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Il Popolo d'Italia: il giornale che cambiò la storia

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Roma, 15 nov – Il 15 novembre del 1914, a Grande Guerra ormai scoppiata, nasce il Popolo d’Italia, quotidiano fondato e diretto da un socialista eretico e brillante. Era Benito Mussolini. Si tratta di un foglio che svolgerà un ruolo decisivo nella mobilitazione di quelle élite avanguardiste che formavano la coscienza politica e la linfa vitale dell’interventismo. Un foglio che, possiamo dirlo, ha veramente segnato un’epoca e fatto la storia.

Carlo Carrà, «Manifestazione interventista», 1914

Per comprendere appieno la genesi e l’importanza di questo giornale, occorre tuttavia fare un passo indietro. All’apertura delle ostilità del primo conflitto mondiale, l’Italia rimane neutrale. La nazione è spaccata tra interventisti e neutralisti. Il socialismo italiano, in virtù della sua ideologia che predica la fratellanza delle classi operaie di tutto il mondo, non può che essere contrario alla guerra, subito bollata come «guerra del capitale». Ma un fatto inaudito spariglia le carte sul tavolo: i socialisti francesi e tedeschi, disertando l’Internazionale, si arruolano nei rispettivi eserciti nazionali e si apprestano a massacrare i «compagni operai» dall’altra parte della barricata. Le «leggi della storia» professate dal «marxismo scientifico» sono così contraddette dalla cruda realtà della guerra.
In tutto questo Benito Mussolini è uno degli uomini di punta del Partito socialista italiano, esponente di spicco della sua ala rivoluzionaria nonché direttore dell’Avanti!, il quotidiano ufficiale del partito. Il giovane Benito, che aveva letto più Nietzsche, Stirner e Sorel che non Marx, è combattuto. Il suo animo genuinamente «idealista» comincia a dubitare fortemente della validità dei teoremi – oramai veri e propri dogmi – dell’ideologia socialista. Per questo motivo fonda il quindicinale Utopia, staccato dal partito, dove possono esprimersi le voci più eretiche del socialismo italiano, in cui si discute dell’opportunità dell’intervento.
Un giovane Benito Mussolini ai tempi della fondazione del quotidiano

Grazie alla discussione serrata con personalità come Massimo Rocca e Sergio Panunzio, Mussolini si convince sempre più della necessità dell’intervento, poiché solo la guerra può portare alla rivoluzione socialista. E perché, grado a grado, il futuro capo del fascismo prende coscienza di un fatto che la guerra aveva violentemente fatto emergere: rivoluzionaria non è la classe, ma la nazione. Per questo Mussolini pubblica sull’Avanti! un articolo che manda su tutte le furie la dirigenza del partito: Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante. Il titolo è già tutto un programma. La dirigenza richiede quindi una smentita del direttore, ma Benito si rifiuta. Oramai il dado era tratto. Questo gli costa dunque l’allontanamento dal quotidiano. Non trascorre neanche un mese che il giovane Mussolini fonda il Popolo d’Italia, apertamente interventista, che porta addirittura alla sua espulsione dal partito.
Il Popolo d’Italia, già nel suo nome, riassume alla perfezione la svolta ideale di Mussolini e di tutto l’interventismo di sinistra: popolo e non classe, Italia e non Internazionale. Inoltre il titolo del foglio riecheggia esplicitamente il primo giornale fondato nel 1848 da Giuseppe Mazzini (L’Italia del Popolo) e che fu successivamente rifondato nei giorni febbrili della Repubblica Romana (1849). Il nuovo socialismo interventista ha dunque una vocazione chiaramente nazionale e, ovviamente, anche schiettamente rivoluzionaria. La testata, infatti, riportava un’esplicita citazione di Napoleone Bonaparte: «La rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette».
Il celebre artista Mario Sironi collaborò alla rivista illustrata del Popolo d’Italia

E proprio di baionette si trattò, poiché quasi tutti i collaboratori del quotidiano partiranno volontari per il fronte, Mussolini per primo. Il Popolo d’Italia, quindi, è un vero e proprio foglio di battaglia, in tutti i sensi, nato nel «covo» di Milano – costantemente presidiato da alcuni Arditi contro le ritorsioni dei «rossi» – e nelle trincee dove si combatteva sul serio. Il Popolo diviene così in poco tempo il giornale dei combattenti più consapevoli della loro missione specificamente politica. Non a caso uno dei titoli più famosi vergati da Mussolini resta Trincerocrazia, in cui il futuro capo del fascismo sosteneva la nuova aristocrazia d’Italia sorta nel sangue e nel fango delle trincee, in aperta polemica con la classe dirigente liberale che sperava di chiudere al più presto la fastidiosa parentesi della guerra per poi riassorbire la nazione nella sua palude parlamentaristica, fatta di vacue interrogazioni e dotte disquisizioni da salotto.
Se è nata una coscienza nazional-rivoluzionaria in Italia, come ha riconosciuto da lungo tempo anche la storiografia, lo si deve in buona parte al Popolo d’Italia. I soldati delle trincee che avevano letto le parole di fuoco di Mussolini avrebbero poi infatti ingrossato i ranghi dei legionari fiumani e dello squadrismo. E così una nazione europea riuscì finalmente a fare la sua rivoluzione. La rivoluzione della patria e del lavoro. O meglio, come recitava il futuro sottotitolo del Popolo, la rivoluzione «dei combattenti e dei produttori».
Valerio Benedetti

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