In occasione del 250esimo anniversario della nascita di Napoleone, vi proponiamo questo articolo pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2019.

Duecentocinquanta anni fa, in una cornice storica che presenta alcune tristi analogie con il presente, cominciava ad Ajaccio una storia italiana, o quasi. Un anno prima, nel 1768, la Repubblica di Genova, oberata dai debiti, aveva lasciato mano libera ai francesi: questi non tardarono a invadere la Corsica e ad annetterla al patrimonio personale di re Luigi XV. Così quell’isola italiana, in cui ancora adesso si parla con una cadenza molto simile al toscano, divenne «francese» per una riedizione collettiva della arcaica «schiavitù per debiti». Certamente non si consideravano francesi i due genitori del bambino che nacque al culmine dell’estate del ’69. L’avvocato Carlo Maria Buonaparte, laureatosi in legge a Pisa, era orgoglioso della sua appartenenza alla nobiltà toscana; sua moglie Maria Letizia Remolino discendeva anch’ella da nobili toscani e lombardi. Se il sangue non è acqua (e se non lo sono le ragioni più laiche dell’eredità culturale), Napoleone fu italiano. Ma a scanso di ogni polemica campanilistica, è anche vero che, se egli divenne grande, lo fu perché il destino lo inserì nel vortice della storia grande e terribile della Francia rivoluzionaria.

Con il giovane ufficiale
la rivoluzione giacobina
diventa
rivoluzione nazionale


Sfogliando le pagine vergate dal giovane Napoleone nell’anno 1787, troviamo dichiarazioni caustiche nei confronti dei francesi ed espressioni di orgoglio indipendentista corso. Ma passano pochi anni e il grande magnete della rivoluzione attira il giovane ufficiale. Diventa amico di Augustin Robespierre, fratello dell’Incorruttibile; quando Robespierre viene fagocitato dalla macchina del Terrore, lo stesso Napoleone rischia di essere colpito dalla reazione termidoriana. Ma la sua stella comincia a brillare sempre più intensamente: a 25 anni viene nominato da Barras comandante della piazza di Parigi e respinge l’assalto dei monarchici. In seguito difende Tolone dagli inglesi e diventa comandante dell’Armata d’Italia: non solo colpisce al fianco la potenza austriaca, ma in pochi mesi cambia il volto della Penisola, ponendo il germe di quello che sarà il Risorgimento italiano.

Napoleone riformatore

Con Napoleone la rivoluzione giacobina diventa rivoluzione nazionale. Al caos delle moltitudini si sostituisce un ordine dinamico dettato dall’alto. Le utopie ideologiche cedono di fronte alla mano ferma di un dictator riformatore. Questo è in essenza il bonapartismo.

La prima valutazione del fenomeno fu quella (negativa) di Marx: il bonapartismo come equazione politica per cui i militari «reazionari» acquistarono potere, riuscendo così a corrompere quelle rivoluzioni di cui erano rampolli. Che il giudizio di Marx fosse prevalentemente ideologico e non il frutto di una serena storiografia, lo dimostra il fatto che l’intellettuale accomuna due figure molto diverse, Napoleone I e suo nipote Napoleone III – secondo la brillante formula della storia che si ripete la prima volta come tragedia, e la seconda come farsa. Quando in riferimento a Napoleone I parla della «corruzione» di uno scenario rivoluzionario, Marx finge di non vedere – o proprio gli sfuggono – gli esiti disastrosi di quella rivoluzione: la catastrofe economica, il terrore di Stato e l’attacco concentrico delle altre potenze europee, che con compiacimento osservavano la vecchia Francia collassare.

Sul versante destro, il giudizio poco lusinghiero nei confronti di Napoleone probabilmente veniva alimentato dai pulpiti e nelle sagrestie. Ma proprio in Italia – capovolgendo un giudizio positivo che si perpetuava da Manzoni a Mussolini – Julius Evola contribuì a condannare il bonapartismo come espressione di una tarda modernità, che cercava invano di realizzare una forma superiore senza riuscire a nascondere i suoi tratti plebei e profani. Già nel discepolo più brillante di Evola, Adriano Romualdi, la lezione tradizionalista viene sostituita però dalla più acuta interpretazione desunta da Oswald Spengler. L’autore de Il tramonto dell’Occidente inquadrava il bonapartismo agli albori del processo di Zivilisation. Quando le vecchie aristocrazie decadono, sorgono capi che puntano a rimettere in forma la società secondo uno stile militare. Il bonapartismo visto insomma come un antesignano del grande fenomeno culminante del processo di civilizzazione: il cesarismo.

