agenzia delle entrate nuovo direttore ruffiniRoma, 17 giu – Inizia l’era Ernesto Maria Ruffini all’Agenzia delle Entrate e termina quella targata Rossella Orlandi, sebbene la direttrice uscente abbia deciso di rivestire il ruolo del convitato di pietra facendosi nominare dal Comitato di Gestione, da lei stessa presieduto, vicedirettore dell’agenzia con delega alle funzioni svolte dall’ex Agenzia del Territorio. Una sorta di “autonomina” che ha provocato parecchi malumori nelle stanze governative perché viene interpretata come un segnale ben preciso rivolto al nuovo direttore dal suo immediato predecessore.

Nuovo direttore che si troverà a dover raccogliere un’eredità pesante, soprattutto per i problemi irrisolti lasciati dalla precedente gestione, se non addirittura aggravati da quest’ultima nel triennio appena passato. A partire dalla carenza dei dirigenti a seguito della decadenza dei funzionari incaricati dichiarati illegittimi dalla Corte Costituzionale e dall’inerzia dei vertici sul fronte concorsi. Anzi, per dirla tutta, l’Orlandi, nonostante fosse stata autorizzata dal governo ad annullare i concorsi ancora in sospeso e a bandire un nuovo concorso, ha preferito tentare prima la strada parlamentare della sanatoria dei dirigenti decaduti e poi, una volta resasi conto dell’impossibilità di percorrere tale via, ha preferito mantenere in vita concorsi banditi parecchi anni fa e più volte bloccati o rimaneggiati dal Tar. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sempre meno dirigenti a disposizione, concorsi ancora fermi al palo e l’Agenzia delle Entrate sempre più sotto pressione. A quanto risulta a Il Primato Nazionale uno dei primi atti del nuovo dirigente sarà proprio quello di bandire un nuovo concorso secondo le modalità dettate dal DPR 272 del 2004, e quindi a prova di ricorso, che consenta di reintegrare in breve tempo il ruolo dei dirigenti, soprattutto di seconda fascia, senza dover ricorrere per molto tempo ancora a Posizioni organizzative temporanee e ad incarichi da dirigente esterno assegnati a personale interno collocato in aspettativa.

Altra eredità pesante per Ruffini sarà quella dei risultati dell’ente. E su questo punto si deve fare chiarezza, perché il problema non sta tanto nell’obiettivo monetario quanto, piuttosto, nel ridare slancio ed efficienza a quarantamila dipendenti ormai sfiancati e sfiduciati dalla precedente gestione. Dipendenti che al contratto di lavoro scaduto da dieci anni hanno visto aggiungersi consistenti tagli al salario accessorio, hanno dovuto assistere a sempre più frequenti casi di corruzione e concussione di dirigenti e hanno subito un totale annullamento delle speranze di carriera vista la situazione sopra descritta in materia di concorsi. E anche per quanto riguarda i risultati numerici ci sarebbe molto da dire, infatti dei decantati 19 miliardi di evasione recuperata nel 2016 più di 4 miliardi sono frutto di versamenti conseguenti la voluntary disclosure, in pratica si sono conteggiati anche gli incassi da condono che ben poco hanno a che vedere con il contrasto all’evasione e all’elusione fiscale. Se togliamo quei 4 miliardi dal totale torniamo ai 15 miliardi incassati nell’anno precedente, il 2015. Quindi nessun tono trionfalistico né alcun record da sbandierare, ma soltanto dati costanti e in linea con quelli degli anni precedenti.

In tutto questo panorama negativo si deve riconoscere anche un bel successo all’Orlandi: quello di aver reso l’Agenzia delle Entrate la prima amministrazione fiscale degli stati occidentali ad aver inchiodato alle proprie responsabilità un colosso mondiale come Apple. Un importante successo che dimostra la preparazione e la professionalità del personale ma che, se vogliamo metterla in termini calcistici, potremmo definirla una spettacolare rete della bandiera in una débâcle senza attenuanti.

Ruffini viene atteso quindi da un impegno gravoso e delicato, ma il nuovo dirigente tanto caro a Renzi partirà con un vantaggio non indifferente, cioè che difficilmente sarà possibile fare peggio della precedente gestione.

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