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Roma, 12 nov – Dell’infinita gamma di sentimenti, emozioni e tic che muovono la natura umana, quello storicamente più pernicioso di tutti è il risentimento, da cui derivano tutti i mali dell’umanità. Il risentimento è lo stato d’animo tipico dell’ultimo uomo nicciano, la piccineria del bottegaio verso quelli che, a suo dire, stanno meglio di lui. Ovvero, praticamente tutti. La cosa orrenda del risentimento è infatti che si presta perfettamente ad essere strumentalizzato proprio da chi serve interessi indicibili.



In questa direzione va la recente proposta del grillino Borrelli, già noto per la liason dichiarata con Monti. In pratica, la sua idea è quella di una imposizione fiscale sul reddito delle persone fisiche non più commisurata alla capacità contributiva (non sia mai che i ricchi paghino più dei poveri), bensì al “rischio” professionale individuale. In altre parole, un dipendente della pubblica amministrazione che non corre alcun rischio di essere licenziato deve essere tassato di più di un “imprenditore” o di un “artista”.

Al di là della evidente demenza della proposta (su cui torneremo in seguito) quello che colpisce di essa è il livello quasi comico di sordida demagogia, che come tutte le demagogie è fondata appunto sul risentimento e sull’individuazione schmittiana di un “nemico” indifendibile nel comune buon senso.

Il comune buon senso, ovvero il “si dice” che per Heidegger rappresenta l’inautenticità, l’idea che il sole giri intorno alla terra perché è “evidente”, in questo caso si scaglia contro la pubblica amministrazione italiana, presentata come pletorica e piena di fannulloni. Non che la cosa sia del tutto falsa, ma quello che importa è la sostanza del messaggio: mentalità bottegaia unita a moralismo liberale nell’ennesimo attacco al morente Stato nazionale sovrano, che ha nella Pa uno dei suoi pilastri.

Nei fatti, la proposta di Borrelli mira semplicemente ad abbattere indirettamente gli stipendi pubblici come ci chiede l’Ue per poter garantire il finanziamento del debito pubblico e puntellare così il marcescente sistema bancario nazionale. Si tratterebbe dell’ennesima proposta di austerità eterodiretta presentata come un atto di “giustizia fiscale”. Abbiamo già mostrato come il neoliberalismo si presenti sempre come una narrazione moralistica della realtà economica, il cui obiettivo di fondo è sempre e comunque quello di depotenziare l’argine all’infinita valorizzazione del capitale costituito dallo Stato. Esso ha buon gioco nel superare le nostre difese razionali perché in fondo ad ognuno di noi c’è un piccolo protestante che muore dalla voglia di attribuire le proprie insulsaggini esistenziali a qualcun altro, percepito come “corrotto”. In fondo, il protestantesimo si è affermato non a caso in Germania, ove la parola “debito” equivale alla parola “colpa”. La prova ne è il successo di trasmissioni ripugnanti di voyeurismo bigotto e manettaro come Striscia la Notizia o Le Iene.

Non deve essere la scusa per chiudere gli occhi di fronte ai casi sgradevoli (e debitamente pompati dai media di regime ovviamente) dei dipendenti pubblici assenteisti, anzi. Chi scrive si è formato nell’attualismo gentiliano, che ha nell’eticità dello Stato la sua ragion d’essere, e ritiene che un dipendente pubblico sia innanzitutto un servitore dello Stato medesimo e che quindi se sgarra debba essere punito duramente.

Ma è possibile per una volta fare un ragionamento serio sulla pubblica amministrazione senza scadere negli stereotipi grillini? Si potrà per una volta dire che il suo maggior problema è il fatto che assume troppa poca gente, e di quella sbagliata? In paesi a forte tradizione amministrativa (Francia e Giappone in primis), il concorso per entrare negli uffici pubblici è la prima scelta per il neolaureato. Prima scelta vuol dire che innanzitutto si prova a passare il concorso e solo in un secondo momento, eventualmente, ci si rivolge al “mercato del lavoro”. La fuga dei cervelli è un annoso problema di cui si lamentano tutti a parole, ma nei fatti abbiamo turnover ed assunzioni bloccate da anni.

Anziché fare della Pa il ricettacolo delle eccellenze nazionali, spesso e volentieri l’abbiamo usata come ammortizzatore sociale per consentire all’inutile sindacalismo confederale (Cgil-Cisl-Uil) di parcheggiare i propri tesserati.

Bisogna cambiare decisamente rotta: lo Stato deve assorbire le menti migliori della nazione, e farsi così anche garante del mantenimento delle eccellenze e della perpetua formazione delle competenze che in un sistema sano si trasmettono con l’esperienza dell’anzianità di servizio e si ampliano con l’innovazione delle nuove generazioni. Senza alcuno sconto ai fannulloni, ma al contempo senza alcun cedimento alle nostre pruderie manettare.

Matteo Rovatti



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3 Commenti

  1. ….con l’utilizzo dell’elettronica nella pa , di mezze maniche non c’è più bisogno..Quello che una volta richiedeva 1000 impiegati ora ne basta uno e tra un po, neanche quello….Servono intelligenze umane nel campo della ricerca, altrimenti l’industria italiana soccombe davanti alla concorrenza straniera! Cerchiamo d’essere realistici e lasciamo la polvere delle scartoffie al proprio passato. La retorica dello stato burocratico non è vitale, utile per la nazione.

    • …se si continua a pensare ad uno stato fatto di burocrati l’Italia rimarrà legata al secolo XlX..con magari: carrozze e lampade a petrolio..

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