Todaro
Salvatore Todaro

Roma, 14 dic – Nella storia della marineria italiana sono molti gli episodi di eroismo e abnegazione che danno il senso dello spessore degli uomini che presero parte alle due guerre mondiali.

Uno di essi, poco conosciuto, è sicuramente Salvatore Todaro. La sua biografia sino agli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale è quella di un normale ufficiale di Marina: nato a Messina da genitori veneti nel 1908, dopo aver frequentato l’Accademia Navale consegue il diploma di Guardiamarina nel 1927 e l’anno successivo viene promosso Tenente di Vascello, dopo un primo imbarco su unità di superficie e subacquee, nel 1936 operò con la 146a Squadriglia idrovolanti di Cagliari Elmas e nel 1937 si imbarcò su sommergibile operante nelle acque spagnole durante la guerra di Spagna.

Nel giugno 1940, allo scoppio della guerra, fu promosso Capitano di Corvetta ed ebbe prima il comando del sommergibile “Manara” e poi quello del “Cappellini”, operante in Atlantico sotto il comando “Betasom” di Bordeaux, con il quale divenne famoso, come vedremo, per le sue gesta di coraggio che lo fecero entrare nella leggenda.

Todaro era un giovane comandante quando raggiunse Bordeaux per prendere il comando del “Cappellini” ma non era affatto un novellino. A testimonianza di questo era la volontà dei marinai di mettere in pratica qualsiasi trucco pur di farsi imbarcare con lui; aveva infatti un forte ascendente sull’equipaggio da cui era ben voluto ma soprattutto rispettato per le sue capacità sia guerriere che umane. Anzi quasi sovrumane, dato che viene riportato che fosse in grado di ipnotizzare gli uomini e che sapesse in anticipo l’esito delle missioni tanto che, quando si parlava del Comandante, in sua assenza si usava il soprannome “mago Bakù”.

Leggende di mare ovviamente, ma che ben descrivono i sentimenti dei marinai del Cappellini ed il carattere di Todaro, autore di decine di imprese memorabili per le quali ebbe numerose decorazioni.
Egli fu un comandante di sommergibili atipico: aveva poca fiducia nei siluri per questo gran parte delle azioni di guerra portate dal “Cappellini” furono condotte in emersione con l’utilizzo dei cannoni, cosa che faceva inorridire gli strateghi della guerra sottomarina, soprattutto tedeschi, ma che esaltava le qualità belliche di Todaro e del suo equipaggio.

Questo ci porta direttamente a raccontare uno dei tanti esempi che gli hanno valso l’appellativo di “corsaro gentiluomo” durante la guerra.
Il 16 ottobre del 1940 il “Cappellini” si trovava in missione nell’Atlantico del nord quando incrociò un piroscafo belga, il “Kabalo” che trasportava un carico di armi e munizioni per conto degli inglesi. Subito Todaro, come di consuetudine, passò all’attacco in superficie, a cannonate, e in un serrato scambio di colpi (i piroscafi erano armati)  durato due ore ebbe ragione della nave belga.
Questa la storia, ma qui comincia la leggenda.
Quando la nave affondò il Comandante ordinò di prendere a rimorchio la lancia sulla quale avevano trovato rifugio i 26 superstiti del “Kabalo” dirigendosi verso il primo porto neutrale raggiungibile: S. Maria delle Azzorre.
Durante la navigazione, durata due giorni, il cavo si spezzò ben due volte e per due volte Todaro ordinò di tornare indietro per riagganciare la scialuppa, poi, dato che questa non reggeva più il mare, fece salire a bordo e sistemare sul ponte di coperta del sommergibile i naufraghi e navigando in superficie, col rischio di essere avvistato da un aereo o da una nave nemica, giunse alle Azzorre.
Questo episodio si ripeté più volte durante la missione in Atlantico del “Cappellini” al comando di Todaro e tanto gli valse per essere definito “corsaro gentiluomo” ed avere gli onori del nemico stesso, che viceversa non si faceva tanti scrupoli quando si trovava nella stessa situazione.