Napoleone e Mussolini

Si potrebbe dire che Napoleone Bonaparte fu anche il primo esponente di un fenomeno che nel Novecento sarebbe stato catalogato come «rivoluzione conservatrice». L’Empereur pose fine al caos giacobino, ma lasciò libera la scala dell’ascesa sociale senza più il vincolo dei vecchi allori nobiliari. Per questo «bonapartisti», anche dopo Sant’Elena, furono quei militari che si erano guadagnati l’ascesa nella rude palestra di gerarchia dell’esercito. Bonaparte pose fine alle piazzate illuministe dell’Ente Supremo della Ragione e raggiunse – da posizioni di forza «ghibelline» – un concordato con la Chiesa cattolica nel 1801, ma non riconsegnò al clero i beni espropriati durante la rivoluzione. E, ancora, richiamò in patria gli esuli controrivoluzionari, ma non rispose a Luigi XVIII che gli prometteva ricchi appannaggi in cambio della restaurazione della monarchia borbonica.

Rivoluzionario-conservatore, e – perché no – anche archeofuturista? Fu il primo a utilizzare in guerra il sistema di telecomunicazioni basate sul telegrafo ottico di Chappe. La sua vocazione demiurgica e modernizzatrice fu perenne: anche nei dieci mesi di esilio sull’Elba scosse la sonnacchiosa isola con la costruzione di miniere, strade, sistemi difensivi. Nello stesso tempo, il grande modernizzatore si ispirava alle radici più profonde: a Roma, con esuberanza di riferimenti simbolici e stilistici, e ad Alessandro Magno. La sua stessa spedizione in Egitto ebbe come effetto collaterale la decifrazione dei geroglifici del tempo dei faraoni.

Spengler inquadrava
il bonapartismo
agli albori del processo
di «civilizzazione»

Il bonapartismo sfugge alle contrapposizioni destra-sinistra, si lascia più facilmente inquadrare nel concetto sintetico di «terza via». Fu lo stesso Napoleone III – quello della «farsa» secondo Marx – a porre il bonapartismo al di là della destra (i conservatori) e della sinistra (i radicali). Nel suo saggio politico del 1839 Des idées napoléoniennes, ricordava che suo zio si pose al centro tra «due partiti ostili, uno dei quali guarda solo al passato, l’altro solo al futuro», e combinava le «vecchie forme» dell’uno e i «nuovi princìpi» dell’altro. Rivoluzione conservatrice, insomma. Per scendere nel concreto: l’Impero napoleonico vietava il diritto di sciopero, ma mandava la polizia a vigilare affinché le paghe non fossero troppo basse. Secondo lo storico René Rémond, dal bonapartismo discendono in Francia sia il boulangismo che il gaullismo. Ma secondo lo studioso israeliano Zeev Sternhell, il boulangismo è a sua volta uno dei più tipici movimenti pre-fascisti dell’Ottocento.

A differenza della destra tradizionalista cattolica (o evoliana) che in seguito si sarebbe improvvidamente innamorata del principe di Metternich, la cultura fascista del Ventennio esaltava Napoleone come genio universale e gloria italica. Ezra Pound considerava paradigmatica la contrapposizione tra Napoleone e i Rothschild: il primato della politica contro il potere delle Borse. Mussolini scrisse insieme al celebre librettista pucciniano Gioacchino Forzano un dramma intitolato Campo di Maggio: esso aveva come oggetto i Cento giorni tra l’Elba e Waterloo, e portava in scena un Napoleone ferito e tradito dopo la caduta di Lipsia. Campo di Maggio fu rappresentato con successo non solo in Italia, ma anche in Europa (dove non si può ipotizzare che fosse accolto da applausi cortigiani), e soprattutto in Francia. Forzano – che, sia detto per inciso, è lo zio del simpatico Luca Giurato – trasformò poi il dramma in un film presentato al festival di Venezia.

L’amore per l’antichità

A stabilire una continuità nello stile e nei riferimenti simbolici dei due fenomeni politici è indubbiamente anche l’amore per l’antichità classica che si manifestò nel periodo napoleonico. Il maestro del neoclassicismo, Antonio Canova, scolpì la figura di Napoleone con i tratti del Marte Pacificatore e quella della sorella Paolina nelle forme di una Venere Vincitrice.  E non si trattava solo di orpelli o di marmi bianchi. Profondamente «romana» era in Napoleone la commistione tra trionfi militari e opere di ordinamento giuridico. I Codici di Napoleone sopravvissero a Waterloo. Ed è davvero «imperiale» l’immagine del condottiero che durante le campagne militari legge le bozze della commissione incaricata di redigere il codice civile, e invia alla stessa commissione i suoi ineludibili suggerimenti.

