CasaPound dall’interno, alla scoperta di una Roma rivoluzionaria 

Lo speciale della rivista francese Éléments su CasaPound – parte prima. Di David L’Épée

L’insediamento e la perennità di CasaPound pongono una serie di interrogativi. Come può un’organizzazione politica dichiararsi ancora oggi fascista e allo stesso tempo riuscire ad attirare numerosi giovani italiani? Siamo andati a visitare il suo quartier generale a Roma per cercare di capire chi sono questi militanti dalla retorica radicale e dall’etica spartana.


Lo scorso gennaio, durante una visita a Roma, fui testimone quasi per caso di uno spettacolo sorprendente che non corrispondeva a niente di quello che avevo visto in Europa. Al calar della notte, una folla costituita da diverse migliaia di persone avanzava lentamente in un silenzio sepolcrale, allineata in file da sette, verso un punto preciso della città. Il traffico era stato interrotto su tutto il tragitto del corteo e i passanti che camminavano sui marciapiedi, abbassavano spontaneamente il tono della voce, sussurrando alla vista della prima fila, decorata da una bandiera nera con la scritta: «Onore ai camerati caduti». Lo potremmo definire una sorta di corteo funebre che CasaPound organizza il 7 gennaio di ogni anno per onorare i tre giovani militanti del Movimento Sociale Italiano assassinati nel 1978 dalle forze nemiche congiunte di comunisti e polizia. Nel clima teso degli anni di piombo (alcuni in Italia non esitano a definirli come una vera e propria guerra civile), in cui si combinano conflitti tra antagonisti di ambo le parti, attentati sotto false bandiere, ingerenza americana e manipolazione politico-poliziesca sullo sfondo della guerra fredda, i morti furono in effetti numerosi, soprattutto nell’ambiente di cui CasaPound, organizzazione di ispirazione fascista, si ritiene ereditiera.

Un bosco di braccia tese

Giunta sul luogo del delitto, in via di Acca Larentia (divinità ctonia dell’antica Roma), la folla, sempre silenziosa, si compone in una massa unitaria. La cerimonia che ha finalmente inizio è allo stesso tempo sobria e impressionante: per tre volte un uomo con una bandiera che ricorda quella delle legioni imperiali, rompe il silenzio con una chiamata ai caduti: «Per tutti i camerati caduti!» E ad ognuna delle tre ingiunzioni migliaia di uomini e donne in un unico movimento come a formare un’enorme onda, fanno il saluto romano gridando: «Presente!». L’onda sonora si propaga immediatamente, strappando il silenzio della notte, facendo scattare gli allarmi delle macchine parcheggiate nel quartiere, mentre qualche cane ulula da lontano.

Nello stabile di CasaPound, via Napoleone III, Roma. Una corona di alloro giace sull’altare della Vittoria. Sopra di essa, il simbolo dell’associazione, creata nel 2003, una grande tartaruga rossa bianca e nera, con quattro frecce dirette verso il centro del carapace. L’animale simboleggia allo stesso tempo longevità e rifiuto dell’usura come accesso alla proprietà. 

Per uno spettatore straniero questa marea di braccia tese ha qualcosa di anacronistico e allo stesso tempo inquietante. Impossibile per CasaPound nascondersi pudicamente dietro le vestigia del saluto all’imperatore: si tratta proprio del saluto fascista! Ebbene, cosa evoca il fascismo alla maggior parte dei francesi? Degli squadroni di camicie nere adepti del manganello e dell’olio di ricino, un ricorso sistematico alla violenza, una militarizzazione della società, un’intolleranza reclamata e rivendicata. Nulla che sia suscettibile di piacere al vostro servitore. E poi c’è tutto il resto: il ravvicinamento con la grande borghesia e con la Chiesa cattolica, l’alleanza con la Germania hitleriana, il ruolo di «braccio armato del capitalismo» (come sostenevano i marxisti)… Era davvero tutto ciò che, in questa notte di gennaio, rappresentavano la moltitudine di questi italiani venuti a rendere omaggio ai loro martiri?  

