Genova, 21 lug – Novantotto anni fa il 21 luglio 1921, si svolse la pagina più selvaggia e brutale della guerra civile strisciante che oppose fascisti e socialcomunisti tra il 1919 ed il 1922. la strage di Sarzana, che wikipedia definisce pudicamente fatti di Sarzana. Pagina ancor oggi molto scomoda per la sinistra, che pure esalta Sarzana come la Caporetto del Fascismo, per la ferocia che si può ben definire bestiale dimostrata non come preteso dalla novellistica antifascista dalle ferocissime squadracce nere, ma dalla plebe sarzanese, dai contadini e dai cosiddetti arditi del popolo ferocia che anticipa di ventiquattro anni la brutalità della primavera del 1945.

Il culmine degli scontri lunghi un mese

Fu il culmine di scontri iniziati almeno da un mese, quando nella notte tra il 24 ed il 25 giugno lo squadrista massese Gilberto Ciberti, ardito reduce da Fiume, venne assassinato a colpi di pistola alla schiena mentre usciva da un cinema del capoluogo apuano. Il giorno dopo trecento squadristi della Spezia, di Seravezza, pisani, carraresi e di Pietrasanta piombarono a Massa per rappresaglia, capeggiati da Ricci: il panettiere sovversivo Mario Mussi venne ucciso dagli squadristi, che lo ritenevano l’assassino di Ciberti; il fratello del Mussi, Pietro rimase ferito. Vennero incendiate le sezioni socialista e comunista, e devastate una ventina di sedi rosse e di abitazioni. La spedizione ebbe pieno successo e la sinistra massese non rialzò più la testa sino all’occupazione statunitense del 1945.

Gli “Arditi del Popolo”


A Roma il 27 giugno 1921 si erano costituiti gli arditi del popolo che a La Spezia in breve tempo arrivarono a contare circa 200 militanti; anche a Sarzana venne fondata una sezione di arditi del popolo. Il 5 luglio, gli iscritti al fascio sarzanese, sentendosi minacciati dai socialisti e dai comunisti scrissero una lettera al fascio di La Spezia chiedendo sostegno. Il 15 luglio, a Tendola di Lunigiana, frazione di Fosdinov,o fu ucciso a colpi di rivoltella il nazionalista Pietro Procuranti. Due giorni dopo, il 17 luglio si tennero i funerali. Una squadra fascista, proveniente da Carrara e guidata da Renato Ricci, il ras carrarese reduce fiumano e futuro presidente dell’Opera Nazionale Balilla e nella RSI Comandante Generale della GNR, dopo il funerale, si diresse a Monzone, paese natale di Procuranti e dove avrebbe dovuto tenersi un comizio del comunista Del Ranco. A Monzone i fascisti assaltarono la cooperativa cittadina e negli scontri che seguirono furono uccisi i comunisti Dino Rossi e Primo Garfagnini. Lungo la strada di ritorno uno dei camion guidati dai fascisti, giunto presso Santo Stefano di Magra si dovette fermare a causa di un guasto a motore, nel corso della sosta i fascisti furono oggetto di colpi di fucile che ne ferirono diversi. A questo punto l’abitato fu assaltato e nel corso dell’azione ci furono diversi feriti e due vittime, Luigi Del Vecchio e Edoardo Vannini. Ripartiti, in località “tiro a segno”, fu ancora ferito mortalmente Silvio Spadaccini che estraneo ai fatti stava rientrando dalla pesca.

Sulla strada del ritorno gli squadristi, furono bloccati dai carabinieri agli ordini del tenente Vinci Nicodemi al confine con Sarzana dove, nella speranza di evitare scontri, per impedire che transitassero in città furono fatti proseguire a piedi nella campagna mentre i mezzi furono scortati dai carabinieri all’uscita della città. Mentre si trovavano in campagna si scatenò un conflitto a fuoco con un gruppo di Arditi del Popolo nella zona a sud della città, il fascista Venanzio Dell’Amico fu trovato isolato e dopo essere stato circondato fu ucciso.

