Roma, 16 ott – Alitalia perde(va) quasi due milioni al giorno. Questa la cifra dietro la quale si trincerava l’ex ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, per giustificare le difficoltà relative all’ennesimo tentativo di salvataggio della nostra (fu) compagnia di bandiera. Quello che si è trasformato, dopo l’accordo-capestro siglato dal governo con Bruxelles, nella nascita di Ita.



I costi di Alitalia non erano fuori controllo

Intendiamoci: la stima di Patuanelli era – centinaia di migliaia di euro in più o in meno, poco cambia – probabilmente veritiera. Non spiega, però, tutto. Anzi, non spiega praticamente niente di quello che è accaduto negli ultimi anni. Tingeva infatti un quadro solo parziale della situazione, offrendo in pasto al pubblico un facile bersaglio con il quale giustificare la chiusura della vecchia società. Quanto era messa male Alitalia? Molto, nessuno lo mette in dubbio. E però, se la contabilità non è un’opinione, un bilancio di esercizio si compone di parte ricavi e di parte costi.

Partiamo dai secondi, smontando subito il capro espiatorio sul quale si sono versati (a sproposito) fiumi di inchiostro: i dipendenti non erano pagati troppo. Certo, le notizie degli sprechi erano all’ordine del giorno e facevano buon gioco all’indignazione a buon mercato. Ciò non significa che il peso del costo del lavoro fosse insostenibile. Le retribuzioni in Alitalia, almeno dal 2005 – periodo in cui la situazione era complicata, ma non compromessa -, hanno impattato in media per meno del 20% sul totale delle spese. A incidere maggiormente erano i costi del carburante – che Alitalia non poteva se non in minima parte controllare – e, soprattutto, quelli per la gestione della flotta. Non parliamo, comunque, di una sorta di “buco nero”. Tutto sommato, i costi erano in linea con quelli dei principali concorrenti.

Il libero mercato ci costa quasi mezzo miliardo l’anno

ll problema, semmai, era dal lato dei ricavi, sul quale incidono due fattori. Anzitutto la mancanza di visione: da quando Alitalia viene privatizzata, l’unica strategia apparente è quella di fare concorrenza ai low cost. Un gioco al massacro il cui esito disastroso era scontato. Tanto più che i vettori a basso prezzo non solo sono entrati nel mercato italiano a gamba tesa (altrove la liberalizzazione del settore non ha impedito di ergere linee di difesa per le compagnie di bandiera), ma lo hanno fatto pescando nel nostro portafogli. Questo grazie ai generosissimi sussidi erogati per incentivarle a scegliere vuoi uno, vuoi un altro aeroporto. Le stime più prudenti parlano di quasi 400 milioni l’anno – le cifre non sono note perché mascherate dietro accordi commerciali – che potrebbero tranquillamente salire oltre il mezzo miliardo.

Un vero e proprio salasso a carico delle pubbliche amministrazioni che sovente controllano gli scali locali. Ecco il paradosso: una valanga di soldi pubblici che contribuiva ad erodere le quote di mercato di Alitalia. Da qui – e solo da qui – sorge lo squilibrio che porta alla voragine nei conti della società. Lo chiamano libero mercato. Peccato avvenga a spese nostre. E che ci tocchi pure pagare due volte: la prima per dar da mangiare alle locuste, la seconda per risolvere i danni arrecati. Mandando nel frattempo migliaia di lavoratori nel limbo della Cig, anticamera della disoccupazione.

Filippo Burla

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3 Commenti

  1. Hanno pensato e ancora pensano più comodo ricavare (lucrare) sui costi fissi, incapaci sempre più di qualsiasi dinamica oltre il quotidiano. Risultato di studi ben fatti, Laurea in Saccheggio Moderno (istituita nel ’68), non c’è che dire.

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