Roma, 25 apr – Ogni 25 aprile viene citata, puntuale come Tu scendi dalle stelle a Natale, la poesia – intitolata Lapide ad ignominia – dedicata all’Oberbefehlsaber Süd, Feldmaresciallo Albert Kesselring, da Piero Calamandrei, che non ci sentiamo di negare al lettore :

Lo avrai
camerata Kesselring 
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA


Nessun commento; ma si noti l’enfasi con cui Calamandrei ciancia de

La primavera di queste valli
che ti videro fuggire

davanti non agli Alleati dell’8a Armata Britannica e della 5a Armata statunitense, ma… ai partigiani! Se l’inchiostro e la retorica fossero un’arma certi personaggi di terza o quarta fila sarebbero dei condottieri imbattibili, ed i partigiani avrebbero davvero liberato qualcosa. A prescindere che Kesselring nella primavera del 1945 non era più in Italia, ma saperlo sarebbe stato pretendere troppo dall’avv. Calamandrei, sicuramente miglior giurista e costituzionalista che esperto di poesia e di storia militare.

Ma chi era l’autore della succitata poesia (chi volesse, potrà trovarla su YouTube letta da Roberto Saviano con accento partenopeo, anche se a noi ascoltandola fa pensare più alla Livella di Totò)? Piero Calamandrei (1889-1956) fu insigne giurista. Combatté nella Grande Guerra, e nel primo dopoguerra fu vicino a personaggi come Ardengo Soffici e Ottone Rosai legati alla nascita del Fascismo fiorentino. Non chiese mai la tessera del Partito Nazionale Fascista, in quanto iscritto alla massoneria, ma da professore universitario nel 1931 giurò fedeltà al re ed al Regime Fascista, a differenza di dodici professori che rifiutarono di farlo e persero la cattedra. Insomma Calamandrei non ebbe alcuna remora  a sottoscrivere un atto di formale adesione al regime fascista quale il giuramento di fedeltà al fascismo. Fu dunque docente universitario a Firenze e poi professore ed amico di Alessandro Pavolini, del cui padre era fratello di Loggia, da cui venne sempre protetto e di cui, da morto, scriverà:

Egli mi guardava senza parlare con occhi così pieni di acuminato odio che quasi ne rimasi affascinato come se fossero occhi di un rettile: c’era già in quegli occhi la spietata crudeltà di colui al quale vent’anni dopo, alla vigilia della liberazione della sua città, doveva essere riservata la gloria di organizzare i franchi tiratori, incaricati di prendere a fucilate dai tetti le donne che uscivano durante l’emergenza a far provvista d’acqua.

Insegnò e svolse la professione forense durante tutto il Ventennio, iscrivendosi al Sindacato Fascista Avvocati e Procuratori. Collaborò con il Guardasigilli Dino Grandi- già capo dello squadrismo bolognese e Ras del capoluogo emiliano, il più strenuo avversario del patto di pacificazione voluto da Mussolini nel 1921- alla stesura del Codice di Procedura Civile, guadagnandosi l’elogio di Mussolini, che disse che tra i compilatori (gli altri erano Carnelutti e Redenti) “il più fascista è il non fascista Calamandrei”, il quale commentò con Grandi: “Tutto sta a vedere che significato Lei dà alla parola fascista”. Grandi rispose “In senso buono”, al che Calamandrei ribatté soddisfatto “Allora me ne compiaccio”.

All’inizio della seconda guerra mondiale Calamandrei venne richiamato alle armi ma riuscì ad ottenere il congedo per l’intervento di Grandi, nel frattempo diventato Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, cui si era rivolto per evitare il fronte. Nel 1941 pubblicò Gli studi di diritto processuale civile in Italia nel Ventennio fascista  per conto del Centro di studi giuridici; collaborò anche alla stesura del VI libro del Codice Civile. Nel 1943 venne accusato di disfattismo da un collega rientrato dal fronte russo, che evidentemente non aveva alcun Ras fascista che lo imboscasse, ma il Calamandrei negò, protestando la propria innocenza  e ribadendo la propria fiducia nella vittoria dell’Asse, e chiese aiuto al Ministro Guardasigilli e membro del Gran Consiglio del Fascismo Alfredo de Marsico, per puro caso anch’egli massone, il quale si rivolse personalmente a Mussolini che intervenne a favore del Calamandrei e fece archiviare l’accusa.

Appena caduto il Fascismo aderì al Partito d’Azione – salvo retrodatare l’adesione al 1942 – e divenne Rettore dell’Università di Firenze il 31 luglio; l’8 settembre si nascose precauzionalmente prima nella sua casa al mare a Cinquale, poi in quella di campagna a Treggaia e poi a Collicello Umbro, fino al passaggio del fronte delle armate alleate nell’estate del 1944. Dopo l’occupazione alleata di Firenze e cessato ogni pericolo legato ai franchi tiratori ed azioni di retroguardia, il Calamandrei rientrò prudentemente dopo due mesi dalla Liberazione in città e riprese il posto di rettore affrettandosi ad epurare i professori compromessi col passato Regime, anche se non avevano goduto della protezione di Ras e membri del Gran Consiglio da Grandi a de Marsico sino a Pavolini, o esaltati dal Duce in persona.

