Schermata 2016-05-03 alle 09.33.28Roma, 3 mag – Tra i molti aspetti poco approfonditi del ventennio fascista spiccano i rapporti culturali con la Russia comunista, verso cui non ci furono solo accuse e polemiche. Un’Italia dalla forte identità, infatti, non temeva il confronto con nessuno e si distinse negli anni Venti quale uno dei primi paesi a riconoscere diplomaticamente l’Unione Sovietica (1924). Negli anni Trenta cominciò a farsi strada un interesse verso i provvedimenti bolscevichi a dir poco intenso. “Roma e Mosca o la vecchia Europa?” fu il titolo di un articolo che sintetizza alla perfezione un dibattito apertosi sulle pagine di Critica Fascista, tra i fogli più intriganti e aperti del regime. Bruno Spampanato aprì la polemica descrivendo il bolscevismo come una sorta di «preludio al fascismo», che si sarebbe gradualmente avvicinato alle concezioni italiane liberandosi dal materialismo. Al regime di Mosca veniva riconosciuto il valore di essersi opposto al decadente modello di Stato liberale e alle «plutocrazie borghesi» allora dominanti.

Non a caso, proprio in quel periodo Mussolini aveva detto: «Contro il fascismo si è schierata la Vandea reazionaria di tutta Europa, che si sente battuta in breccia dall’implacabile procedere vittorioso di un regime saturo di giovinezza e di vita, maestro di energia, assertore di sincerità e forza. L’Italia e la Russia sono i due soli (per quanto antitetici) principi di rinnovamento del mondo moderno. O con Mussolini o con Lenin: non c’è altro scampo per la società borghese che ci odia, ma deve ammirarci e soprattutto temerci». Accanto a Spampanato, Riccardo Fiorini fu tra i più accesi sostenitori delle somiglianze tra le due rivoluzioni prevedendo «futuri incontri», in una discussione che, nel corso degli anni, interessò un grande numero di personaggi e posizioni diverse. Molti negarono qualsiasi parentela, ribadendo le differenze spirituali e l’importanza della concezione corporativa avversa a qualsiasi lotta di classe. Altri, come il sindacalista Sergio Panunzio, assunsero una posizione intermedia. Quasi per porre un freno alla cosiddetta “moscofilia”, nel 1933 il PNF promosse una pubblicazione di spiccata impostazione antisovietica: Fascismo e bolscevismo, ad opera di Pietro Sessa.

Ciò non arrestò di un millimetro la volontà di confronto (e scontro) delle migliori intelligenze fasciste: su impulso di Bottai, vennero tradotti numerosi testi di dirigenti sovietici, tra cui Stalin, e di studiosi marxisti, quale la storia del bolscevismo scritta da Arthur Rosenberg (“Storia del bolscevismo da Marx ai nostri giorni”). Contemporaneamente un uomo Schermata 2016-05-03 alle 09.30.18di chiara fama come Ettore Lo Gatto si recò in Russia stilando resoconti di alto livello, distinguendosi per oggettività e rigore scientifico: “Dall’epica alla cronaca nella Russia soviettista” e “URSS 1931: vita quotidiana, piano quinquennale” i suoi volumi fondamentali. Gaetano Ciocca (“Giudizio sul bolscevismo”, 1933) e Gerhard Dobbert (“L’economia sovietica”, 1935) furono altri due studiosi capaci di prendere in esame con competenza la situazione russa. Il secondo era un tedesco trasferitosi a Milano per il suo interesse verso il corporativismo, che dopo la “grande depressione” si era proposto al mondo come credibile “terza via” tra comunismo e liberismo, e soprattutto fonte d’ispirazione contro la crisi. Mente Pacces e Bottai, sempre su Critica Fascista, descrivevano il «piano economico-corporativo» fulcro delle ambizioni della “sinistra fascista”, Carlo Costamagna arrivò a parlare di “piano quinquennale europeo”, quasi in concorrenza e opposizione ai sovietici. I piani quinquennali russi erano stati largamente dibattuti in Italia, e accanto ai progressi industriali erano stati messi in luce anche gli eccessi burocratici e la «superlativizzazione mostruosa e abnorme del sistema di fabbrica», come disse Panunzio. Errori che il fascismo voleva invece evitare, nella strada verso la reale partecipazione del cittadino-produttore al processo politico ed economico, suggellata dall’imponente edificio previdenziale e corporativo, e infine dalla socializzazione della Repubblica Sociale Italiana.

Il 1936 aveva visto effettivamente un «piano regolatore» varato dal Duce, con l’intento di lanciare ancora «più avanti» la politica sociale del regime, nel pieno di quell’«accelerazione totalitaria» di cui Berto Ricci fu uno dei simboli migliori. Tutto ciò aveva attirato l’interesse di molti socialisti e comunisti a livello internazionale, come testimonia il famoso “appello ai fratelli in camicia nera”, firmato anche da Togliatti. Suggestioni destinate a spegnersi nel sangue della guerra di Spagna e infine della catastrofe del secondo conflitto mondiale, ma che restano, ancora una volta, quale testimonianza del valore culturale e dell’inesauribile forza della «rivoluzione sociale» autenticamente italiana.

Francesco Carlesi

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