tolkien-10Roma, 20 ott – Il 20 ottobre del 1955, esattamente 60 anni fa, usciva per la prima volta nelle librerie dell’Inghilterra Il Ritorno del Re, il romanzo conclusivo della trilogia de Il Signore degli Anelli. Da quel momento la saga scritta da J.R.R. Tolkien sarebbe diventata un fenomeno di costume talmente vasto da diventare non solo uno dei libri più letti al mondo – in molti hanno provato a fare classifiche “definitive” dei libri più letti di sempre e Il Signore degli Anelli è presente in tutte, spaziando tra il primo e il settimo posto – ma anche un vero e proprio pilastro culturale per molte generazioni e, forse ancor più marcatamente, per molti ambienti politici.

Gli hippie e l’erba pipa


A cominciare furono gli hippie degli anni Sessanta, che vedevano nell’avventura della Compagnia una sorta di fuga dalla brutale realtà in un mondo fantastico e fiabesco ricco di elfi e creature fantastiche, un mondo verde con alberi coscienti che lottano contro gli uomini che vogliono sradicarli – in molti hanno parlato anche della saga di Tolkien come favola ambientalista – e di razze che vivono in pace e in armonia. Tralasciando le facili battute sul fatto che evidentemente i “figli dei fiori” erano più interessati alle fumate di erba pipa di Gandalf e Bilbo e che evidentemente si sono persi il fatto che la saga parla della necessità di lottare e combattere e che anzi la possibilità della fuga o del rinchiudersi nella pace casalinga mentre il mondo intorno è in guerra viene aborrita – oltre al fatto che le razze della Terra di Mezzo sono tutto tranne che in pace tra loro – è evidente come questa lettura di una delle saghe più complesse mai scritte sia del tutto superficiale e a dir poco fanciullesca. Dopo di loro qualcuno è andato un po’ più a fondo nel cercare di penetrare la simbologia tolkieniana, anche se forse ha commesso un peccato ben più grave.

Il “peccato originale” della destra sopravvissuta agli anni di piombo

Parliamo ovviamente di una certa estrema destra della fine degli anni ’70, erede almeno teorica del Fascismo, una destra da sempre affascinata, anche nel simbolismo, dalla mitologia norrena, celtico-medievale, greca e romana, semi immortali dello spirito ancestrale europeo per la cui rinascita quell’area si era sempre battuta. Conquistata da una saga che ha di fatto il ritorno del reriproposto tutta la mitologia dell’Europa del Nord in versione fantasy, questa destra ha fatto dello scrittore britannico nativo di Bloemfontein uno dei propri numi tutelari. Partendo dai famosi Campi Hobbit nati nel 1977, si sono però avvicendate due anime: una, più militante, che voleva riscoprire il Mito come strumento di Rinascita e Vittoria, l’altra – divenuta purtroppo da subito dominante proprio perché meno militante e quindi più facilmente “sopravvissuta” agli anni di piombo – che ha utilizzato quei miti solo a livello emotivo ed estetico per compiere una sostituzione di immaginario che togliesse di mezzo i simboli “scomodi” per qualcosa di più edulcorato e “facile”.

Fino a qualche anno fa, ma forse anche oggi, l’immaginario della destra post-neo-fascista è stato costellato da elfi, hobbit, cavalieri che combattono contro nazgul e orchi, murales con Gandalf immaginato come protettore di intere comunità che si sono sentite circondate dall’Ombra di Mordor. Ma, appunto, qui il peccato è stato forse più grave di quello degli hippie. Perché se si rimane affascinati dai miti nordici e dalla loro trasposizione su carta nei romanzi, allora non si può trasformarli in semplici favole scollegandole con la realtà di cui il Mito è fondamento. Per loro stessa ammissione l’utilizzo dell’immaginario tolkieniano è stato, come nel caso degli hippie, una mera fuga dal reale, un rifugiarsi in un mondo mitico molto più bello e rassicurante di quello reale, troppo duro e oscuro. BALROGAnzi troppo spesso l’immaginario tolkieniano è stato specchio del peggior vittimismo di un’area la cui eredità fascista è sempre sembrata troppo grande, difficile e ingombrante, un vittimismo che ha fatto credere a molti di essere gli ultimi depositari della Fiamma Imperitura di Anor, accerchiati dall’Ombra di Sauron oramai vittorioso sul mondo e che pertanto hanno creduto che l’unica possibilità fosse quella di rimanere chiusi in se stessi per custodire il Sacro Fuoco cantando insieme a Tom Bombadil sperando di non venire a propria volta travolti dall’Oscuro Signore.

