Roma, 21 apr – “Chiedi al torrente. Le stragi partigiane in Valpolcevera 1943 – 1945” scritto da Gabriele Parodi e Paola Coraini è un libro di ricerca autentica. E permeato di uno spirito profondamente “genovese”: preciso, scarno, scomodo.

Una storia italiana messa sotto silenzio

copertina del libro "Chiedi al torrente"Quella che racconta è una storia italiana per troppo tempo taciuta, quando non insabbiata. Una storia che parla di circa 1.900 italiani, militari e civili, periti per mano dei cosiddetti liberatori. Di coloro che tra poco la nostra nazione celebrerà, con la partecipazione del Presidente della Repubblica e delle massime autorità dello Stato, nella festa della Liberazione. I partigiani di Bolzaneto, periferia industriale di Genova, sono stati artefici di un vero e proprio eccidio: tanto che a guerra finita, agli inizi degli anni cinquanta, sono state scoperte delle fosse comuni contenenti almeno 180 cadaveri che, purtroppo, in grande parte non è stato possibile identificare. Quello che si sa, tuttavia, è che più della metà era personale civile, nove donne. Tutti arrestati, strappati dalle proprie famiglie e fatti sparire a partire dal maggio del 1945.

I crimini della Brigata Volante “Balilla” 

Processi sommari venivano messi in atto per questi prigionieri “politici” da parte dei partigiani della Brigata Volante “Balilla” guidata dal feroce capo Angelo Scala, detto “Battista”. I partigiani appartenenti a questa compagine erano comunisti, operai, con un’istruzione e cultura modeste, poco affini a grandi sovrastrutture ideologiche e molto più guidati da senso di vendetta. Tutti estremamente giovani, eccezion fatta per il leader, colui che all’inizio di questa triste storia aveva adottato il nome di battaglia “Cacciou”; in dialetto genovese, “cacciatore”. Mai scelta fu più azzeccata. Dopo la guerra Battista diventerà estremamente popolare a Genova, tutta via non sarà mai “politicamente spendibile” proprio per via di quel passato “scomodo”. Gli uomini della sua Brigata si ritrovano a Sella di Montoggio, strategica per il controllo delle due valli genovesi, Polcevera e Bisagno.

Un libro lontano dalle retoriche

“Chiedi al torrente” è estremamente dettagliato nella documentazione, nelle date, nei nomi: le fonti sono variegate, affidabili, spesso appartenenti proprio alla storiografia della Resistenza. Come scritto dagli stessi autori, non c’è volontà di cadere “nel tranello di esprimere giudizi;  ci terremo lontanissimi dalla retorica resistenziale, ma eviteremo anche la trappola di trasformare queste pagine in un processo con un colpevole già scritto”. Perché la verità è nelle fonti e nei dati, non necessita di forzature. Ciò di cui vi è bisogno è di rendere giustizia in maniera concreta, attraverso le voci di chi agiva all’epoca, a queste centinaia di civili, militi della Rsi, spesso uccisi alle spalle, spesso trucidati dopo sommari e faziosi “processi”, vittime di una fame di sangue incontrollata che ha avuto come teatro quella Genova entrata nell’agiografica “leggenda resistenziale” come una città che costrinse alla resa le truppe tedesche prima dell’intervento Alleato, una sorta di paradiso socialista nella sollevazione popolare. Ma che fuori dalla cornice dell’archetipo della città “antifascista” ha taciuto e continua a rimanere in silenzio davanti alla mattanza attuata dai partigiani nella Ex Falegnameria Scorza. Ai danni di chi apparteneva al loro stesso popolo.

Ilaria Paoletti

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2 Commenti

  1. Solo dei vili assassini.
    Senza fare alcuna distinzione di colori: gli omicidi politici rientrano tra gli atti più vili di cui l’essere umano si possa macchiare.

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