Giunta ai carabinieri la notizia degli episodi di violenza, Vinci Nicodemi procedette all’arresto delle persone coinvolte. Furono pertanto arrestati undici fascisti, compreso Renato Ricci mentre non si poté procedere all’arresto degli arditi del popolo, autori dell’omicidio di Dell’Amico, poiché non fu possibile identificarli. I fascisti di Carrara richiesero ai carabinieri di Sarzana il rilascio degli arrestati minacciando rappresaglie.

La vicenda del 17 luglio aveva però provocato la preoccupazione delle autorità locali e dei cittadini, tanto da unire anarchici, socialisti, comunisti e repubblicani nel formazione di un Comitato di salute pubblica, presieduto dal sindaco socialista Arnaldo Terzi, rappresentante di una famiglia della media borghesia commerciale prestato al proletariato.

Il 18 luglio fu proclamato lo sciopero generale, mobilitando anche gli operai e i ferrovieri della Spezia. Fu creata una fitta rete di staffette e di sorveglianza del territorio, incentrata sugli Arditi del popolo che, nonostante fossero osteggiati a livello nazionale dai partiti di sinistra e considerati politicamente immaturi, controllarono, almeno in un primo tempo, il territorio del circondario con il sostegno della popolazione e delle forze politiche.

Una spedizione di fascisti spezzini

Il 19 luglio sera una spedizione di fascisti spezzini, composta da 19 squadristi, al comando di Guido Bosero, cercò di avvicinarsi a Sarzana con l’idea di aggregarsi al grosso della colonna che sarebbe poi partita il giorno dopo. Giunti in località Camisano nel comune di Ameglia, secondo la testimonianza di Aldo Giacchetti che era aggregato alla spedizione, la squadra decise di mandare indietro i due più giovani recando seco tre lettere in cui si richiedevano rinforzi a La Spezia. Il 20 luglio si diressero verso il centro ligure delle colonne di fascisti armati, precedute da un gruppo di una trentina di fascisti che, durante la marcia, uccisero un contadino che stava lavorando la terra presso Ameglia. A tale omicidio reagì la popolazione locale, al punto che i fascisti furono costretti a inviare due giovani squadristi spezzini, uno diciassettenne e l’altro diciannovenne, Amedeo Maiani e Augusto Bisagno, a cercare rinforzi.

Tuttavia essi catturati presso Romito Magra (frazione di Arcola) dove erano entrati in una bettola per comprare della focaccia per placare la fame, percossi violentemente; al culmine delle violenze vennero loro strappati gli occhi e mozzate le orecchie e quindi, dopo essere stati evirati, gettati in un burrone, dove i loro cadaveri furono rinvenuti solo dopo una settimana.

Il 20 luglio il capitano dei carabinieri Guido Jurgens assunse il comando di Sarzana e nello stesso giorno ebbe la notizia che gli squadristi toscani stavano convergendo su Sarzana guidati da Amerigo Dumini con l’intento di far liberare Ricci e gli altri. Avvertiti dell’arrivo delle squadre d’azione, le autorità militari, già in mattinata avevano dislocato in città e nella vicina campagna 50 carabinieri, 150 guardie regie e 200 fanti del 2° reggimento. La colonna di squadristi giunse all’alba del 21 luglio procedendo lungo i binari ferroviari. Ad aspettarli nella piazza principale era presente una pattuglia di nove carabinieri, oltre a quattro militari di fanteria, due funzionari di Pubblica Sicurezza, il commissario Magi e il vicecommissario Gioia, e il capitano Jurgens, allertati dai militari dislocati lungo la ferrovia.

Viva l’Italia! Viva il re! Siamo vostri fratelli!