Questa forma auto-incapacitante si è evidenziata in una fuga e un distacco sempre più netto con la realtà, un distacco voluto e volontario proprio perché credendo il mondo oramai perduto si è pensato solo a sperare nel ritorno a epoche passate e mitiche, riproponendo così una lettura del Kali Yuga semplicistica e altrettanto distorta e incapacitante. Anche l’Anello stesso è diventato una scusa per la fuga passiva. Il fallimento nella politica è stato spesso “giustificato” dal tradimento delle figure di riferimento “corrotte dal potere” proprio come coloro che sono stati affetti dall’Unico Anello. Il messaggio di Tolkien quindi è stato stravolto, come il mito del Kali Yuga, per diventare un monito a non agire mai nel mondo perché oramai è preda dell’Ombra e quindi affrontarlo vuol dire esserne travolti e corrotti a propria volta. Non importa il fatto che i protagonisti della saga abbiano fatto esattamente il contrario, che ad esempio Gandalf – il custode del Fuoco Sacro – non si sia limitato a custodire la fiammella e tramandarla ma l’abbia usata per combatterne i nemici – tanto contro il Balrog quanto contro il Re Stregone di Angmar – o che si sia rifiutato, sempre dopo lo scontro con il Balrog, di rimanere nel Reame Beato di Valinor per tornare invece nella Terra di Mezzo proprio per combattere. O che sempre Gandalf abbia più volte ammonito sull’impossibilità di fuggire per sempre dall’Ombra sperando che non arrivi e che l’unico modo per fermarla è combatterla.

La reazione anti-tolkieniana

Questa visione incapacitante dei romanzi di Tolkien è stata così totalizzante nell’estrema destra post-neo-fascista da creare una reazione rabbiosa e ostile da parte di chi quel vittimismo da fuga dal reale proprio non l’ha mai sopportato. Facendo seguito allo svecchiamento grafico, estetico, simbolico e propagandistico avvenuto con l’Area Non Conforme che ha finalmente mandato in cantina maghi e dragoni come veicoli di comunicazione politica,one_ring si è generata un’intera corrente di reazione anti-tolkieniana che come obiettivo della propria critica non aveva tanto l’utilizzo svilente e svirilizzante di Tolkien e del Mito ma proprio l’opera di Tolkien in sé. Il Signore degli Anelli è stato visto come un romanzo castrante proprio perché l’Anello del Potere viene rifiutato invece di essere dominato e utilizzato e questo rifiuto è stato visto come una negazione della Volontà di Potenza nietzschiana e quindi come un cedimento al pensiero debole con cui la destra post-missina (e oramai neanche più post-neo-fascista) aveva iniziato a flirtare.

Ma così pensando gli anti-tolkieniani non si sono accorti di essere stati influenzati proprio da coloro contro cui si sono scagliati. L’Anello è davvero un mezzo di potere che, in una visione retta, virile e guerriera del mondo dovrebbe essere “dominato”? E dunque Tolkien è così meschino dal proporre una resa incondizionata e un rifiuto verso qualunque volontà di potenza? Vedendo come tutto il libro sia però un incitamento al risveglio dello spirito guerriero dei popoli, un incitamento a non arrendersi mai e a combattere per il proprio destino, sembra proprio difficile.

