Difesa NatoRoma, 15 mar – “Ce lo chiede l’Europa!”. Quante volte abbiamo sentito questa frase in riferimento ai tagli alla spesa pubblica, alla svendita delle nostre eccellenze nazionali per fare cassa, alle famigerate leggi sulla produzione agroalimentare che hanno travolto i produttori di casa nostra, alla revisione dei conti che ha portato a tutte quelle “riforme” che hanno causato esodati e gettato quasi sul lastrico un’intera classe sociale: il ceto medio italiano. Ora è un’Europa diversa a darci un diktat: la Nato ha chiesto ai suoi Paesi membri di aumentare la percentuale di spesa pubblica destinata alla Difesa, ma il nostro Governo sembra sordo a questo richiamo.

Durante il vertice Nato tenutosi in Galles lo scorso settembre il Segretario Generale, Jens Stoltenberg, ha annunciato che cinque paesi membri (Usa, Uk, Polonia, Estonia e Grecia) hanno raggiunto e superato la soglia del 2% del Pil destinato alla Difesa, ed altri, Francia e Germania in particolare, lo faranno a breve. Il caso tedesco è particolarmente indicativo del mutare della politica europea in merito agli armamenti: Berlino infatti ha quasi raddoppiato le spese annuali destinate al comparto difesa, che passano dai 5 miliardi annui a 8,6 in un periodo di quindici anni per un totale di 130 miliardi di euro. La Francia a breve farà altrettanto. Quello che è interessante notare è che non si tratta di spese “una tantum” ma di un vero e proprio piano strutturale di lungo termine che vede coinvolti anche Paesi che sono stati particolarmente colpiti dalla recente crisi economica come la Grecia: in particolare 23 dei 28 paesi dell’Alleanza Atlantica hanno aumentato la quota di spesa dedicata al procurement militare, ovvero le procedure di approvvigionamento e di gestione dei programmi militari di armamento condotte dagli Stati attraverso propri organi di competenza, che passa dal 17,4% dello scorso anno al 19,7%. Un bel salto in avanti. Il motivo di questa nuova “corsa agli armamenti” è il mutato quadro geopolitico mondiale, più volte analizzato sulle pagine di questo giornale, che vede sia la presenza del Califfato alle porte dell’Europa (in Libia), che il riaffacciarsi sulla scena di vecchie potenze come la Russia, percepita da alcuni Paesi membri della Nato (quelli dell’est con in testa la Polonia e gli Usa soprattutto) come una minaccia.

L’Italia, manco a dirlo, è rimasta sorda, per il momento, a quest’appello: siamo il Paese che ha il maggior record negativo dei tagli al comparto Difesa che a malapena arriva allo 0,9% del Pil. Difesa che è sempre stata vista, sia dai governi di centrodestra che di centrosinistra, come un serbatoio cui attingere per rintuzzare i buchi del bilancio statale; bilancio che però viene utilizzato, ad esempio, per il mantenimento della massa di immigrati che in questi due anni è arrivata nel nostro Paese: circa 290 mila persone, 140 mila nel 2014 e 150 mila nel 2015. Se, da un lato, è sacrosanto accogliere chi gode dello status di profugo, dall’altro risulta assurdo mantenere chi ha raggiunto le nostre coste per una questione “economica”. Non ci sono dati su quanti di questi abbiano lasciato l’Italia nei due anni passati, ipotizziamo, ad essere ottimisti, 50mila persone, pertanto restano circa 240mila immigrati per il cui mantenimento, ogni giorno, lo Stato devolve una media di 35 euro a persona; facendo un rapido calcolo approssimato per difetto si tratta di circa 3 miliardi di euro l’anno. Una cifra enorme che potrebbe essere devoluta proprio per il miglioramento del comparto Difesa come richiesto dalla Nato. Difesa che meriterebbe di ricevere più fondi per tutta una serie di motivi. Sicuramente la Russia per noi non risulta essere una minaccia, anzi, i nostri interessi strategici ed energetici collimano molto più con Mosca che con Washington, ad essere una minaccia è l’Isis, che essendosi stabilizzato in Libia, si può considerare essere alle porte di Roma. Dal punto di vista pratico c’è da considerare che l’Italia è anche impegnata in una serie di missioni internazionali che mettono a dura prova l’usura di uomini e mezzi: Iraq, Atalanta, Libano ecc. Qui occorre anche capire quale sia l’effettivo tornaconto del mantenimento di certe operazioni militari: come abbiamo già avuto modo di dire, non vediamo la necessità di inviare truppe in Iraq per la difesa di Mosul, e tantomeno tenere impegnato un così elevato numero di truppe in Libano, dove le regole di ingaggio ne fanno più un bersaglio che un deterrente. Sembra quindi mancare una chiara visione strategica a questo esecutivo, ed ai precedenti ad onore del vero, sull’utilizzo della nostre Forze Armate in chiave internazionale, ed i continui tentennamenti, alcuni anche sensati, in merito allintervento in Libia ne sono la chiara dimostrazione: se si vuole avere un ruolo di guida in quella futura missione, occorre seriamente pensare a come effettuarlo considerando le forze disponibili, la catena di comando e soprattutto il lavoro di intelligence in loco, e forse l’invio di cinquanta incursori del “Col Moschin” potrebbe essere visto proprio in questo senso.

