Roma, 25 gen – Ci sono studiosi e pensatori dal destino singolare: avvolti nella nebbia dell’oblio per decenni, a un tratto «emergono», accendono l’attenzione di un pubblico vasto, grazie a iniziative convergenti e non coordinate, verrebbe da dire «fatidiche». Giacomo Boni, tra i maggiori archeologi e cultori della romanità dell’epoca moderna, è un autore di questo tipo. Per anni, il suo nome è stato oggetto di studio solo in ambiti ultra specializzati e decisamente di nicchia, come per l’appunto gli appassionati di archeologia o gli esperti di tradizionalismo romano. La vasta pubblicistica che gli è stata dedicata ha di conseguenza interessato poche centinaia di lettori. Accade tuttavia che a un dato momento i riflettori si accendano improvvisamente.

Scavi, misteri e utopie della Terza Roma

Ecco quindi arrivare l’importante mostra dedicata a Boni a cura della sovraintendenza speciale per il Parco Archeologico del Colosseo, inaugurata il 15 dicembre 2021 e che durerà fino al 30 aprile 2022, di cui abbiamo già parlato. Ed ecco arrivare nel medesimo momento, per i tipi di Altaforte, la più estesa biografia del «vate del Palatino» mai pubblicata, dopo quella del 1932 di Eva Tea. Si tratta di Giacomo Boni. Scavi, misteri e utopie della Terza Roma, di Sandro Consolato, da oggi disponibile in libreria e on line. Quello di Consolato non è un nome nuovo per i lettori del Primato Nazionale: studioso di romanità, cultura esoterica e, in particolare, di Julius Evola, è stato direttore della rivista La Cittadella, nonché collaboratore di varie testate, fra cui la nostra. L’interesse di Consolato per Boni non è cosa recente: lo studioso ne aveva già tracciato un profilo in Politica Romana e poi nella raccolta Esoterismo e fascismo, curata da Gianfranco De Turris.

Se questi studi sono indubbiamente alla base del saggio pubblicato per Altaforte, quest’ultimo, non foss’altro che per la mole (più di 500 pagine), la bibliografia e l’estesissima rete di rimandi, rappresenta tuttavia il vero e proprio «lavoro di una vita», il contributo se non definitivo (nella cultura nulla lo è), almeno difficilmente superabile alla conoscenza di un gigante del mondo dello spirito europeo. Se vivessimo in una nazione normale, il Giacomo Boni di Consolato diverrebbe di gran moda non solo nelle università, ma anche… a Cinecittà. Boni è infatti una di quelle personalità così particolari da sembrare già da sempre pensate per essere portate sulla pellicola (e uno Stato serio eseguirebbe alla svelta, anziché dedicare fiction a Mimmo Lucano).

Chi era Giacomo Boni

Ma chi era Giacomo Boni e perché la sua vita è stata tanto straordinaria? Nato a Venezia il 25 aprile 1859, dopo gli studi tecnici entra nel mondo del restauro, partecipando ai lavori sul Palazzo Ducale di Venezia e studiando architettura all’Accademia delle Belle Arti. Nel 1888 venne nominato ispettore dei monumenti della Direzione generale delle Antichità e Belle Arti: nel 1898 divenne direttore pro tempore dell’Ufficio Regionale dei Monumenti di Roma e a partire dal 1898 diresse gli scavi del Foro Romano, a cui a partire dal 1907 si aggiunsero quelli del Palatino, il colle su cui Romolo tracciò il solco primigenio di Roma.

Partecipò anche all’operazione di recupero dei materiali delle macerie del campanile di Venezia, crollato improvvisamente il 14 luglio 1902, acquisendo per questo una fama internazionale che gli permise di diventare socio corrispondente del Royal Institute of British Architects e di essere spesso invitato da enti e istituzioni straniere, come la Royal Dublin Society. Studiò da solo il latino, il greco, il tedesco e l’inglese. La conoscenza di quest’ultima lingua lo portò a stringere rapporti culturali con intellettuali come John Ruskin, William Morris, Philip Webb e William Douglas Caröe. Alle sue ricerche nel Foro Romano si devono la scoperta del Lapis niger, della Regia, del Lacus Curtius, dei cunicoli cesariani, della necropoli arcaica presso il tempio di Antonino e Faustina e della chiesa di Santa Maria Antiqua. Sul Palatino portò alla luce una cisterna arcaica a thòlos, i ricchi ambienti della Casa dei Grifi e della cosiddetta Aula isiaca al di sotto del palazzo imperiale di età flavia. Anche grazie a queste scoperte, il suo prestigio diventa globale. Ugo Ojetti lo definisce «uno degli uomini più singolari e affascinanti di questo secolo». In quegli anni intellettuali, presidenti, monarchi di tutto il mondo passano a fargli visita al foro romano.

Accanito patriota, durante la Grande guerra cercò di cogliere i segnali sottili della Vittoria, oltre a impegnarsi praticamente per fornire soluzioni pratiche che alleviassero la vita di trincea. Dopo la guerra sostenne l’avventura dannunziana a Fiume e poi solidarizzò col fascismo. Designato senatore per meriti eminenti dal Re, ricevette anche l’apprezzamento del celebre studioso britannico James Frazer: «Non so se ci sia in Senato una persona più di voi degna d’essere senatore romano». Dopo la sua morte, avvenuta il 10 luglio 1925, la sua salma fu avvolta nel tricolore e fu sepolta, su richiesta di D’Annunzio e con assenso di Mussolini, negli Orti farnesiani, sul Palatino.

Adriano Scianca

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