Roma, 25 ago – “Questa sala di lusso è il simbolo dell’errore commesso nel dare in pasto un’opera di forza e giovinezza a un pubblico decadente. Pubblico esausto, adagiato nelle ghirlande di Luigi XVI […], nei cuscini di un orientalismo di cui dovremmo serbare rancore al balletto russo. In siffatto regime si digerisce distesi lungo un’amaca […], si caccia via il vero nuovo quasi fosse una mosca. Esso infatti disturba”. Con queste parole Jean Cocteau descrive uno dei più celebri scandali vissuti a Parigi, risultato di un’operazione artistica senza precedenti.

La compagnia dei “Balletti Russi”

Sergej Djagilev (1872-1929), ricco promotore delle arti, appartenente all’élite di San Pietroburgo, è forse il più noto e visionario mecenate del secolo scorso. Strenuo sostenitore della diffusione della cultura russa in occidente, nel 1909 fonda i Balletti Russi, Ballets Russes, compagnia di danza classica non convenzionale, con l’intento di esportare in Europa il tecnicismo e l’arte russa per unirli al talento dei maggiori artisti dell’epoca. Debussy, Satie, Picasso, De Chirico, Massine, Balanchine sono solo alcuni nomi dei grandi compositori, scenografi e ballerini che collaborarono con la compagnia di Djagilev.


Nel 1909 a San Pietroburgo, Djagilev resta colpito da un giovane compositore autore delle opere Feu d’artifice e Scherzo fantastique eseguite per l’occasione durante i Concerti Ziloti. Inizia così un proficuo sodalizio artistico con Igor Stravinsky (1882-1971), nel 1910 infatti il mecenate gli commissiona la musica per un balletto originale, L’uccello di fuoco, tratto da una fiaba russa e coreografato da Michail Fokin; l’anno seguente sarà la volta di Petruska con il quale andrà definendosi maggiormente lo stile del compositore.

In quegli stessi anni Djagilev, nella cerchia del principe Pavel Dmitrievitch, entra in contatto con Vaslav Nijinsky (1889-1950), giovane étoile del balletto russo di origine polacca. Dapprima danzatore dei Balletti Russi, sotto la direzione coreografica di Fokin, diventa in seguito coreografo della compagnia. Artista sensibile dallo spirito irrequieto, viene internato in Ungheria durante la Prima guerra mondiale. Celebre per i suoi virtuosismi e le sue straordinarie doti espressive, manifesterà i primi segni di schizofrenia nel 1916 fino a che un grave esaurimento nervoso nel 1919 metterà fine alla sua carriera. Questi tre personaggi intrecciarono le loro vite negli anni felici delle sperimentazioni avanguardistiche dei primi anni del Novecento. Così come nell’arte, anche nella musica si ricerca ciò che appare puro e incontaminato, miti arcaici e pagani, forme semplici, ma evocative. Il balletto, come la pittura e la scultura, inizia un lento processo di liberazione dai dettami del repertorio romantico e accademico, si sperimentano movimenti nuovi tesi ad un’espressività spontanea, il viso e la sua mimica accompagnano i gesti del corpo verso un ritorno alla purezza, le scenografie e i costumi evocano mondi primitivi e lontani citando tradizioni e leggende popolari.

Tali sperimentazioni sono alla base di un’opera artistica assolutamente visionaria per l’epoca, nata grazie al geniale intuito di Djagilev: La Sagra della Primavera (Le Sacre du Printemps). Nell’autunno 1912 il mecenate infatti commissiona a Stravinsky un libretto originale per il quale quest’ultimo aveva già pronto il soggetto dal 1910: in un luogo non definito della Russia arcaica si mette in atto un rito sacrificale pagano per propiziare l’arrivo della primavera, una vergine è scelta per ballare fino alla morte e ottenere la benevolenza degli dei.

Il balletto debutta al Theatre des Champ-Elisées di Parigi il 29 maggio 1913 davanti ad una platea incredula. La sala è al completo, uomini d’affari, artisti ed intellettuali, donne imbellettate e ingioiellate. L’eccitazione corre febbrile da uno spettatore all’altro, si attende con impazienza di assistere all’ultima novità proposta dai Balletti Russi.

“Proprio quello che volevo”

Già alle prime battute il pubblico è percorso da un fremito. La complessa partitura di Stravinsky è quanto di più avanguardistico si possa pensare, la ritmica tradizionale è stravolta, suoni assordanti e spasmodici evocano l’energia della natura e la sua trasformazione al suo risveglio. Non si avverte la pace bucolica di una primavera risanatrice, ma si narra il mondo arcaico della Russia popolare, una natura ostile che l’uomo cerca di ingraziarsi con riti propiziatori e sacrifici di vergini. I corpi dei ballerini sono attraversati da spasmi e fremiti, i movimenti sono concitati e scattosi, la postura è chiusa e trattenuta verso il basso, non c’è tensione verso la verticalità, non c’è leggerezza né eleganza, ma salti a gambe tese e pugni serrati. La grazia è scomparsa per far posto alla brutalità e alla pesantezza di corpi primitivi.

La platea è scandalizzata, fischi e urla mettono in seria difficoltà i danzatori che non sentono l’orchestra. Stravinsky lascia la sala e si rifugia dietro le quinte dove Nijinsky, in piedi su una sedia, tenta di aiutare i ballerini urlando le battute e battendo il ritmo. Solo gli artisti invitati da Djagilev applaudono alla scena. Anche Gabriele d’Annunzio è entusiasta del balletto e si scaglia con foga contro i detrattori. Djagilev allora decide per una pausa durante la quale la polizia riesce a far uscire il pubblico più scatenato. Il balletto riprende con la scena del Sacrificio, ma ecco nuovamente schiamazzi e i fischi. Al termine della serata Djagilev, Stravinsky e Nijinsky lasciano in fretta il teatro per recarsi non nel solito dopo teatro della mondanità parigina, ma in un altro locale dove il mecenate commenta con aria soddisfatta “Esattamente quello che volevo”.

Per la resistenza incontrata il Sacre uscirà subito dal repertorio dei Balletti Russi, tornando in scena, a partire dal 1920, nelle versioni di diversi coreografi: Leonide Massine, Martha Graham, Maurice Bejart, Kenneth MacMillan, Pina Bausch.

L’importanza di questo balletto e della sua prima rappresentazione nel 1913 è la forza dirompente con la quale sconvolse la moralità dei benpensanti rimanendo per decenni, grazie alla sua violenza e originalità, il simbolo della modernità.

Isadora Medri

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