Diversi mesi sono passati. Dopo l’afa estiva, è arrivato un autunno particolarmente caldo. Mi ritrovo ancora una volta ad Acca Larentia, lontano dalla folla, accompagnato solamente dai miei colleghi di Éléments e da Sébastien de Boeldieu, uno dei responsabili di CasaPound. L’uomo, di origini francesi, si è stabilito da diversi anni in Italia dove ha aderito al movimento, nel quale, sembrerebbe, le sue origini straniere non hanno mai rappresentato un problema. Proprietario di un café che ha l’aspetto di una piccola enclave francese, tra la decorazione belle époque, i croissant parigini e una programmazione musicale in cui la lingua di Molière occupa un ruolo chiave. Questa enclave è tuttavia uno dei numerosi punti di ritrovo dei fascisti romani che vengono per bere uno spritz e parlare di politica. Boeldieu, che con sua moglie Chiara, ha consacrato la sua esistenza alla loro battaglia che è diventata la sua, è un tipo un po’ burbero, che il militantismo ha abituato ad una certa vigilanza quotidiana, e per il quale le perquisizioni e le notti passate al commissariato per negoziare la liberazione dei camerati sono diventate più frequenti delle serate in pantofole davanti al camino.

Più vicini a Muzio Scevola che non a Mussolini

Ma in questo pomeriggio di ottobre, non appena facciamo i cento passi sull’enorme croce celtica che decora il pavimento del piazzale in cui caddero i tre giovani onorati ogni anno da CasaPound, la nostra guida fatica a nascondere l’emozione mentre ci racconta le circostanze del dramma. L’imboscata, gli aggressori che escono dalla macchina, il sangue della prima vittima che cola sotto la porta della sezione dietro la quale si rifugiarono i suoi giovani amici, un giornalista che vi getta il mozzicone di sigaretta, un altro militante ucciso dagli spari della polizia, una giustizia che rifiuta di punire gli assassini, il suicidio di un padre in lutto… Il nostro interlocutore vive quotidianamente questa gioventù nazionalista, della quale si sente un fratello maggiore, e conosce i rischi che la sua famiglia politica corre, confrontata perpetuamente con la repressione dello Stato italiano e con le spedizioni punitive dei gruppuscoli antifascisti. In fondo alla scala in cui siamo arrivati, si apre una porta dalla quale escono una ventina di giovani per fumare e prendere una boccata d’aria. Sono i militanti del Blocco Studentesco, il ramo giovanile di CasaPound, facilmente riconoscibili nelle manifestazioni grazie alla loro bandiera nera con un fulmine cerchiato. Nella sua estetica e nei riferimenti convergono numerose influenze politiche e culturali ben riconoscibili: il futurismo, lo squadrismo, il sindacalismo rivoluzionario, il garibaldismo…

Visto dalla Francia, dove qualsiasi movimento politico fatica ad attirare nuovi aderenti e fa carte false per far entrare dei giovani nei suoi ranghi, il funzionamento di CasaPound fa riflettere. Lontana da ogni clientelismo e da facili seduzioni, si presenta come un’organizzazione che esige moltissimo dai suoi membri, pretendendo una disciplina assoluta e uno spirito di sacrificio totale. Ne ho visto esempi eloquenti, nei giovani che ogni notte fanno la guardia nell’edificio di via Napoleone III occupato dal movimento. Chiusi in una stanza, con un occhio alla finestra e l’altro alle telecamere, si danno il cambio all’alba per assicurarsi che gli abitanti del palazzo possano dormire in sicurezza e che nessun malintenzionato penetri nella torre. Mentre altri militanti lavorano tutti i giorni, a titolo gratuito, alla Testa di Ferro (la libreria di CasaPound), o, le sere, al Cutty Sark (uno dei pub del movimento), le sentinelle notturne sarebbero forse state punite per ritrovarsi a fare i turni a CasaPound? Assolutamente no, mi spiegano, è il contrario: sono i più meritevoli, quelli che nel tempo hanno fatto prova di cameratismo e buona volontà, ad essere scelti per questo delicato compito. Un po’ come se ricompensassimo un eroe di guerra offrendogli l’occasione di pelare le patate! Ironizzo, certo, ma non posso negare che questa logica, contrariamente a quella del bastone e della carota, contrariamente a tutti i riflessi individualisti e edonisti che condizionano la nostra società moderna, mi impressiona e mi colpisce fortemente. C’è qualcosa di molto romano là dentro, di romano nel senso antico, stoico. Molte volte durante la mia scoperta della contro-società fascista mi capita di immaginare che questi giovani abbiano forse meno di Mussolini, e più di Plutarco o di Muzio Scevola…

