenze europee e come protagonista dei mutamenti epocali della nostra storia. Ed è proprio qui che emerge il messaggio ultimo dell’autore, che è poi un’esortazione al ritorno dell’impegno italiano in quella zona calda del mare nostrum, in quella rotta cruciale che unisce Europa, Africa e Asia. Di fronte alla penetrazione americana, inglese e francese, l’Italia ha infatti il dovere di non rimanere a guardare, ma di tornare a svolgere il suo ruolo di protagonista della storia.

Gabriele Costa

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