Patto_Tripartito
Cartolina italiana del 1941 dedicata all’attacco giapponese alla flotta americana a Pearl Harbor

Tokyo, 8 dic – Ricorre oggi 8 dicembre un avvenimento che 74 anni fa – nel 1941 – cambiò le sorti del mondo intero e il suo avvenire.

A seguito di un attacco aeronavale giapponese, il Congresso degli Stati Uniti sotto la guida del presidente Roosevelt dichiarò guerra all’Impero del Sol Levante. Quell’evento che tradizionalmente venne considerato un attacco a tradimento nasconde dietro di sé una storia di ipocrisia e menzogne che non stentano a riproporsi anche dopo tanto tempo.


Una forza aeronavale nipponica, composta da 350 aerei, colpì il porto statunitense di Pearl Harbor affondando una notevole parte della flotta e provocando un elevato numero di vittime, civili e militari. Roosevelt si pronunciò riguardo a quell’attacco definendolo come il “Day of Infamy”: i Giapponesi avrebbero attaccato senza dichiarazione di guerra. L’operazione che aveva il nome in codice di “operazione Hawaii”, avrebbe dovuto portare gli USA a subire così tante perdite da non poter più reagire o almeno a ridurli in una condizione di inferiorità tale da poterli facilmente sconfiggere con una successiva serie di scontri. Una sorta di BlitzKrieg del Sol Levante che, analogamente all’Operazione Barbarossa, illuse gli attaccanti di aver già ottenuto un ampio e definitivo vantaggio sul nemico. Quasi beffa della storia, il comando generale, presieduto dall’Ammiraglio Yamamoto, si trovava di stanza a Hiroshima.

Le premesse di tale aggressione furono da una parte la ricerca giapponese del proprio spazio vitale in Asia del nord, partendo dalla già conquistata Manciuria, fino a Jakarta e al Borneo. Le mire espansionistiche nipponiche prevedevano anche una non scontata ma inevitabile aggressione ai due ex dominions britannici di Australia e Nuova Zelanda, che allora erano equipaggiati quasi esclusivamente dalla Gran Bretagna e sostenuti dagli USA (come del resto ancora oggi). L’Impero altresì cercava di ottenere risorse petrolifere di cui mancava, così come di conquistare le importanti riserve di gomma e stagno di cui l’oriente era ricco. I territori necessari per potersi finalmente sentire libero erano vastissimi e l’impiego delle forze in Cina e dintorni rappresentò la causa fondamentale del successivo mancato intervento contro l’Unione Sovietica: una sottovalutazione del gigante bolscevico che costerà molto cara.

Le ragioni del Giappone erano simili per un verso a quelle delle altre Nazioni dell’Asse mentre per gli Stati Uniti sarebbe valso un altro ragionamento, di matrice ideologica differente e per certi aspetti del tutto nuovo.

In realtà la svolta di natura imperialistica della politica estera americana può datarsi almeno a quattro anni prima, al tempo del “discorso della quarantena” tenuto proprio da Roosevelt a Chicago il cinque ottobre 1937, con il quale veniva di fatto abbandonata la dottrina Monroe di non-intervento oltre i confini del continente americano, prevedendo invece il contrasto attivo alla nascita di nuove grandi potenze nel Pacifico e in Europa, inizialmente limitato al ricatto economico e commerciale. Se allora perfino la Gran Bretagna espresse serie riserve verso quello che apparve una pericolosa tendenza espansionistica, nel breve volgere di tre anni tutto sarebbe cambiato.

Tornando al Giappone, si ricorderà come il suo definitivo avvicinamento alle potenze dell’Asse – Roma e Berlino – avverrà soltanto col “Patto Tripartito” stipulato il 27 settembre 1940 che riconosceva a Germania e Italia l’egemonia rispettivamente in Europa e nel Mediterraneo, e al Giappone il dominio dell’Asia. Esteso poi ad altri alleati minori come Slovacchia, Ungheria e Romania, non appariva interferire in alcun modo con i rapporti che le tre più grandi potenze intrattenevano con la Russia Sovietica.

Si trattò di una drammatica sottovalutazione: quando l’anno successivo una delegazione nipponica visitò l’Europa, questa non venne informata dei piani di invasione dell’Unione Sovietica da parte tedesca (l’Italia stessa ne venne a conoscenza all’ultimo momento) e, di ritorno in patria, l’ambasciatore nipponico Matsuoka fu ricevuto nell’aprile del 1941 dallo stesso Stalin e da Molotov per concludere una trattativa che prevedesse la non aggressione reciproca. Che fu infatti sottoscritta e consentì alle forze sovietiche di concentrarsi sul fronte europeo.

La pretesa spartizione del continente euro-asiatico, del Mediterraneo e relative coste, delle aree insulari del Pacifico, tra le tre grandi potenze nazionaliste, più apparentemente (e assai temporaneamente) la stessa Urss, aveva fatto i conti senza l’oste d’oltre Atlantico.

