Roma, 15 giu – Interrogarsi sulla globalizzazione significa anche domandare della sua genesi. Ovviamente le risposte sono state molteplici, da chi ne faceva un fenomeno antico quanto il mondo (David Held), a chi invece individuava una globalizzazione protocapitalista sviluppatasi in area atlantica a partire dal XVII secolo (Christopher Bayly) o parlava di un mondo già in buona misura globalizzato alle soglie della prima guerra mondiale (Elvio Dal Bosco), se non già compiutamente globale nell’Ottocento (Tonino Perna), e così via. Non stupirà, pertanto, il passaggio successivo, ossia la sostituzione di una serie di riflessioni episodiche e disorganiche con una vera e propria storia della globalizzazione, come ad esempio quella di Osterhammel e Petersson. Il punto però è che quella che si potrebbe chiamare ‘narrazione globalista’, dopo i fasti degli anni Novanta del secolo scorso (a tutt’oggi molto probabilmente l’età dell’oro della globalizzazione), ha conosciuto un rapido declino dovuto a un insieme di cause, dagli attentati dell’11 settembre alla grande crisi finanziaria del 2007 sino alla Brexit e alla vittoria di Trump. Ciò spiega, a mio parere, perché adesso si ricorra sempre più spesso alla cosiddetta World History, apparentemente più neutra, e dunque meno direttamente coinvolta nel fenomeno ‘globalizzazione’, ma non per questo priva di una fortissima carica ideologica.

Fermo restando il carattere meramente introduttivo di queste assai scarne osservazioni, la questione da cui partire sta nel chiedersi se la World History, tanto in voga principalmente nel mondo accademico anglofono ma in via d’importazione anche da noi (è il caso dell’einaudiana Storia del mondo, prevista in sei volumi), rappresenti un reale guadagno conoscitivo, un effettivo ampliamento dei nostri orizzonti di conoscenza, o non sia piuttosto innanzitutto un potente strumento di legittimazione del presente, ovvero un tentativo, nemmeno troppo velato, di fornire una sponda storiografica alle odierne tendenze politico-culturali. Di conseguenza, pur partendo, al di là di ogni ingenua pretesa di ‘fare storia’ in modo oggettivo e avalutativo, dall’asserto crociano per cui ogni storia è storia contemporanea e dall’impossibilità che i giudizi di valore non penetrino mai nel lavoro dello storico, credo sia comunque lecito interrogarsi sulle finalità di una corrente storiografica che pare essere davvero troppo sbilanciata a favore delle ragioni del ‘campo ideologico’ predominante nell’oggi.


world historyOra, innanzitutto non credo che ad essere centrale nella World History sia il concetto di ‘interconnessione’. Indubbiamente si può privilegiare un diverso ordine di grandezza di ciò che sarebbe ‘connesso’, sino ad arrivare a una prospettiva che potremmo definire di ‘interconnessione globale’, ma a me pare incontestabile la constatazione che anche altre scuole storiografiche si siano servite con continuità, e ben prima della nascita della World History, del concetto di ‘interconnessione’, così da poter indagare con attenzione prestiti, scambi, influenze reciproche e contatti di ogni genere tra popoli, culture e civiltà. Piuttosto la peculiarità della World History credo vada rintracciata in un bersaglio polemico e in un concetto qualificante, tra loro inestricabilmente intrecciati, al punto che cadendo uno cadrebbe anche l’altro. Il bersaglio polemico consiste nel cosiddetto eurocentrismo (a partire dalle teorie della modernizzazione a sfondo appunto eurocentrico), mentre il concetto qualificante sarebbe quello di interdipendenza. Il fine cui tende questa corrente storiografica va invece ricercato, in buona sostanza, nell’esaltazione ideologica dell’ibridismo culturale ‘transnazionale’ e globale, con l’ovvio corollario della dissoluzione dei concreti ‘luoghi’ politico-culturali che ancora paiono resistere alle spinte globalizzanti.

Detto altrimenti, la prospettiva ‘eurocentrica’ pone le premesse per una relazione asimmetrica e diseguale col resto del mondo, in cui l’Europa reciterebbe un ruolo centrale e dominante, da indiscussa protagonista, laddove tutti gli altri si vedrebbero relegati in una condizione di subordinazione, quindi ‘ancillare’ e periferica. Dunque, mi sembra evidente che si può dare interdipendenza, e quindi uno scambio sostanzialmente simmetrico e paritario che coinvolga attori sinora ritenuti storicamente ininfluenti o poco determinanti a livello mondiale (dagli africani subsahariani ai popoli asiatici, dalle popolazioni amerindie a quelle dell’Oceania), solo col venir meno dell’eurocentrismo. Ecco perché, come dicevo prima, rifiuto dell’eurocentrismo e interdipendenza si tengono assieme o cadono assieme. Ed è altrettanto chiaro, dati questi presupposti, che il vero banco di prova storiografico della World History non può non essere la grande avventura coloniale dei popoli europei. Così come è chiaro che l’eurocentrismo, in qualsiasi modo declinato, comunque finirebbe col rappresentare un ostacolo al trionfo delle ‘narrazioni’ transnazionali e globali. Senza contare l’importanza sempre maggiore che nell’ambito della World History sta assumendo il cosiddetto ‘mondo atlantico’ inteso addirittura come uno dei momenti cruciali della formazione della modernità; una neanche tanto nascosta apologia degli Stati Uniti, verrebbe da aggiungere…

A conferma, basta dare una scorsa al volume di Laura Di Fiore e Marco Meriggi, World History. Le nuove rotte della storia (Laterza, 2011). La condanna dell’eurocentrismo è netta sin dalle primissime pagine; i fattori storicamente conflittuali o divisivi sono sistematicamente ignorati o minimizzati a tutto vantaggio di una visione ‘angelicata’ dei processi storici (esemplare il fastidio con cui i due autori guardano alla persistente fortuna delle tesi del Pirenne di Maometto e Carlomagno); ovunque trionfano interdipendenze, scambi ‘interculturali’, approcci ‘dialogici’ (l’isolamento culturale è un’altra delle bestie nere dei due autori), ibridismi fecondi, mescolanze le più varie, storie di genere (ça va sans dire), e via di questo passo.

Per chiudere, ha quindi ben ragione Antonino De Francesco, in un libro significativamente intitolato Storie dell’Italia rivoluzionaria e napoleonica 1796-1814 (Bruno Mondadori, 2016), nel denunciare questa nuova scuola storiografica che vuole far “salire sul banco degli imputati” le “tradizioni storiografiche nazionali” accusate di aver “accompagnato e legittimato il predominio europeo”, e che “punta a sostituire l’asimmetria tra l’Europa e il resto del pianeta in nome di una narrazione corale”, mostrando in tal modo di farsi portatrice di un vero e proprio “pregiudizio anti-europeo”. Di tutto ciò occorre essere consapevoli.

Giovanni Damiano

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