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Mutti: “Nell’Islam c’è una guerra e gli estremisti fanno il gioco degli Usa”

by Adriano Scianca
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muttiRoma, 26 ott – Uno scontro di civiltà fra Occidente e Islam? Macché, il conflitto attualmente in corso è (soprattutto) interno al mondo musulmano stesso. Ne è convinto Claudio Mutti, direttore della rivista Eurasia, che dedica nell’ultimo numero un dossier a “La guerra civile islamica”. E in questo scontro le fazioni apparentemente più agguerrite (salafiti e wahhabiti) sono proprio quelle che hanno legami storici con le forze dell’Occidente.

Professor Mutti, l’ultimo editoriale di “Eurasia”, la rivista di geopolitica che lei dirige, si intitola “La guerra civile islamica”. Chi sono gli attori di questo conflitto interno alla religione musulmana e qual è la posta in gioco?

L’espressione “guerra civile islamica” usata nell’editoriale del trentanovesimo numero di “Eurasia” deve essere intesa lato sensu, poiché quello attualmente in corso non è propriamente un conflitto in cui si scontrano i cittadini di un medesimo Stato, anche se non mancano casi di vera e propria guerra civile; trattandosi invece di un conflitto che contrappone Stati, istituzioni, correnti, gruppi appartenenti al mondo musulmano, sarebbe più esatto parlare di “guerra intraislamica”. Lo scontro in questione deve essere fatto risalire al tentativo, messo in atto da forze storicamente complici dell’Occidente britannico e statunitense, di instaurare la loro egemonia nel mondo musulmano. Grazie anche ai petrodollari di cui possono disporre, queste forze, che sul piano ideologico si esprimono (soprattutto ma non soltanto) nelle deviazioni wahhabita e salafita, esercitano la loro influenza su una parte considerevole della comunità dei credenti. Questo tentativo egemonico, oltre ad incontrare le renitenze dell’Islam tradizionale, ha suscitato a lungo la forte opposizione del nasserismo (fino a Gheddafi) e delle correnti rivoluzionarie. Oggi il suo ostacolo principale è rappresentato dall’Islam sciita. Di qui il feroce settarismo antisciita che anima le correnti eterodosse e che, purtroppo, si è esteso anche ad ambienti dell’Islam che in teoria dovevano restarne esenti.

L’intervento russo in Siria sembra aver cambiato le sorti del conflitto. Crede che sia possibile, per Assad, tornare alla situazione pre-bellica o ormai una quota del suo potere e della sua sovranità può dirsi comunque persa per sempre?

Il governo siriano, che tutti davano ormai per spacciato, è riuscito a

epa03197937 Egyptian protesters shout slogans during a protest in Tahrir Square, Cairo, Egypt, 27 April 2012. Media reports state that hundreds of Egyptians held a demonstration to protest a decision to allow Ahmed Shafik, who was appointed premier in Mubaraks final days in power, to run in presidential election next month. Supporters of Salah Abu Ismail, a populist Salafist, joined the demonstration to protest his exclusion from the presidential race. EPA/KHALED ELFIQI

sopravvivere ad un’aggressione e ad una guerra civile durate più di quattro anni. L’alleanza eurasiatica di Siria, Iran, Hezbollah e Russia ha prevalso sullo schieramento occidentale e sul sedicente “Stato Islamico” che quest’ultimo ha ideato, finanziato, armato e addestrato. Si tratta della prima sconfitta geopolitica inflitta agli Stati Uniti ed ai loro satelliti dopo la fine della guerra fredda. In questo contesto, non credo che Assad debba temere una perdita del proprio potere, tant’è vero che il presidente siriano si dichiara pronto ad affrontare nuove elezioni presidenziali. Alcuni giorni fa, il 23 ottobre, dopo l’incontro con John Kerry e i ministri degli Esteri turco e saudita, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha smentito nel modo più categorico che durante i negoziati sulla crisi siriana i partecipanti abbiano affrontato il tema delle dimissioni del Presidente Assad. Poco prima, Dmitrij Trenin, direttore del Carnegie Center di Mosca, aveva detto che per Putin “Assad non è una vacca sacra” e che il suo unico interesse consiste nel “salvare lo Stato siriano, evitando che si smembri come è avvenuto in Libia o in Yemen”. Tuttavia un fatto è certo: la Russia ha considerevoli interessi geostrategici in Siria, un paese che da oltre quarant’anni è suo alleato ed ospita a Tartus l’unica base mediterranea della Marina russa. Non solo, ma i Russi hanno costruito una base aerea ad Al-Ladhiqiyah (Laodicea), che è una roccaforte di Assad. Non credo perciò che la Russia voglia creare a Damasco le condizioni per un vuoto di potere, che darebbe modo agli alleati degli USA di soffiare nuovamente sul fuoco del terrorismo.

