statuetta di Zeus, Giove InvittoRoma, 14 giu – Il museo Getty di Malibu ha annunciato la restituzione di una statuetta in marmo, raffigurante Zeus, databile intorno al 100 a.C. acquistata dal museo nel 1992.  Rinvenuta a suo tempo sulla costa campana, la statua verrà esposta in un primo momento al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La data è particolarmente fausta, poiché proprio il 13 giugno a Roma si celebrava Iuppiter invictus, ovvero Giove che non consente la sconfitta e dona la vittoria. Alcuni archeologi fanno risalire la dedica del tempio alla battaglia di Sentino del 295 a.c.  che Roma combatté contro una potentissima lega formata da Sanniti, Etruschi, Umbri e Galli Senoni (considerata la portata degli schieramenti, viene definita anche “battaglia delle nazioni”). L’impiego di potenti carri da guerra da parte dei galli aveva posto in crisi lo schieramento romano, per cui il console Decio Mure, seguendo l’esempio di suo padre nella guerra contro i Latini, chiamò a sé il pontefice Marco Livio e gli ordinò di recitargli la formula della devotio, con cui sacrificare se stesso, assieme all’esercito nemico, agli Dèi. “Cos’altro aspetto – disse il console – ad andare incontro al fato della mia famiglia? Questo è il destino della nostra stirpe, di essere vittime espiatorie per stornare i pubblici pericoli. Ora lo offrirò in sacrificio, insieme con me, le legioni dei nemici, alla Terra e gli dei Mani».

Alle parole del rito già pronunciate dal padre, aggiunse: «Io getto davanti a me paura, fuga, massacro e sangue, l’ira degli dèi celesti e infernali». Maledisse le insegne e le armi nemiche unendo la sua rovina a quella dei Galli e dei Sanniti. Affidati al pontefice i littori, come simbolo di comando, annodò alla vita la toga pretesta, con un lembo a coprire il capo e spronò il cavallo dove le schiere galliche erano più compatte, offrendo il proprio corpo ai dardi nemici. La battaglia assunse poi un aspetto quasi sovrumano. I Romani, perduto il comandante, avvenimento questo che altre volte suole essere causa di terrore, cessavano di fuggire e volevano ricominciare daccapo il combattimento. I Galli, e soprattutto lo stuolo che s’assiepava attorno al cadavere del console, come usciti di sé sprecavano i loro dardi scagliandoli a vuoto, alcuni erano storditi e non pensavano né al combattimento né alla fuga. Dall’altra parte invece il pontefice Livio, al quale Decio aveva passato i littori e aveva ordinato di assumere le funzioni di comandante, gridava che i Romani avevano vinto, che s’erano disimpegnati con la morte del console. I Galli e i Sanniti appartenevano alla madre Terra e agli dei Mani, Decio trascinava e chiamava a sé la schiera immolata insieme con lui, e presso i nemici regnavano ovunque la furia e lo spavento.

L’altro console Quinto Fabio rilanciò l’assalto della cavalleria, dopo aver promesso in voto un tempio le spoglie nemiche a Giove Vincitore, inseguì i Sanniti in fuga fino all’accampamento nemico facendone larga strage. E’ interessante che il ritorno della statua avviene nel momento in cui si manifestano i primi timidi segnali di risveglio in Italia, con l’avanzata dell’unica forza che si batte contro la sostituzione di popolo col motto “Alcuni italiani non si arrendono”. Rilancio che si attua su tutti i piani quindi, dal ritrovare coscienza di una comune identità, al contrattacco delle avanguardie, fino al progressivo ristabilimento di un’armonia con le forze divine.

Eventi che sembrano trovare riscontro anche nel profetico scritto degli anni settanta, Phersu – Maschera del nume : “Infine pochi seguirono tranquillamente, riuscendo a superare perfino il peggior male che affligge l’uomo contemporaneo: il personalismo. Il Sacro, di cui i Dioscuri sono gli immancabili annunciatori, ha così la possibilità di rimanifestarsi, realtà sottile e possente, che può divenir concreta per mezzo di uomini serenamente votati ad accoglierla ed a trasmetterla. Contemporaneamente, per un fenomeno di cause ed effetti, di echi e rimbalzi, rinasce e tenderà ad accentuarsi un interesse per la Tradizione, con un fiorire di opere nuove, riedizione di antiche, nuove scoperte  in campo  archeologico, linguistico,  religioso”. 

Marzio Boni

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