daniele vicari Facebook libertàRoma, 30 lug – “Facebook ormai ha sostituito la piazza per cui se possono sospenderti un account o rimuovere un post, il tutto diventa una questione di libertà di espressione”, dichiarazioni di Daniele Vicari, regista di Diaz – Don’t Clean Up This Blood, riportate da Repubblica. Sul suo profilo invece Vicari ci va giù più tranquillo. “Mi auguro che non sia un’attitudine censoria, altrimenti passerò per le vie legali“. Ambito del contendere è un post sulla “macelleria messicana” del 21 luglio 2001 presso la scuola di Diaz a Genova. Vicari aveva espresso le sue opinioni a riguardo e Facebook ha deciso di censurarlo (probabilmente in seguito alla segnalazione di qualche utente). Semplice. Tralasciando l’abitudine ( ben più vecchia dei social network, sia ben chiaro ) della sinistra di invocare la libertà di espressione a corrente alternata ( chissà se la sezione di Riccione dell’ANPI è d’accordo ) il caso di Vicari ci offre l’occasione di parlare del saggio “The Biggest Lie on the Internet: Ignoring the Privacy Policies and Terms of Service Policies of Social Networking Services” recentemente uscito a cura di Jonathan A. Obar (York University) e Anne Oeldorf-Hirsch (University of Connecticut).

Riassunto veloce del saggio: nessuno legge i termini di servizio quando s’iscrive a un servizio internet. Quando vi iscrivete a un servizio dovete accettere un documento generalmente scritto in “burocratese” di alcune pagine. Pagine che, come confermato dallo studio, nessuno legge. E Vicari rientra tra questi. Vogliamo dare una veloce scorsa ai termini che sottoscrivete quando vi iscrivete a Facebook? Potete trovare tutto nelle condizioni d’uso di Facebook.

Andiamo per gradi.

Paragrafo 5: “Protezione dei diritti di terzi
Punto 2:Ci riserviamo il diritto di rimuovere tutti i contenuti o le informazioni che gli utenti pubblicano su Facebook, nei casi in cui si ritenga che non rispettino la presente Dichiarazione o le nostre normative.

Il che vuol dire semplicemente che Facebook può rimuovere quello che vuole, quando vuole.

Paragrafo 15: “Controversie”
Punto 1:Qualsiasi reclamo, diritto sostanziale o disputa (“reclamo”) tra l’utente e Facebook, derivante dalla presente Dichiarazione o dall’utilizzo di Facebook o ad essa relativo, verrà risolto esclusivamente nel tribunale del distretto federale statunitense della California settentrionale o in un tribunale situato a San Mateo County. L’utente accetta di sottostare alla giurisdizione personale dei tribunali sopracitati allo scopo di portare avanti tali controversie. La presente Dichiarazione, nonché qualsiasi reclamo che possa insorgere tra le parti, sono regolate dalle leggi dello stato della California, indipendentemente dai conflitti delle disposizioni di legge”.

Il che vuol dire che Vicari può trascinare Facebook in tribunale.. Ma lo dovrà fare in un tribunale situato a San Mateo County. In realtà su quest’ultimo punto la faccenda è complicata, un tribunale francese ha recentemente stabilito( dopo ben 6 anni ) che Facebook può essere chiamata a rispondere in tribunale anche in tribunali diversi. Insomma, su Facebook non vige la libertà di espressione e la privacy è quanto meno aleatoria. Quindi non bisogna usarlo? Assolutamente no. Basta saperlo utilizzare in maniera corretta e conoscerne i limiti. O almeno non invocare tribunali senza motivo.

Stefano Casagrande

Vuoi rimanere aggiornato su tutte le novità del Primato Nazionale?
Iscriviti alla nostra newsletter.

Anche noi odiamo lo spam. Ti potrai disiscrivere in qualsiasi momento.

Commenti

commenti

2 Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here