Todaro Cappellini
Il sommergibile Cappellini

Il valore e lo spirito di abnegazione non erano presenti solo nel Comandante, ma anche nel suo equipaggio che in più di una occasione, grazie alla particolare tattica di Todaro, ebbe modo di distinguersi durante i feroci combattimenti sul mare: è il caso dell’affondamento dell‘incrociatore ausiliario britannico “Eumaeus” carico di truppe.
Ancora una volta il sommergibile italiano si fa sotto incurante delle cannonate avversarie, ed ancora una volta lo fa in superficie.
Il “Cappellini” questa volta subisce danni e ha feriti a bordo: un cannoniere scelto viene colpito alla testa ma non demorde, e scrollandosi via il sangue dalla fronte con la mano, come se fosse sudore, continua a spazzare il ponte del piroscafo col cannone.
Todaro non esita a decorarlo con la sua personalissima medaglia: “Da questo momento” gli dice “sei autorizzato a darmi del tu. E sarai l’unico che potrà dirmi <<Tu comandante>>”
Un privilegio che, concesso da un uomo come Todaro, vale sicuramente più di una medaglia, ma erano altri tempi ed altri uomini.

Avvicendato, Todaro passa a comandare un reparto della X Flottiglia Mas di stanza in Crimea, dove si distingue ancora una volta in azioni coi motoscafi d’assalto durante l’assedio di Sebastopoli.
Infine passa al comando di un piropeschereccio, il “Cefalo”, che appoggia le azioni dei nostri mezzi d’assalto durante le operazioni più ardite.
Il 13 dicembre 1942 il “Cefalo” salpa per una missione nel porto di Bona, in Tunisia ma il tempo è pessimo e devono rientrare al porto di La Galite sede del comando della Regia Marina a Tunisi.
La mattina successiva, il 14, gli uomini che hanno partecipato al mancato assalto riposano per essere pronti la notte successiva; Todaro riposa nella sua cuccetta sul “Cefalo” quando vengono avvistati due “Spitfire” che puntano sul porticciolo.
Fanno diversi passaggi mitragliando e spezzonando: la nave viene gravemente danneggiata e ci sono morti e feriti tra i marinai.
Quando la contraerea riesce a far allontanare gli aerei inglesi si cerca il Comandate. Viene ritrovato ancora al suo posto nella cuccetta, con gli occhi chiusi: una scheggia gli ha trapassato la tempia dandogli la morte.
“Morirò quando il mio spirito sarà lontano da me” era solito dire il giovane comandante. Testimoniano il suo coraggio tre medaglie d’argento al valore, due di bronzo, due croci di ferro e una medaglia d’oro alla memoria con questa motivazione:
“Ufficiale superiore di elette virtù militari e civili. Capacissimo, volitivo, tenace, aggressivo, arditissimo, al comando di un sommergibile prima e di reparto d’assalto poi, affrontava innumerevoli volte armi enormemente più potenti e numerose delle sue, e dimostrava al nemico come sanno combattere e vincere i marinai d’Italia.
Assertore convinto della potenza dello spirito, malato ma non esausto, mai piegato da difficoltà materiali, da considerazioni personali, da logoramento fisico, ha sempre conservato intatte volontà aggressiva e fede e mistica dedizione al dovere intesa nel senso più alto e più vasto.
Mai pago di gloria e di successi, non sollecito di sé. ma solo della vittoria, riusciva ad ottenere il comando di sempre più rischiose imprese finché, nel corso di una di esse, mitragliato da aerei nemici, immolava la sua preziosa esistenza alla sempre maggiore grandezza della Patria.
Purissima figura di uomo e combattente, esempio fulgidissimo di sereno, intelligente coraggio e di assoluta dedizione.
Mediterraneo, giugno 1941 – dicembre 1942″

Paolo Mauri

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Commenti

commenti

3 Commenti

  1. Negli anni 70 fecero in televisone un film sul capitano Todaro.
    Sarebbe opportuno riproporlo, perchè oggi, guardandosi in giro, sembra impossibile che siano esistiti degli italiani come lui.

  2. Di questi tempi il regime democratico non permetterebbe la sua riproduzione …..ma il canone Rai resta obbligatorio per tutti
    Per pagare siamo tutti uguali ….ma l informazione non lo è nei fatti

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