In questi giorni la situazione sta tornando calda anche nei territori palestinesi. Perché proprio ora si torna sull’orlo di una “terza Intifada”? È un fenomeno che può in qualche modo essere inquadrato nello sconvolgimento generale dell’area?
La “terza Intifada”, la cosiddetta “Intifada dei coltelli”, è una grande occasione per l’asse russo-iraniano, la cui linea strategica può aprire prospettive di vittoria alla causa palestinese. Spazzando via la mostruosità rappresentata dal sedicente “Stato Islamico” e garantendo la sicurezza della Repubblica Araba di Siria, l’asse russo-iraniano otterrà infatti il risultato di modificare radicalmente la situazione del Vicino Oriente. In conseguenza di ciò, il ruolo degli Stati Uniti nella regione risulterà fortemente ridimensionato e quindi anche l’egemonia dell’entità sionista sarà messa in discussione. Se l’alleanza russo-iraniana vorrà spingere fino in fondo l’azione svolta fino a questo momento, essa dovrà sostenere in maniera decisiva la lotta del popolo palestinese; ma i dirigenti palestinesi dovranno a loro volta rescindere i legami con quei governi della regione che sostengono la presenza statunitense e sono complici del regime d’occupazione sionista.

Qual è il rapporto delle correnti wahhabite e salafite con la religione islamica? Ne rappresentano un’estremizzazione o un pervertimento? E quale, invece, il loro legame con l’Occidente anglo-americano?

I movimenti wahhabita e salafita, benché nati in luoghi e in circostanze storiche differenti, dichiarano entrambi di lottare per uno scopo sostanzialmente identico: riportare l’Islam a quello che esso era, almeno secondo l’immaginazione dei loro seguaci, all’epoca delle prime generazioni di musulmani. Queste correnti respingono sia il magistero spirituale esercitato dai maestri delle confraternite sufiche, sia le norme della Legge sacra (sciaria) elaborate dalle scuole giuridiche tradizionali (sunnite e sciite). La loro interpretazione del Corano e della Sunna profetica (uniche fonti di dottrina che esse riconoscono) è caratterizzata da un ottuso letteralismo antispirituale che non rifugge nemmeno dall’antropomorfismo.
Fin dai loro esordi, questi movimenti eterodossi e settari hanno agito in connivenza con la Gran Bretagna, rendendosi strumenti dei suoi piani di dominio nel mondo musulmano. Il fondatore del movimento salafita, Al-Afghani, iniziato alla massoneria in una loggia di rito scozzese del Cairo, fece entrare nell’organizzazione liberomuratoria gl’intellettuali della sua cerchia, tra cui Muhammad ‘Abduh, che nel 1899 diventò muftì dell’Egitto col placet degl’Inglesi. Lord Cromer, uno dei principali artefici dell’imperialismo britannico, definì i seguaci di Muhammad ‘Abduh come “i naturali alleati del riformatore occidentale”.
Quanto ai wahhabiti, Ibn Sa‘ud venne patrocinato dalla Gran Bretagna, che nel 1915 fu l’unico Stato al mondo ad instaurare relazioni ufficiali col Sultanato wahhabita del Nagd e nel 1927 riconobbe il nuovo regno wahhabita del Hegiaz e del Nagd. Consigliere di Ibn Sa‘ud fu Harry Philby, l’organizzatore della rivolta araba antiottomana, il medesimo che caldeggiò presso Churchill, il barone Rothschild e Weizmann il progetto di una monarchia saudita incaricata di controllare per conto dell’Inghilterra la via delle Indie. Al patrocinio britannico si sostituì poi quello statunitense; se già nel 1933 la monarchia saudita aveva dato in concessione alla Standard Oil il monopolio dello sfruttamento petrolifero e nel 1934 aveva concesso a un’altra compagnia americana il monopolio dell’estrazione dell’oro, il 1 marzo 1945 il re wahhabita sigillò la nuova alleanza con gli USA incontrando Roosevelt a bordo della Quincy.
I due recenti premi Nobel per la Pace e per la Letteratura hanno notevoli implicazioni geopolitiche. Può dirci un suo commento?

Occorre tener presente che il Premio Nobel non è affatto un’istituzione neutrale e libera da condizionamenti politici. Il Nobel per la Pace, in particolare, è stato più volte assegnato a personalità della politica, della cultura e anche della religione che hanno servito gl’interessi degli Stati Uniti d’America o del regime sionista, magari mediante la sovversione, la propaganda menzognera, l’azione terroristica e l’aggressione militare contro altri paesi. Mi limito a citare alcuni nomi, sui quali non è necessario fare alcun commento: Woodrow Wilson, Henry Kissinger, Menachem Begin, Lech Walesa, Elie Wiesel, il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, Gorbacev, Aung San Suu Kyi, Shimon Peres, Yitzhak Rabin, Barack Obama. Quest’anno il Nobel per la Pace è stato assegnato al cosiddetto Quartetto per il dialogo nazionale tunisino, come riconoscimento del suo “decisivo contributo alla costruzione di una democrazia pluralista in Tunisia sulla scia della Rivoluzione dei Gelsomini del 2011”. Insomma, è stata premiata la cosiddetta “Primavera araba”, ossia il vasto movimento di destabilizzazione che la “strategia del caos” ha favorito sulle sponde meridionale ed orientale del Mediterraneo. Significato analogo riveste anche la decisione di assegnare il Nobel per la Letteratura ad una giornalista su cui grava l’accusa infamante di essere un’agente della CIA.

a cura di Adriano Scianca

 

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