Quello che ci auguriamo è che si capisca che non solo i tempi sono mutati e quindi occorre avere un linguaggio diverso, più “militare” e meno “pacifista” come dimostrato da Francia e Inghilterra, ma che se davvero l’Italia vuole tornare ad essere protagonista, magari anche avendo una remota possibilità futura di uscire dalla Nato, occorre prima avere delle Forze Armate che, oltre ad avere programmi di rinnovamento ambiziosi sulla carta, abbiano tutti gli strumenti, soprattutto finanziari, per metterli in pratica. Vedremo mai quel giorno?

Paolo Mauri

Vuoi rimanere aggiornato su tutte le novità del Primato Nazionale?
Iscriviti alla nostra newsletter.

Anche noi odiamo lo spam.
Ti potrai disiscrivere in qualsiasi momento.

Commenti

commenti

7 Commenti

    • Per quello che c’è da fronteggiare in Libia, vanno ancora benissimo… se funzionassero. Il problema è che, operativi, ne abbiamo circa 30. Meno di una compagnia.

      • Sono d’accordo col mio omonimo: essendo la Libia un teatro dove il nostro Ariete non dovrà affrontare gli ultimi ritrovati bellici in fatto di Mbt, il carro va più che bene. Il problema è che operativi sono pochi. Le mie perplessità in merito alla situazione degli Mbt era stata già espressa in un precedente articolo (http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/forze-armate-italia-36990/) ma, come ho scritto, non siamo i soli in Europa e nel mondo ad avere ancora in linea un carro progettato ed entrato in servizio negli anni ’80, anzi tutt’altro!

      • Sig. Paolo Mauri

        In spirito tutt’ altro che polemico (al contrario, sono molto appassionato di argomenti militari e colgo con piacere la possibilità di approfondire un poco) ritengo il caso di fare un pochino di chiarezza:

        Il Carro MBT Ariete, non è comunque così obsoleto come vuole sostenere il precedente commentatore “Anonimo”; appartiene infatti alla generazione successiva al Carro Leopard 1, quindi – se vogliamo – alla medesima generazione dello MBT Statunitense “Abrams”, e del Tedesco “Leopard 2”.

        Lungi da me, sia chiaro, voler proporre un paragone assoluto tra i tre mezzi (anche se sono convinto che tutto sommato, il nostro Carro non sfigurerebbe poi così tanto). Ma è tanto per capirci. Insomma, non abbiamo affatto a che fare con un “catorcio”, ma con un mezzo che, seppure sicuramente non il più performante, se paragonato ai confratelli della medesima generazione, è senza dubbio in grado di surclassare – e senza patemi – i congeneri appartenenti alle generazioni antecedenti, tra cui gli affidabili (ma indubbiamente superati) T55 e T62 che, a quanto mi risulta, costituiscono ancora il grosso dei nemici che l’ Ariete potrebbe, e dovrebbe affrontare. Sarebbe anzi, credo, un ottimo ed interessante “banco di prova” pratico, visto che a quanto mi risulta, l’ Ariete non è mai stato impiegato in scontri campali veri e propri e quindi, le sue prestazioni reali non sono ancora state valutate appieno.

        A preoccuparmi, semmai – come dicevo prima, e come lei stesso conferma – è lo scarsissimo numero di mezzi di “pronto impiego” realmente presenti nell’ ambito delle Forze di Terra Italiane.

        In pratica, adesso come adesso, se dovessimo affrontare un combattimento imperniato sulle forze corazzate, disporremmo appena di un Plotone Carri, magari neppure completamente revisionati ed a punto.
        Roba da ridere, per non mettersi a piangere. Mi preoccupa inoltre il potenziale (e reale) livello di addestramento dei Carristi che dovrebbero pilotare e condurre alla battaglia questi mezzi, considerando oltretutto che – senza nessun disfattismo, è solo un’ apprezzamento tecnico basato sull’ esperienza reale – allo stato attuale la “Scuola Carrista” Italiana non è tra le più avanzate (ed il fatto stesso che la consistenza della nostra Forza Corazzata sia ridotta praticamente a zero, ne è a mio avviso la prova più eloquente).

      • Buongiorno,

        sì non ho affatto detto che sia un catorcio, ho detto che, al pari degli altri carri che ha citato, è obsolecente. Questo significa che la macchina è idonea ad alcune situazioni tattiche a seconda del livello degli avversari che si troverà di fronte: pertanto in uno scenario libico, dove, come ha detto lei giustamente, si troverà davanti carri come il T-62, rappresenterà un mezzo perfettamente idoneo all’impiego e “di avanguardia”, ma se rapportato alle ultime costruzioni russe (la piattaforma T-14 “Armata”) è sicuramente surclassato al pari dei suoi colleghi Abrams e Leopard II. Nel mio articolo lamentavo, infatti, la mancata nascita di una specifica europea di un nuovo MBT, e non sono l’unico ad avere questa preoccupazione.
        Saluti!

    • Penso che, almeno sotto il profilo strategico, se la caverebbe comunque meglio lui che non la Pinotti, la quale a mio avviso è una nullità. Al pari di altri ministri del presente governo, sia chiaro.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here