Roma, 6 nov – Va bene la politica al tempo dei social. Passi il privato che invade il pubblico. Passino pure la Boldrini che fa il caffè, il cagnolino di Silvio, la Meloni che fa la caprese e Salvini che mangia le salsicce. Ora, però, ci avete rotto le palle: della storia d’amore Salvini-Isoardi, troncata dalla conduttrice su Instagram, non ce ne può fregare di meno. E badate bene: questo non è lo sfogo della «vecchia zia» che non riesce a capire la modernità. Non lo è, e non lo può essere, proprio perché è più probabile che le vecchie zie, in questo preciso istante, stiano a gustarsi in poltronissima la telenovela Salvini-Isoardi, fatta di foto after sex, frasi di Gio Evan e sorrisi africani.

La lezione l’abbiamo imparata: internet e i social rappresentano un’arma formidabile per sfuggire ai filtri dei media mainstream. Grazie al fenomeno della cosiddetta «disintermediazione» (l’elusione, appunto, di filtri intermedi tra mittente e ricevente), il messaggio politico delle forze non conformi giunge ai cittadini senza distorsioni di sorta. Abbiamo anche imparato una seconda lezione: l’elettorato populista ha una fame famelica della dimensione privata del politico di turno. Vuole penetrare nella sua intimità, vuole sentirlo e vederlo come lui. Il politico come specchio dell’elettorato. Non è un fenomeno così nuovo in fondo: dalle foto di Mussolini che sciava a torso nudo a Stalin che si faceva ritrarre con i bambini in braccio, da Michelle Obama che si prende cura dell’orto della Casa bianca fino a Putin a caccia in groppa a un orso, i politici hanno sempre cercato, per accrescere la propria popolarità, di autorappresentarsi come il popolo desiderava vederli.

C’è un però nella vicenda Salvini-Isoardi. Qui non si tratta più di «triggerare» la sinistra facendosi un selfie in mezzo a un roseto o di stirare una camicia per perculare le femministe di ogni ordine e grado. Qua il problema è che Salvini-Isoardi, con questa sceneggiata social, hanno finito per abbassarsi al livello dei Ferragnez. Che un cantante e un’influencer ci descrivano la loro vita nei minimi dettagli fa parte della comunicazione del nuovo millennio, e funziona. E non desta neanche troppo stupore. Ma un vicepremier non è un cantante. Non è neanche una questione di decoro istituzionale, di cui ci importa il giusto. Perché un conto è girare in felpa e partecipare alla sagra di paese (e funziona); ma tutt’altro conto è trasformare il Viminale nel set di Uomini e donne. Insomma, va bene tutto. Ma ora, diciamocelo, ci avete proprio rotto i coglioni.

Valerio Benedetti

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