Un enorme ritratto di Verdi in porcellana

Mentre siamo a tavola nella grande sala di Angelino e degustiamo il piatto del giorno – penne all’amatriciana e trippa alla romana, annaffiate da del vino bianco – mi soffermo a osservare l’ambiente in cui ci troviamo e le persone che si avvicendano attorno a noi. Questa osteria situata a pochi passi dal Colosseo, sviluppa, sotto volte in mattoni, alti muri dipinti di giallo e ricoperti da una moltitudine di piccoli quadri: incisioni, fotografie, porcellane, statuette – una decorazione forte, direi addirittura saturata, all’italiana. Dall’altra parte del bancone, davanti un enorme ritratto di Verdi, si affaccendano una serie di camerieri e cameriere, quasi tutti tatuati. La tartaruga frecciata appare spesso sulle braccia dei ragazzi che ci portano il tiramisu o il limoncello. ”Questa ragazza, ad esempio, mi spiega Boeldieu indicandomi una cameriera che esce dalla cucina, è fidanzata con uno dei nostri camerati attualmente in prigione. Le abbiamo trovato lavoro qui, per aiutarla con le spese.”

Tra i turisti e i romani venuti a ristorarsi durante la pausa pranzo, riconosciamo rapidamente, dal loro stile, i militanti del movimento che qui si sentono a casa loro. Qualche tavolo dopo il nostro, è seduto un colosso col cranio rasato ed una folta barba. Accomodato solidamente dietro un boccale di birra, fa scorrere il suo sguardo penetrante sulla sala, evocando con il suo aspetto un mix tra un guerriero vichingo e un Hell’s Angels. Si tratta di Gianluca Iannone, personalità carismatica dell’ambiente fascista e cantante del gruppo rock Zetazeroalfa, all’origine dell’avventura comunitaria di CasaPound.

Diciotto famiglie italiane vivono a CasaPound

Se il nome del movimento fa riferimento alla casa, è perché nasce dall’occupazione illegale di un grande edificio, che non è ancora stato sgomberato, nonostante diversi tentativi, e che permette di ospitare diciotto famiglie italiane in difficoltà. Sopra la porta di ingresso il nome CasaPound appare a grandi lettere incise nel marmo. Quel marmo che «vince la palude», come ama ripeterci la nostra guida. L’iscrizione è recente, ma la scelta di questa pietra concepita per attraversare i secoli, cristallizza il movimento nel tempo e ne sottolinea la volontà di durare, a dispetto del desiderio delle autorità di vederli evacuare il luogo e delle difficili condizioni di vita del quartiere. Siamo infatti al centro dell’Esquilino, una parte della città edificata sui grandi cimiteri dell’antica Roma, e questa zona, nella quale il Vaticano possiede numerosi beni immobiliari, è conosciuta oggi per il suo clima di insicurezza. Maggiormente abitata da bengalesi e cinesi, con i quali CasaPound – minoranza italiana nel quartiere – intrattiene delle relazioni di buon vicinato, arrivando perfino ad organizzare delle conferenze con la comunità cinese. L’ascesa al potere della coalizione formata dalla Lega e dal Movimento Cinque Stelle, nonostante una colorazione populista e sovranista che alcuni nel movimento vedevano di buon occhio, non ha al momento portato ad un cambiamento di attitudine dello Stato nei confronti della comunità fascista. Matteo Salvini si è impegnato a sgomberare tutte le occupazioni illegali presenti sul territorio e Virginia Raggi, sindaco di Roma del partito di Beppe Grillo, ha ripetuto lo scorso ottobre di essere contraria all’occupazione illegale praticata da CasaPound. (segue)

Traduzione di Chiara Del Fiacco

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