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L’Esercito imperiale giapponese entra a Saigon nel 1941

La presidenza Roosevelt, infatti, accelerò rapidamente il sostegno economico e militare indiretto alla Gran Bretagna in Europa, nonché a Cina e Australia sul teatro del Pacifico, mentre fu l’invasione giapponese di Saigon il 26 luglio 1941 a precipitare l’opzione dell’embargo americano sull’Impero del Sol Levante, nonché la requisizione di tutti i beni di cittadini di discendenza giapponese in America. Oltre all’istituzione di sistemi di controllo su tutti gli Italiani, Tedeschi e Nipponici presenti sul suolo statunitense. Fu inoltre precluso il passaggio attraverso il Canale di Panama. Tutta una serie di atti unilaterali e sostanzialmente illegali che riuscirono nel loro intento di tagliare fuori il Giappone dalle linee di rifornimento del petrolio.

Di passaggio, si noterà che una strategia molto analoga è stata utilizzata negli ultimi due anni, in chiave preventiva, contro la rinascente potenza russa – dalle sanzioni economiche all’accerchiamento Nato, fino probabilmente all’abbattimento del jet russo ad opera della Turchia – tuttavia con esiti finora perfino controproducenti.

In ogni caso, terrorizzati dal fatto che con l’esaurimento delle riserve petrolifere anche i territori già conquistati potessero essere perduti, i Giapponesi abbandonarono definitivamente la possibilità di un’entrata in guerra contro l’Unione Sovietica, nonostante i pressanti inviti tedeschi finalizzati a un alleggerimento del fronte europeo, optando invece per l’apertura di un tavolo di trattative con gli Usa.  Il 17 agosto 1941 Konoe, principe e primo ministro dell’Impero, propose un incontro con Roosevelt al fine di raggiungere una mitigazione dell’embargo, al prezzo di rinunciare ad alcune mire espansionistiche ai danni della Gran Bretagna e del Pacifico, mentre gli Americani da parte loro ampliavano le forze navali di stanza nelle Hawaii, che proprio in quel momento assunsero un ruolo strategico fondamentale.

Già da un anno in realtà i Giapponesi avevano ideato diversi piani d’azione contro gli Stati Uniti ed infine, dopo una lunga serie di proposte decisero che col comando affidato all’ammiraglio Yamamoto, l’attacco sarebbe avvenuto da nord, passando dalle isole Curili e appoggiato da una serie di operazioni logistiche come rifornimenti in mare e conquista di altre basi navali. La tattica divenne quindi più che mai funzionale alla strategia che, occupandosi di una visione più ampia, avrebbe portato il Giappone a isolare le restanti forze inglesi, ad allontanare gli Stati Uniti dal Pacifico e a potersi concentrare con un attacco massiccio contro la Cina – avversario storico con cui era in guerra fin dal 1937.

Grazie a un sofisticato sistema di intelligence e decriptazione dei messaggi segreti delle forze militari giapponesi, chiamato “Magic”, a Washington erano probabilmente già noti i piani di attacco alle Hawaii, così che le risposte umilianti e irricevibili agli ultimi due piani di riappacificazione proposti da Tokyo – rinuncia non solo all’Indocina ma anche alla Cina immediata – possono a buon titolo ascriversi alla ricerca deliberata del casus belli.

Si arriva così al cinque dicembre 1941 e all’inizio delle operazioni giapponesi, che prevedevano l’impiego di aerosiluranti, bombardieri e velivoli che colpissero in picchiata, mentre il porto strategico di Pearl Harbor fu diviso in quattro zone d’intervento.

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Perl Harbor nel’ottobre 1941

La notte del sette dicembre il ministro degli esteri di Tokyo Shigenori Togo fece recapitare all’ambasciatore Nomura un testo in quattordici parti che doveva essere considerato la dichiarazione di guerra.  Alle ore 13 il documento avrebbe dovuto essere nelle mani del governo americano in modo da poter attaccare entro la mezz’ora successiva.  Solo un fortuito ritardo materiale nella consegna del messaggio, la dichiarazione giunse sul tavolo del segretario di Stato Hull mentre gli aerei nipponici già bombardavano le navi americane.

Effetto sorpresa, quindi, e relativo data la sicura conoscenza del piano almeno a grandi linee da parte americana, ma non tradimento, e soltanto a seguito di una lunghissima e sfiancante trattativa seguita alle misure unilaterali e illegali degli Usa.

La pretestuosa legittimazione per la guerra arrivò quindi come una benedizione, tanto più che, dietro la pressione dell’opinione pubblica, lo stesso dallo stesso Roosevelt appena l’anno precedente aveva assicurato che non vi sarebbe stato coinvolgimento diretto di soldati americani su alcuno scenario straniero.

Da lì a demonizzare il nemico sotto il marchio d’infamia del tradimento e del male assoluto il passo fu fin troppo breve. Una propaganda manichea che allora servì all’istituzione del dominio americano su grandissima parte del mondo non comunista, e che oggi in toni più sfumati – diretti alla Russia di Putin – dovrebbe servire a recuperarlo, contando sulla ripetibilità delle reazioni. Con il piccolo problema della capacità militare di proiezione globale e distruttiva della Russia e della reputazione da questa acquisita, per ultimo, nella campagna siriana contro i tagliagole del Califfato.

Cosimo Meneguzzo

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5 Commenti

  1. Ottima riflessione su fatti storici ….aspettiamo mieli e Rai storia ….
    @ Cosimo Meneguzzo . Le consiglio un libro se non lo ha ancora letto : Segreto Novecento di Pucciarelli

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