Quando i fascisti giunsero sul piazzale della stazione ferroviaria di Sarzana gridarono all’indirizzo dei militari: Viva l’Italia! Viva il re! Siamo vostri fratelli!, poi Dumini andò a parlamentare con il capitano Jurgens richiedendo la liberazione di Ricci e degli altri squadristi (10 persone in tutto), il via libera per occupare la città e la consegna del tenente Nicodemi, responsabile dell’arresto dei prigionieri, che secondo gli squadristi aveva schiaffeggiato Renato Ricci (fatto poi smentito dallo stesso Ricci). Le richieste furono fermamente respinte da Jurgens, che tuttavia informò Dumini della probabile intenzione della procura del re di far scarcerare i fascisti.

A un cenno di Dumini gli squadristi cominciarono ad avanzare. A questo punto risuonò un colpo di arma da fuoco che ferì un carabiniere al braccio. Secondo la testimonianza del capitano Jurgens parti in quegli istanti dalla parte dei fascisti il primo colpo seguito a breve intervallo da numerosi altri, mentre secondo i fascisti questo fu esploso da parte degli arditi del popolo appostati alle loro spalle infatti, come riassunto su Il Tirreno il 22 luglio 1921 gli stessi:

Escludono in modo assoluto di avere sparato essi la fucilata contro i carabinieri. Nessuno dei fascisti era armato con fucili da caccia. Il colpo di fucile era partito dalle loro spalle, ed essi avevano visto bene il lampo. Per nessuna ragione, ci dichiarano, essi avrebbero aperto il fuoco contro i carabinieri.

L’ispettore generale Vincenzo Trani, inviato da Ivanoe Bonomi ad indagare sui fatti attribuì la responsabilità ai fascisti, mentre di diverso avviso fu il colonnello della Guardia Regia Nestore Cantuti nella sua relazione del 24 luglio 1921 al Prefetto di Genova scrisse

Dalle indagini fatte risulta in modo certo che il primo colpo non partì dalla forza, e dato che i fascisti affermano recisamente di non aver sparato per primi, si è indotti a credere che un colpo sia partito dalle vicinanze della stazione, forse da qualche sovversivo pratico di tumulti e conscio che il primo colpo genera il conflitto, facendo credere all’una parte che l’altra abbia aperto il fuoco….nascosti dalla vegetazione, certamente hanno tirato sia contro la forza, sia contro i fascisti, e poscia eseguito il massacro dei giovani, che spaventati dagli spari, si erano gettati nei campi.

I militari, tesi per la situazione e già predisposti al tiro dal loro comandante, reagirono quasi automaticamente, un attimo prima che il loro comandante impartisse loro l’ordine definitivo, aprendo il fuoco contro i fascisti che si trovavano davanti a loro. Questi ultimi, colpiti dalla reazione delle forze dell’ordine, inizialmente risposero disordinatamente al fuoco colpendo a morte Paolo Diano, caporale di fanteria del 21º reggimento appostato all’imboccatura del viale, fra l’altro iscritto al Fascio, e ferendo il carabiniere Giovanni Giuliani; dopo un minuto circa cessarono gli spari da entrambe le parti. Al termine dello scontro le forze dell’ordine risultarono aver sparato ventotto colpi, mentre da parte fascista i colpi esplosi furono almeno duecento, secondo Franzinelli dal bilancio dei morti e dei colpi sparati si dedurrebbe che, in ottemperanza agli ordini ricevuti, i fascisti, dopo i primi colpi spararono in aria per non colpire i militari. Inoltre risultò poi la presenza di nuclei di arditi del popolo appostati sui tetti delle abitazioni e sui campanili delle chiese.

I morti fascisti

I fascisti rimasti uccisi sul piazzale furono quattro e numerosi i feriti. Altri due, ricoverati in ospedale, morirono poco dopo. Un centinaio di squadristi si rifugiò nella stazione, da dove furono fatti ripartire dopo ore su un convoglio appositamente costituito; un’altra parte invece si disperse per le campagne, cercando di ritornare a Carrara. Altri ancora restarono sul posto per soccorrere i feriti e per recuperare i dispersi. Circa due ore dopo il procuratore predispose la liberazione di Renato Ricci e dei suoi compagni.