Il sito dell’Anpi inserisce Calamandrei tra i perseguitati politici. L’Anpi è quella che vorrebbe tramandare la storia e la memoria nelle scuole, a spese dello Stato. Torniamo però alla poesia su Kesselring. La Lapide venne scritta in risposta ad un’affermazione del Feldmaresciallo, certamente eccessiva nella conclusione, ma che non può negare sia fondata:

Si deve al mio intervento se moltissimi partigiani e sacerdoti sono ancora in vita e centinaia di migliaia di persone mi devono gratitudine per gli orrori che ho risparmiato quando evitai l’evacuazione di Roma. Invece di una condanna a morte, avrei meritato che mi erigessero un monumento.

Dopo la strage di via Rasella Himmler aveva infatti proposto la deportazione dell’intera popolazione maschile di Roma: Kesselring con non velata ironia rispose che era pronto ad eseguire, e che avrebbe ritirato le divisioni tedesche dal fronte di Anzio per scortare i deportati; e quando Hitler ordinò la distruzione del quartiere tra via Barberini, via del Tritone e via XX Settembre e la fucilazione di cinquanta ostaggi per ogni vittima del Bozen, solo a fatica Kesselring riuscì a far ridurre il numero a 10, evitando così il massacro di 1.600 romani. Tra gli autori della strage di via Rasella, di cui Sandro Pertini, non certo un moderato, ebbe a dire , come testimonia Matteo Matteotti, figlio di Giacomo,

Non era stato favorevole ad un’azione militare di gappisti contro un reparto militare perché temeva che ci fossero delle rappresaglie sproporzionate rispetto all’efficacia dell’azione. Però rimase in minoranza […] e prevalse la tesi di Giorgio Amendola, che era convinto della necessità di dare una dimostrazione di forza, di coraggio e che bisognava, quindi, condurre a fondo un’operazione. Io ne ebbi le conseguenze indirette perché quando mi fu detto ‘Anche voi eravate favorevoli’, io dovetti dire che il nostro membro della segreteria Pertini non era stato favorevole a quella azione.

L’attentato vide nel gruppo degli organizzatori il comunista Franco Calamandrei, figlio di Piero, uno di coloro cui fanno riferimenti i versi seguenti, scritti da Corrado Govoni – lui sì poeta! – in memoria del figlio Aladino, partigiano “trotzkista” di Bandiera Rossa, già ufficiale dei Granatieri e Medaglia d’oro alla memoria, ucciso il 24 marzo 1944 alle Ardeatine:

Il vile che gettò la bomba nera

di via Rasella, e fuggì come una lepre,

sapeva troppo bene quale strage

tra i detenuti da Regina Coeli

a via Tasso, il tedesco ordinerebbe…

In compenso di fronte alle ingiurie ed alle smargiassate contro Kesselring del Calamandrei, la Repubblica Federale Tedesca protestò ufficialmente con una nota trasmessa dall’ambasciatore tedesco nel 1953 dopo che a Cuneo venne scoperta una lapide con il testo succitato. In un promemoria dell’ambasciata della Repubblica federale di Germania, datato 7 febbraio 1953, si legge:

Tali dimostrazioni, a prescindere dagli attacchi contro Kesselring, sono inadatte ai tempi attuali, in quanto inutilmente riaprono vecchie ferite e minacciano di compromettere la cooperazione tanto necessaria nell’opera della comune difesa europea.

Il ministro degli Esteri, che era Alcide De Gasperi dovette scusarsi ufficialmente con le autorità di Bonn; De Gasperi rispose con una nota ufficiale, che in buona sostanza giustificava le proteste tedesche.

Seppur presa in autonomia, De Gasperi definì l’iniziativa del comune di Cuneo, a parer nostro non molto felice… un tentativo di riversare su nuove situazioni il peso di torti altrui,

anche se poi rimasero la lapide e la poesia, ossessivamente e pavlovianamente ripetuta ad ogni venticinque aprile. In conclusione, come non ripensare, leggendo i versi del Calamandrei,  alle righe seguenti, durissime, sprezzanti, tratte da La Pelle di Curzio Malaparte, toscano anch’egli, ma di ben altra tempra?

Una mattina passammo il fiume e occupammo Firenze. Dalle fogne, dalle cantine, dalle soffitte, dagli armadii, di sotto i letti, dalle crepe nei muri, dove vivevano da un mese ‘clandestinamente’, sbucarono come topi gli eroi dell’ultima ora, i tiranni di domani: quegli eroici topi della libertà, che un giorno avrebbero invaso l’Europa, per edificare sulle rovine dell’oppressione straniera il regno dell’oppressione domestica. Attraversammo [gli alleati, ndA] Firenze in silenzio, a occhi bassi, come intrusi e guastafeste, sotto gli sguardi sprezzanti dei clowns della libertà coperti di coccarde, di bracciali, di galloni, di piume di struzzo, e dal viso tricolore.

E allora, fatemi ricordare un diciottenne che fu partigiano e non clown, il piacentino Pierino Guasti, andato in montagna – non nella villa al Cinquale o a Collicello Umbro – a sedici anni, ucciso il 6 giugno 1945 a guerra finita, non da brigatisti neri o da soldati tedeschi, ma da altri partigiani, dai garibaldini, solo perché non portava il fazzoletto rosso e perché non aveva combattuto per sostituire una dittatura con un’altra ben peggiore: quella comunista di Stalin e del suo servo Togliatti. Sulla lapide dei partigiani piacentini caduti per la libertà la data è falsificata: 26 aprile… la storia, falsa, che i discendenti dei suoi aguzzini, iscritti all’Anpi, vorrebbero imporre e perpetuare, con la retorica dell’Ora e sempre resistenza del Calamandrei e di una unità nel nome del dogma  antifascista – la roccia di questo patto – che nella resistenza italiana, egemonizzata dal Pci, quindi dall’Urss, non esistette mai.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

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