indexPadova, 8 mag – Padova come Milano, Bologna, Roma, Torino. Padova con i suoi magnifici scorci storici e i quartieri ancora devastati dai bombardamenti alleati. E pure una città in pieno boom economico, dove il capitalismo industriale inizia a macinare miliardi a spese degli operai e dove le università e i sindacati sono in agitazione, sollecitati dall’esempio vietnamita, guevarista e cinese. La politica intesa nella sua immediata urgenza oppositiva, conflittuale, finisce col provocare tutte le forze ribelli di quegli anni, a destra e a sinistra. Questo è il quadro in cui si muovono i protagonisti del libro Non ci sono innocenti, scritto da Anna K. Valerio e Silvia Valerio e da poco pubblicato per le Edizioni di Ar nella collana Il Cavallo alato.

Il romanzo narra la storia di un fascista padovano di nome Giulio, un avvocato che passa con disinvoltura dalla filosofia alla polvere da sparo, senza negarsi numerose avventure galanti. È nell’ambiente ottuso e nostalgico della destra padovana che si muovono Giulio e i suoi congiurati, intenzionati a spingere alle estreme conseguenze le debolezze e le contraddizioni del sistema uscito vittorioso dalla Seconda Guerra Mondiale. Per chiudere i conti con i vincitori una volta per sempre. In bilico tra Così parlò Zarathustra e il Che fare? la vicenda è tutta un vortice di tensioni pronte a scatenarsi, ma che nell’Italia dei chiacchieroni faticano a trovare esito concreto. L’intento, nichilista e romantico a un tempo, è quello di rompere gli schemi imposti e far convergere l’autentico ribellismo di rossi e neri sull’obiettivo comune, mirando a creare un caos sociale e politico in cui poter infiltrare un’azione rettificatrice. È in questo fermento di possibili avvicinamenti e azioni dimostrative che avanza l’ipotesi di un comunismo castrense, dorico, un platonismo rivoluzionario che unisca gerarchia e anticapitalismo.


Nel corso della storia la prosa vivida e agile delle autrici cala il lettore in una serie di situazioni che paiono sempre più corrispondere a un disegno dettato dai capricci della sorte più che dalla sola volontà degli uomini. Come se un guasto al motore dell’auto potesse voler dire un inascoltato “non più oltre”. Ma i congiurati, presi da un crescendo di contatti, progetti editoriali, collaborazioni più o meno serie e manifestazioni si trovano sempre più stretti nelle maglie del destino, che si farà infine pressante e inesorabile. Calarsi nel clima di piombo di fine anni ’60 è ormai esercizio arduo, specie per chi è nato diversi anni dopo. Non solo l’età anagrafica separa da quei frangenti, ma anche il contesto politico e sociale che nel corso del tempo ha visto una crescente impoliticizzazione a tutti i livelli e la vittoria assoluta della finanza sovranazionale su ogni altra autorità. Il lavoro di ricerca e realismo delle autrici è palpabile e dà vita a una città ricostruita con realismo nelle sue piazze, nei quartieri operai e nel tran-tran quotidiano. Il clima è quello dell’Italia democristiana e i colori sono quelli sbiaditi dei primi film a colori, dei poliziotteschi anni ’70, e allora Non ci sono innocenti potrà sembrare al lettore il ricordo anarchico e romantico – cioè rivolto all’origine – di una stagione di ribellione che terminò in una estenuante tregua. Un passato di cui ancora si percepiscono gli strascichi.

Il fatto che il romanzo sia a tutti gli effetti la prima biografia autorizzata di Franco Freda aggiunge alla narrazione un interesse storico di non secondaria importanza. La vicenda culturale delle Edizioni di Ar e del Gruppo originario è raccontata con gusto e l’entusiasmo della milizia culturale risulta spesso palpabile. I curiosi troveranno diversi spunti di interesse e potranno riconoscere in varie occasioni autori più o meno noti della destra radicale italiana ed episodi curiosi, come la conferenza pro-Palestina che si tenne a Padova di fronte a 500 persone. Non ci sono innocenti è un romanzo avventuroso, una storia di brigantaggio post-factum, in cui si alternano ribelli e letterati, comparse e burattini, amici e nemici.

Francesco Boco

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