Diversi fascisti fuggirono dalla stazione cercando rifugio nelle campagne e nelle strade cittadine ma qui alcuni furono catturati dai contadini e dagli arditi del popolo. Il capitano Jurgens, avendo notato la cosa, inviò subito dei carabinieri per rintracciarli temendo che subissero aggressioni.

Due giovanissimi fascisti massesi, Paolo Pelù e Lorenzo Taddeucci, furono ritrovati uccisi a coltellate con la lingua strappata ed il ventre squarciato presso un casello ferroviario, mentre altri tre furono ritrovati nei dintorni uccisi a colpi di fucile. Taddeucci, diciannove anni, aveva un braccio carbonizzato, un orrendo tizzone, secondo le cronache dell’epoca: prima di essere assassinato era sto torturato col fuoco. Pelù, ventun anni, era sto ripetutamente pugnalato alla schiena, mentre già ferito al ventre, si trovava bocconi a terra.

Il diciottenne pratese Arnaldo Puggelli, catturato dagli arditi del popolo, venne sventrato e ferito da un colpo di arma da fuoco a bruciapelo, abbandonato agonizzante implorò un sorso d’acqua ad una donna. La risposta fu T’è sede? Pissete en boca!

Uno squadrista venne trovato legato ad un ulivo con corde imbevute di benzina, per essere bruciato vivo; solo l’arrivo dei carabinieri gli salvò la vita. In agosto le forze dell’ordine procedettero a numerosi arresti di contadini e di arditi del popolo. In particolare furono identificati gli uccisori dei due fascisti massesi Pelù e Taddeucci.

A quasi due anni dai fatti, il 24 maggio 1924 Vittorio Cenderello e Angelo Simoncini furono condannati a 11 anni e due mesi di reclusione, Vittorio Cenderello a 9 anni e sei mesi e Oreste Grasso a 6 anni e tre mesi. Tutti e quattro ebbero una diminuzione della pena per le recenti amnistie. Di questi solo Vittorio Cenderello si professò innocente.

L’indomani della strage  a Fossola una squadra fascista aprì il fuoco a sangue freddo su un gruppo di operai per vendicare i morti di Sarzana, uccidendone tre. Da allora gli squadristi apuani cantarono, sull’aria di Hanno ammazzato Giovanni Berta, martire fascista fiorentino gettato nell’Arno la febbraio, questi versi feroci:

Hanno ammazzato Pelù e Taddeucci

fascisti tra i fascisti,

e noi abbiamo ucciso

tre porci comunisti.

Abbiam ucciso

tre figli di puttana

abbiamo vendicato

i Morti di Sarzana…

Da allora le cose non furono più come prima. Non era più il tempo dell’olio di ricino. Pietà era morta.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

Commenti

commenti

7 Commenti

  1. Da BRIVIDO LEGGERE OGGI NOTIZIE COSI’ TRUCI X CHI COME ME A QUEL TEMPO NoN ESISTEVA, UNO SPAC
    CATO SU UN TEMPO STORI
    CO DURISSIMO E VERGOGNO
    SISSIMO CHE BEN IDENTIFI
    CA ANCORA UNA VOLTA CHE
    GENTAGLIA SN I COMPAGNI…
    S P A Z Z A T U R A UMANA…

  2. Da BRIVIDO LEGGERE OGGI NOTIZIE COSI’ TRUCI X CHI COME ME A QUEL TEMPO NoN ESISTEVA, UNO SPAC
    CATO SU UN TEMPO STORI
    CO DURISSIMO E VERGOGNO
    SISSIMO CHE BEN IDENTIFI
    CA ANCORA UNA VOLTA CHE
    GENTAGLIA SN I COMPAGNI…
    S P A Z Z A T U R A UMANA…

  3. Articolo-spazzatura illeggibile per gli innumerevoli errori di battitura e di punteggiatura, roba da pena di morte. Non é possibile che l’unico giornale nazionalista non abbia neanche a cuore la lingua italuana e il suo uso degno.

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