L’Anello, spiegato da Tolkien

Ma cosa è allora questo Anello maledetto? Perché distruggerlo invece che utilizzarlo? Per capirlo basterebbe conoscere l’intera opera di Tolkien, comprensiva del Silmarillion (forse il vero capolavoro assoluto dello scrittore britannico) e dei suoi appunti pubblicati postumi dal figlio Christopher. Proprio in uno dei suoi quaderni di appunti, pubblicato come Schermata 2015-10-20 alle 09.11.22The Morgoth Ring all’interno della decalogia The History of Middle-Eart (da noi sono usciti solo i primi tre volumi, i famosi Racconti Perduti, Ritrovati e Incompiuti) l’autore scrive chiaro e tondo: “così come Sauron concentrò il suo potere nell’Unico Anello, Morgoth disperse il suo potere nella materia prima di Arda, cosicché tutta la Terra di Mezzo era l’anello di Morgoth”. Morgoth era il vero Signore Oscuro, padrone persino di Sauron, nonché essere più potente tra i servitori di Iluvatar – il Principio Divino del mondo tolkieniano – a cui poi si ribellò per hybris, sempre in lotta contro i suoi ex fratelli Valar – le Potenze del Mondo – e contro il volere uranico. Uno spirito perverso e deforme il cui unico scopo è impadronirsi della Fiamma Imperitura, scopo che troverà sempre il fallimento proprio perché Morgoth cerca il Fuoco Sacro per tutta la Terra di Mezzo come fosse un oggetto materiale, fisico, mentre invece esso è l’essenza stessa di Iluvatar e quindi qualcosa al di là e al di sopra di Arda.

Morgoth è colui che cerca di incatenare lo Spirito nella “materia prima di Arda” che diviene quindi il suo anello, un cerchio intorno al cosmo che vuole racchiudere, imprigionare e che vuole serrare tutte le Porte. Colui che plasma diabolicamente l’energia magmatica della materia senza servirsi del Fuoco, se non della pallida imitazione deforme e infera da lui creata – la Fiamma di Udun, anch’essa però materiale e priva della scintilla di Iluvatar – dando vita solo a mostruosità deformi, uguali e abbrutite.

È Tolkien stesso quindi a spiegarci il significato dell’Unico Anello. Esso sta all’Anello di Morgoth proprio come Sauron, incarnazione “ipostatizzata” di 26774_the_lord_of_the_ringsMorgoth stesso, sta all’Oscuro Signore. È l’anello che dona il potere e controllo sulla “materia prima”, plotinianamente intesa come assenza del divino che cerca di intrappolare lo spirito. È dunque un anello di un potere che trascina in basso, che abbatte le altezze e che incatena. Un potere che inverte e corrompe, che trasforma i Sette da passaggi di ascesi tramite l’opera su di sè in chiusure in se stessi che scavano invece di ascendere (i Sette Re dei Nani forgiatori di gemme splendenti, divenuti gretti scavatori avidi che liberano il Balrog), che trasforma i Nove da portatori della continua generazione e rinascita in spettri maledetti da un immortalità sterile e spettrale (i Re degli Uomini mortali trasformati in Nazgul), che pur non riuscendo a corrompere i Tre (la perfezione e la ripartizione cosmica, incarnata dai tre Re degli Elfi) li lega comunque a un destino fatalista.

Ma un potere illusorio, come la materia prima stessa, un potere che può solo deformare, omologare e rendere orizzontali. Un’illusione di potere che mostra la degradazione, il rifiuto della verticalità e la hybris come libertà. Un’illusione che, proprio come l’anello intorno al mondo creato da Morgoth, chiude tutte le Porte, quelle che lo scrittore torinese Elémire Zolla, uno dei primi e forse più autorevoli critici e analisti dell’opera tolkieniana, chiamò nel suo omonimo saggio le “uscite dal mondo”, citando proprio l’autore di Bloemfontein come una delle chiavi di queste “uscite” in quanto rinnovatore del Mito inteso non come passato ideale ma come un eterno sempre vivo e da far vivere e pertanto “più presente a noi del presente”.

Uscite dal mondo non come “fuga dal reale”, come volevano tanto gli hippie quanto gli autosconfitti dell’estrema destra post anni di piombo, ma come evasione dalla prigione creata da Sauron e Morgoth, la “galera dello spirito” di katanghiana memoria. Lo stesso Tolkien, accusato di “fuga dal reale”, fu più che chiaro a tal proposito. “Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo può vedere. Usando Evasione in questo senso, i critici hanno scelto la parola sbagliata, e, ciò che più importa, confondono, non sempre in buona fede, l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore”.

È questa la missione di Sauron, tramite il suo Anello. Far credere che la prigione sia il solo mondo reale, chiudere le porte e impedire di “tornare a casa”, ovvero a Valinor dove tramite le Potenze del Mondo è possibile ricongiungersi a Iluvatar.

