Roma, 4 nov. – VGabrielliSillaengono definiti “super prefetti” e “super commissari“. Ma per favore, non chiamateli “Dittatori“. A Roma infatti la “dittatura” era una cosa seria e i poteri concessi al “dictator” molto più limitati di quelli di un Gabrielli qualunque. Il dato ormai acquisito è che espressioni come “Super poteri”, “Commisariamento”, “emergenza”, sono ormai entrate nella quotidianità del vocabolario politico italiano.

Proprio lo stato di “perenne emergenza” che vivono le nostre amministrazioni, causato e foraggiato dalle ruberie e dall’incapacità della politica, porta sempre più spesso alla scelta di una figura terza, non eletta e quindi non legata alla ricerca del consenso, quasi sempre di un magistrato o di un prefetto, che “rimetta le cose a posto”.

Nascono così figure come Cantone, Sabella, Gabrielli e Tronca, spesso incensati e investiti di una “missione salvifica”.  Prefetti e magistrati, dunque dei “tecnici”, che spesso appaiono non così dispiaciuti di una ribraffaele-cantone-contro-le-mafie-camorraalta mediatica senza precedenti e della possibilità di esprimere giudizi molto politici (basti pensare a Cantone e alle sue dissertazioni su “Milano capitale morale“). Eppure, nonostante il penoso spettacolo offerto dai nostri rappresentanti, dovremmo ricordarci bene dei fulgidi esempi più o meno recenti dei magistrati in politica, da Di Pietro a De Magistris passando per Ingroia, o delle capacità dei “tecnici” del Governo Monti. Sicuramente molto di questa nuova ondata di simpatie per super commissari e super prefetti, nasce dal fango degli scandali di “mafia capitale“, proprio nella città che più di tutte ha regolamentato e di fatto creato la “cosa pubblica” e il suo diritto, inclusa ovviamente la figura del prefetto.

A Roma, in età repubblicana, col termine praefectus si indicavano quei magistrati (praefecti iure dicundo) che dal Pretore urbano erano delegati alla giurisdizione sulle città situate oltre una certa distanza dall’Urbe. Di fatto si trattava di funzionari eletti, un tempo dal Re e più tardi dai Consoli, i quali fungevano da sostituti da preporre al governo della città nel caso di assenza dell’organo di potere. E’ evidente quindi che tale funzione decadesse al rientro della legittima autorità. In alterne vicende la funzione del prefetto ebbe ruoli più specifici, ricoprendo cariche di coloro che fanno le veci dell’incaricato depositario dell’imperium, negli ambiti nei quali un unico individuo, evidentemente, non potesse essere contemporaneamente presente. cesare

Esistettero quindi il prefetto dei vigili, il prefetto della cavalleria, il prefetto della città quello dell’annona e così via.In età moderna la figura del prefetto fu reintrodotta prima dell’unità d’Italia nel Piemonte e rappresentava il potere esecutivo in tutta la provincia e il controllo sugli enti locali. Con la nascita dello Stato liberale la figura del prefetto fu fortemente subordinata al governo.

Ma fu a seguito dell’avvento del fascismo che il prefetto divenne lo strumento per assicurare al controllo dello Stato, l’attuazione in sede locale, delle direttive politiche del governo. E caduto il fascismo? Nella solita retorica di facciata fu da più parti invocata l’abolizione di tale figura, ritenuta in contrasto con i principi della democrazia liberale. Ma i padri costituenti ben si guadarono dal definire la questione e rimisero la cosa a coloro che si sarebbero occupati della legislazione. Della serie “queste cose non si fanno a meno che non le faccia io”.

Ed effettivamente la questione è stata risolta perché del prefetto si è conservato il nome, ma il contenuto è stato riempito con il potere proprio del (udite udite) dittatore. Ma non parliamo di quella carica romana con poteri limitati nel tempo (non poteva rimanere in carica più di sei mesi ), fornito di pieni poteri civili e militari, con capacità di sospendere tutti gli altri magistrati e la cui nomina straordinaria da parte del senato assicurava in caso di gravi pericoli (la guerra ad esempio, non le alluvioni…) l’unità di direzione allo stato, pur salvaguardando a pieno la continuità delle istituzioni repubblicane. Non del dictator stiamo dunque parlando nel caso dei super prefetti, ma di dittatura in senso lato o volgare del termine, quale sinonimo di assolutismo, autocrazia, dispotismo.

prefetto-TroncaE così i compiti assegnati al prefetto, oggi sempre con maggiore frequenza, sono quelli di vigilare sulle autorità amministrative operanti nella Provincia , a esse sostituendosi in caso di necessità, mediante l’adozione di ordinanze urgenti. E così il prefetto può avviare la procedura per lo scioglimento del consiglio comunale e proporre al ministro dell’Interno la rimozione del sindaco,   del presidente della Provincia, di consiglieri e assessori quando compiano atti contrari alla Costituzione o per violazione di legge; può inoltre ordinare ispezioni che accertino il regolare funzionamento dei servizi resi dal sindaco quale ufficiale di governo, nominando, se del caso, un commissario in sostituzione.

Avendo anche i poteri di autorità provinciale di pubblica sicurezza, ha la responsabilità generale dell’ordine e della sicurezza pubblica della Provincia,  disponendo della forza pubblica e coordinandone l’attività. In caso di necessità può richiedere l’intervento delle forze armate. Insomma, esclusa la pena di morte e lo ius prime noctis è praticamente un monarca dipendente dal ministro dell’Interno. Rebus sic stantibus, a Roma 2500 anni fa, uno con questi poteri sarebbe stato accusato di voler ristabilire la monarchia e per tali accuse la Repubblica prisca e romana applicava, li si, la pena di morte!

Marzio Boni

 

1 commento

  1. “A Milano i comunisti occupano la prefettura. E’ una loro mania. Non sanno che le prefetture sono enti inutili, ormai da abolire” (S. Ricossa in Come si manda in rovina un Paese. L’anno è il 1948. Conoscerete senz’altro il famoso scambio di telefonate fra Pajetta e Togliatti:”Abbiamo occupato la prefettura” – “Bravi, adesso che ne fate?”)

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