Roma, 7 lug – Ancora fresche nella memoria le immagini, viralissime, dello spogliatoio del Giappone nella Russia dei Mondiali: ordine e pulizia degne della miglior impresa. Ligi al dovere, a quella disciplina mai dimenticata (nonostante la feroce rimonta): a fine partita, appena eliminati agli ottavi di finale (dal ben “poco” patriottico Belgio), i Blue Samurai hanno rassettato le proprie postazioni (docce incluse) lasciando un biglietto scritto in russo: “Spasiba – grazie”.

Ma perché meravigliarsi tanto? Benché encomiabile, questo gesto inusuale nel mondo occidentale rientra nella normalità più conclamata: è il modus operandi “made in Japan”. Nell’universo nipponico, da tempi immemori esiste un kanji prezioso: “Do” ovvero “ciò che conduce nel senso di disciplina”. La regola ferrea, il diktat perentorio, non come limitazione o sacrificio fine a se stesso. Ma veicolo, mezzo per il conseguimento di “obiettivi altri”: la disciplina come percorso, come cammino. Un dinamismo volto al futuro ma saldamente ancorato ai valori del passato. E’ questo il fascino (spesso contraddittorio, apparentemente dicotomico) del Paese del Sol Levante: coabitazione simultanea di templi antichi e maestosi grattacieli, di shinkansen velocissimi e romantici risciò, di verde thè matcha e litri di sakè.  Il Giappone, è bello anche per questo: il fascino dannato del mistero inafferrabile. “Do” è anche presente sotto forma di suffisso, spesso usato per indicare le varie discipline delle arti marziali. Per sottolinearne l’evoluzione da semplice tecnica di combattimento a disciplina formativa con accezione spirituale, esistenziale. Una sorta di casus belli fattosi actio, convertitosi in azione. Esattamente quanto accaduto alla Rostov Arena, lunedì scorso.

Ma il codice etico vigente in Giappone, è degno della miglior scuola militare: senza che mai suoni la campanella dell’intervallo. Senza che mai vi siano pause, vacanze alcune: operativi sempre. Come la formalità modulata nella lingua parlata e scritta. Così, troviamo i suffissi –KUN (il più conviviale), -CHAN (vezzeggiativo), -SENPAI (in uso fra i colleghi), -SENSEI (per esprimere reverenziale rispetto) ed infine –SHI (suffisso formale, in uso nella lingua scritta). Innumerevoli come i fiori di ciliegio in pieno sakura, così sono gli esempi del proverbiale rigore nipponico: il biglietto da visita consegnato a due mani, la mascherina durante l’influenza o il semplice raffreddore, il comportamento irreprensibile sui mezzi pubblici (non si può leggere neppure il giornale, per non disturbare il vicino di posto) e la prossemica: rigida, ferrea. I famosi inchini, seguono un grado d’inclinazione ad hoc. Dal meno formale al più aulico, troviamo: eshaku, keirei, saikeirei, fino alla prostrazione ed inchino. Severi automatismi anche nel linguaggio quotidiano: “ittekimasu – itterasshai” ( “esco e torno – ci vediamo dopo”) e “itadakimasu” (“umilmente ricevo in dono”) utilizzato a tavola prima di ogni pasto. Ritualità piccole e grandi, per un Paese glorioso nel passato ed immenso nel futuro. Un esempio virtuoso, da seguire. “Nella fervida speranza che possiate risorgere come uomini e come guerrieri”, augurerebbe Yukio Sensei: l’eterno Mishima.

Chiara Soldani

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4 Commenti

  1. Esempio da seguire. Non è un caso che i giapponesi siano ostili alla società multietnica, a differenza degli europei occidentali odierni, incivili, autolesionisti all’ennesima potenza e privi di orgoglio identitario che li spinge ad accettare passivamente l’invasione afroislamica in corso.

  2. bravissima Chiara San !

    a mio modesto parere la Storia della intera umanità si riassume e si esemplifica al meglio in tre uniche civiltà facenti capo a:

    – Sparta
    – Roma
    – Nara

    tutto il resto è qualcosa a metà tra Young Signorino e la Boldrini,passando per la copertina di Rolling Stone Italia.

  3. Prendere il caffè al bar, portarsi da soli la tazzina al tavolino, riportarla al bancone quando si ha finito. Molte volte mi dicono: oh graaazie, non doveva. Ed io gli rispondo: lei sta lavorando e deve correre, io invece sto facendo il signore ed ho tutto il tempo…

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