“Insorgere contro la fatalità” e il Ritorno

E come a Morgoth si opponeva il Re dei Valar, l’interprete della Volontà di Iluvatar e vero plasmatore del cosmo grazie al Fuoco Sacro che è presso di LOTR - The Return of the King 388lui, ovvero Manwe – che sia casuale l’assonanza con il Menw celtico, il Manu indiano e il Numa romano, ovvero le manifestazioni del Re del Mondo? – a Sauron si oppone Aragorn, il Re. Ma non il re “funzionale”, semplice governatore burocrate o signore feudale ma Il Re che fa rifiorire l’Albero Secco, che ricostruisce la Spada Spezzata – e quindi l’assialità verticale frantumata proprio dall’Anello di Sauron e dalla hybris di Isildur – che risveglia i popoli riportandoli alla battaglia e che diventa Sovrano senza il bisogno di alcun anello ma solo grazie ad una vita vissuta nel sacrificio guerriero. Aragorn è forse l’unico insieme a Tom Bombadil a cui la tentazione dell’Anello non si presenta mai – a differenza che nel film – proprio perché il suo cammino, la sua strada e la sua lotta ne negano il potere incatenante. Ma l’ascesi regale, guerriera e ascetica di Aragorn non è l’unica Via presentata da Tolkien.

A distruggere l’Anello infatti non è Aragorn, ma i personaggi più “inaspettati”. Degli hobbit, degli esseri neanche contemplati nello schema, nella “grande architettura” materiale di Morgoth e Sauron. Degli esseri col cuore impavido eppure di fanciullo – non infantile, emotivo o adolescenziale, ma piuttosto come il fanciullo nietzschiano – che adorano la purezza incontaminata della loro casa ma che non esitano a uscirne per spirito di avventura, che amano le storie di elfi e di guerrieri ma che piuttosto che raccontarle preferiscono viverle, degli esseri con la mente sempre rivolta alle Grandi Storie eppure con i piedi ben piantati a terra come la loro stessa anatomia suggerisce. Frodo, il portatore dell’Anello e soprattutto Sam, il portatore del portatore dell’Anello, sono spinti dalla sola Volontà di andare avanti, consapevoli di vivere una storia che nessuno vorrebbe vivere, perché è una storia ambientata nel periodo più oscuro di tutti, eppure una storia che è toccata loro in sorte e che è loro dovere compiere, perché a differenza di chi scappa dal Kali Yuga loro sanno che l’unico modo per andare avanti è cercare la luce nel momento più buio.

Gli hobbit sono gli unici che possono addossarsi il peso di tutta la materia di Arda senza esserne schiacciati, perché possono reggere il peso di tutto il mondo e solo a quel punto capire che esso non serve a nulla, che è pura illusione. Ma un’illusione pericolosa, perché chiudendo tutte le Porte lega indissolubilmente al mondo della fatalità, dell’eterna caduta, della dissoluzione. Non a caso l’Anello dissolve, non a caso l’Anello è forgiato tra le fiamme infere del Monte Fato. Ed è proprio rigettando l’Anello in faccia al Fato, “insorgendo contro la fatalità” appunto, che gli hobbit ricordano a Sauron cosa esso è in realtà: nulla. E come nulla esso svanisce. È solo a quel punto, dopo averne colto l’inutilità, che essi possono liberarsi del peso del mondo per librarsi leggeri e volare con le Aquile di Manwe e frodon-detruction-anneau-bd-alternativericongiungersi così all’Origine. È così che l’Opera è compiuta, e guarda caso le ultime parole del romanzo, messe in bocca a Sam, descrivono il compimento della missione spirituale affidata ad ognuno esattamente negli stessi termini usati da autori misterici come Plotino o Ermete Trismegisto. “Sono tornato a Casa”.

Carlomanno Adinolfi

Commenti

commenti

4 Commenti

  1. Complimenti! Bellissimo articolo che dona ‘l’esatta interpretazione dell’opera tolkeniana, stigmatizzando le derive hippie e neo-destre che ne hanno depotenziato, in modo diverso ma simbiotico, il messaggio profondo. Ottimo.

  2. Per me Tolkien ha viaggiato nel futuro, letto questo testo e ne ha tratto ispirazione per scrivere il Signore degli Anelli…

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here