Un quadro di Jean-Baptiste Mauzaisse raffigura Napoleone come un novello Mosè che incide il Codice civile su una «tavola della legge»

I titoli politici di Napoleone furono sempre romani: console e triumviro, console a vita, imperatore e padre di un erede proclamato come re di Roma. Dopo aver spezzato i cuori dei guelfi con l’abolizione del Sacro romano impero, ormai divenuto orpello inerte degli Asburgo, l’Empereur intreccia la sua dinastia con quella di una importante famiglia patrizia romana: i Borghese. Suggestioni del destino: il principe Camillo Borghese, fin da giovane fedele ufficiale napoleonico e poi sposo di Paolina Bonaparte, sarà anche il padrino di battesimo di un bambino paffutello che in suo onore verrà appunto chiamato Camillo (come Camillo Benso, conte di Cavour).

Ma a conferma del fatto che Napoleone seppe porsi come elemento di sintesi tra le contrapposizioni dell’epoca, vi è tutto il lato «romantico» della figura dell’imperatore. Tra i libri più cari al giovane ufficiale corso vi erano i Canti di Ossian, il livre de chevet del preromanticismo. Beethoven, il più grande compositore romantico, dedicò a Napoleone la terza sinfonia: l’Eroica. I poeti dell’epoca, per spirito cortigiano o sincera ispirazione, tendevano ad accostare la figura di Napoleone a quella di Prometeo, il titano che all’inizio dell’Ottocento diventava l’icona più romantica della lotta contro destini avversi per futuri più radiosi.

Come console e triumviro,
console a vita e datore
di leggi si inserì nel solco
dell’Impero romano

Tra Rivoluzione francese e impero, tra neoclassicismo e romanticismo, tra sinistra giacobina e destra d’ordine, il generale corso si innalza al di sopra dei vortici della sua epoca con un senso di ebbrezza che fu espressa in una nota vergata ai tempi della campagna d’Italia: «Vedevo il mondo sprofondare sotto di me come se fossi sollevato in aria». Il suo superare le contrapposizioni del momento dà ragione anche all’intuizione – non banale – espressa dal Manzoni nell’Ode del 5 maggio: «Due secoli / l’un contro l’altro armato / sommessi a lui si volsero / come aspettando il fato / ei fe’ silenzio, ed arbitro / s’assise in mezzo a lor».

Hegel e l’Anima del Mondo

Ma forse ancor più suggestiva è l’immagine che emerge dalla penna di Hegel: «Ho visto l’Imperatore – questa Anima del Mondo – uscire dalla città in ricognizione. È veramente una sensazione meravigliosa vedere un simile individuo che, concentrato qui su un punto, seduto a cavallo, si estende sul mondo e lo domina». Scrivendo in tedesco, Hegel usa l’espressione der Kaiser (il Cesare!) e subito dopo adopera il concetto tipicamente romantico di Weltseele, anima del mondo, a conferma di una sintesi dall’alto di impulsi che a livelli più bassi appaiono contrapposti.

A livello geopolitico
il suo impero
si poneva al centro
tra terra e mare

In ambito geopolitico, l’Impero napoleonico fu caratterizzato dalla centralità tra terra e mare. A occidente l’Inghilterra dei Rothschild, suoi feroci avversari. A est l’immensa distesa eurasiatica della Russia. In un primo momento, ai tempi dell’incontro di Tilsit, sembrò che dovesse stabilirsi un accordo tra il cesare corso e il giovane zar Alessandro I. All’incontro seguiva una nota segreta, che auspicava una separazione delle sfere di influenza dei due grandi imperi lungo la linea dell’Elba e del Memel. Il perdurare di quel patto avrebbe posto una buona base per sfidare la talassocrazia inglese. Quando il patto si ruppe, Napoleone si trovò a combattere una guerra su due fronti e nella ritirata russa perse il suo impero europeo. Perse l’impero, ma non il carisma. Quando, a capo di mille fedelissimi, dall’Elba sbarcò nuovamente in Francia, il Borbone restaurato gli mandò contro i soldati che avrebbero dovuto portarlo a Parigi «in una gabbia di ferro». Appena lo videro, furono raggelati all’idea di compiere un atto così empio. Napoleone avanzò verso di loro gridando: «Chi vuole sparare al suo imperatore è libero di farlo». I soldati, commossi, lo portarono in trionfo a Parigi per l’ultimo «volo dell’Aquila», mentre Luigi XVIII scappava a Gand. Quando il suo corpo fu riesumato in epoca orleanista, con un certo stupore lo si ritrovò intatto.

Alfonso Piscitelli

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2 Commenti

  1. Napoleone tuttavia finanzio’ la sua ascesa al potere ed evito’ il fallimento della rivoluzione accaparrandosi l’oro nelle banche Genovesi che mando’ in rovina.Ed in ogni parte di Italia prese oro e oggetti d’arte che non furono mai restituiti.Molti italiani combattereno per lui anche in Russia ma cio’ non toglie che lui utilizzo’ gli ideali rivoluzionari per fini personali di predominio suo e della propria famiglia

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