partito democratico pciRoma, 31 mag – Va di moda oggi da parte di quella sinistra “intelligente”, e quindi “euroscettica” la critica serrata al Partito Democratico e della figura oramai archetipica del piddino, inteso come amalgama decerebrato di terzomondismo, buonismo, pacifismo, moralismo, giustizialismo, perbenismo, savianismo, eurismo, progressismo con una spruzzata -quanto basta- di radical-chicchismo altoborghese, persino quando sono insegnanti precari.

La questione fondamentale, però, è un’altra: come è noto il Partito Comunista Italiano, fin dai tempi di Berlinguer, ha gradualmente messo da parte la cosiddetta questione sociale, ovvero la difesa ed anzi la promozione dei diritti socioeconomici del lavoro subordinato, nel nome di altre parole d’ordine funzionali a giustificarne il cambio di casacca filo-atlantico:

1) Moralismo antipolitico (“questione morale”) che si riverbera oggi nell’insopportabile tendenza dei sinistroidi di sentirsi moralmente superiori a tutti gli altri;

2) Europeismo feroce, irrazionale, totalizzante, inteso ovviamente come semplice adesione ad un progetto di integrazione europea irrazionale ed antistorico;

3) Difesa dei cosiddetti “diritti civili”, ovvero di qualsivoglia istanza che una qualche minoranza si senta in diritto di rivendicare.

Ebbene: si trattò di tradimento? Dal punto di vista politico senza ombra di dubbio, ma dal punto di vista morale, con tutta probabilità, no. I comunisti, ovunque hanno preso il potere, si sono illusi che il modo migliore per raggiungere il tanto agognato comunismo –estinzione dello Stato, superamento della morale “borghese”, livellamento delle differenze- fosse il socialismo, che nella sua più intima essenza non è altro che la lotta contro l’infinita valorizzazione del capitale.

C’è qualcosa di strano in tutto questo, essendo il capitale, per definizione, senza patri e senza confini, il socialismo evidentemente deve possedere altre caratteristiche. Mentre la teoria parlava d’altro, dello Stato come strumento della “borghesia”, il socialismo si affermava necessariamente come carattere dello Stato nazionale sovrano, e si scopriva con rammarico che per esistere necessitava di esso.

Già Marx, nel “Manifesto del partito comunista” avvertiva che la lotta del proletariato contro la borghesia è innanzitutto una lotta di un determinato proletariato nazionale contro la propria borghesia per prendere il potere in un determinato Stato. Ma i grandi eroi e teorici del comunismo andarono molto oltre: Gramsci, Stalin, Mao, Guevara, Ho Chi Min, Kim Il Sung, Oxa, Ceausescu, Tito, avevano capito benissimo che il socialismo o è un attributo di uno Stato nazionale sovrano oppure non è nulla. Da qui, in tutti i regimi afferenti in qualche misura al cosiddetto “socialismo reale” di ispirazione marxista-leninista si orientarono molto velocemente verso forme di patriottismo a tratti persino sciovinistico, alla difesa dei valori della tradizione nazionale ed in alcuni casi persino della religione tradizionale.

Non è difficile capirne il motivo: il socialismo per esistere deve fondarsi su un atto di sovranità, e la sovranità per essere tale richiede un’identità forte che possa inverarsi politicamente in essa. I liberali possono essere tranquillamente cosmopoliti, e nei fatti lo sono, dato che il tipo di società che auspicano è atomizzata e trista.

Il comunismo ha quindi sempre vissuto in questa contraddizione insanabile, ovvero laddove era al potere assumeva un carattere patriottico, tradizionalista, identitario quasi, mentre laddove era all’opposizione, seppur fintamente come in Italia, poteva permettersi di continuare a cianciare di “internazionalismo proletario” e di “nazionalismo borghese” ed altre balle simili. E si vedono in effetti le differenze.

In Russia, tanto per fare un esempio, il Partito Comunista della Federazione Russa di Zjuganov, erede della a suo modo gloriosa tradizione bolscevica, ha tranquillamente gettato alle ortiche ogni forma di cosmopolitismo, si è aperto a pensatori eretici come Dugin ed ha elaborato una sorta di originale sintesi nazional-bolscevica che ha nella geopolitica e non più (principalmente) nella lotta di classe la sua chiave di lettura della realtà. Più Stalin e meno Trotzky, per intenderci.

Per quanto sia provocatorio, e lo è, ci assumiamo la responsabilità di una affermazione forte: i comunisti occidentali sono diventati coerentemente antisocialisti, perché hanno visto come il socialismo abbia rafforzato, e non distrutto, le nazioni. In fondo, si saranno detti, il neoliberismo è molto più efficace del socialismo per smantellare gli Stati e le identità nazionali.

In Europa, è sempre stata la sinistra a compiere le riforme più antisociali in assoluto, e questo probabilmente anche a causa del disprezzo che oramai essa nutre per i propri teorici riferimenti elettorali, visti come “reazionari”. In Francia è stato teorizzato apertamente che il Partito Socialisra debba lasciare al Front National gli operai bianchi, “razzisti” ed “omofobi”, per concentrarsi sull’alleanza fra borghesia radical-chic e plebi islamiche francesizzate, che essendo virulentemente anti-francesi garantiscono una maggiore adesione al progetto di distruzione totale.

Lo stesso Soros, il celeberrimo e ricchissimo speculatore finanziario, si dichiara da sempre trotzkista, anticapitalista, progressista, filo-immigrazionista e finanzia praticamente tutti i movimenti sovversivi del mondo attraverso la Open Society Foundation.

Certo, esistono marxisti eretici come il compianto Costanzo Preve ed i suoi discepoli quali Diego Fusaro ed Eugenio Orso, che tentano una diversa contestualizzazione del marxismo nell’ambito della tradizione filosofica europea, in particolare idealistica, e del comunismo inteso come anelito alla giustizia sociale su base comunitaria. Estremamente apprezzabile come tentativo, ma appunto di eresia si tratta, e solitamente i marxisti sono talmente ossessionati dalla purezza dottrinale da non capire che un eretico alla Giordano Bruno è meglio di un ortodosso alla Bellarmino.

Chi scrive viceversa appartiene ad un altro mondo rispetto al quale è felicemente e appassionatamente considerato un eretico e quindi continuerà a leggere con piacere ed interesse i marxisti eretici che molto gli hanno insegnato, con una avvertenza però: i piddini sono comunisti, quindi sono fratelli vostri. Continuare a cianciare di “tradimento”, riducendo tutto ad una mera questione di interesse della dirigenza comunista a sganciarsi dall’Unione Sovietica non tiene conto del fatto che l’elettorato è rimasto lo stesso, ed il livello di fanatica adesione ai dogmi del partito assolutamente immutato. Così come l’insopportabile tendenza a ritenere chiunque non faccia parte di questo mondo un criminale o un malato di mente.

Matteo Rovatti

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