Muslim-PrayerRoma, 12 ott – Il mondo dell’Islam, a differenza di quanto diffuso dalla vulgata, è tutt’altro che un blocco unico. Se non si capisce questo, ci si condanna a non comprendere nulla sui fatti che in questi giorni stanno avvenendo in Medio Oriente.

All’origine è la divisione tra sunniti e sciiti. I seguaci della Sunna, cioè della Tradizione profetica, rappresentano oggi la stragrande maggioranza dei musulmani.

All’origine della divisione sta una questione di natura dinastica: i sunniti sostengono la legittimità di Abu Bakr, nominato dal Profeta come suo successore, mentre gli sciiti sostengono ‘Ali, genero del Profeta. Il nome “sciiti” deriva infatti da Shi‘at ‘Ali, che significa “Partito di Ali”.

A loro volta, i sunniti conoscono quattro grandi scuole giuridiche: malikita, shafi’ita, hanbalita e hanafita. Gli sciiti, invece, in quella duodecimana, la principale, e poi in quella ismaelita e zaidita.

Ci sono poi alcune differenze di natura esclusivamente formale, ad esempio nella preghiera, ma questo, a differenza della percezione europea, che vede in un cavillo il motivo di una netta scissione, non mette in discussione l’ortodossia né dello sciismo, né della Sunna. Lo spiegava lo Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya (René Guénon) in un’epistola a Caudron: “I Sunniti, gli Sciiti ed i Kharigiti si differenziano principalmente per la questione delle modalità del Califfato; non v’è, in ciò, eterodossia e, d’altra parte, è lungi dall’essere tanto netta quanto sembra in Europa; ci sono tanti gradi e sfumature che è quasi impossibile stabilire delle delimitazioni nette”. Persino Dante, in Inf. XXVIII, 32-33 mostra come Ali e Muhammad siano strettamente affini.

Se, come detto, i sunniti sono la stragrande maggioranza dei musulmani nel mondo, lo sciismo è maggioritario in Iraq, in Libano e in alcune aree del Golfo Persico e, con poche eccezioni, del tutto dominante in Iran.

I wahabiti, che non sono riconosciuti come islamici da molti musulmani, si caratterizzano per un formalismo esteriore di tipo letteralistico, salvo poi tenere, nella nazione in cui conoscono la maggior diffusione, l’Arabia Saudita, un atteggiamento filo-occidentale in politica estera. Fondato da Abd al-Wahhab nel XIV secolo, il wahabismo ha in Taymiyyah un forte riferimento. Taymiyyah criticava lo sciismo e il sunnismo, detestava quelli che pregavano sulla tomba del Profeta, accusandoli di idolatria. Il wahabismo proibisce qualsiasi tipo di preghiera rivolta ai santi o ai propri parenti defunti, i pellegrinaggi alle tombe, la celebrazione del compleanno del Profeta. Da qui l’operazione di sistematica distruzione dei luoghi sacri attuata in Arabia, molto prima che l’Isis cominciasse a distruggere i templi.

All’inizio del XX secolo la monarchia saudita ha impresso una forte crescita a questa fede eterodossa inserendone lo studio nelle scuole. Il forte formalismo wahabita non ha però impedito alla monarchia saudita di trasformare Mecca, città santa, in un vero e proprio centro commerciale con alberghi di lusso e negozi che incombono sulla Kaaba.

Il salafismo, il cui nome deriva da al-ṣaliḥīn (“i pii antenati”), nasce in Egitto nel XIX secolo e propone un ritorno alle origini, criticando aspramente il sufismo, la componente esoterica dell’Islam che, invece, è indissolubilmente legato all’Islam puro. I salafiti si rifanno sempre di più ad Abd al-Wahhab e dunque sta diventando impercettibile la distinzione tra salafismo e wahabismo.

Fortemente avversi al wahabismo, sono gli alawiti, presenti solo in Siria, dove rappresentano circa il 10% della popolazione, e in Libano. Nati intorno al X secolo ad Aleppo, come parte dello sciismo duodecimano, gli alawiti devono il loro nome ad Ali, genero del Profeta. L’alawismo, molto vicino al cristianesimo per alcune proposizioni, propone la tolleranza religiosa.

Nel 1980 i Fratelli musulmani (nati nel 1928 e che costituiscono un’altra delle varianti del tutto moderne dell’islam letteralista) cercarono di assassinare il padre di Bashar al Assad, anch’egli alawita, perché eliminò dalla costituzione l’Islam come religione di Stato in nome del principio della tolleranza religiosa. È un concetto di laicismo estraneo all’Occidente: in Siria il laicismo non è l’assenza del sacro nella vita politica di un Paese, ma il concorrere di tutte le fedi al bene di un popolo. Per questo, ad esempio, in Siria, non è inusitato vedere il Gran Mufti, autorità sunnita, difendere il governo di Assad, alawita, e pregare per i cristiani uccisi a Maloula dai terroristi.

Roberto Guiscardo

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