padoan-renzi-300x225Roma, 27 set – La speranza, si sa, è sempre l’ultima a morire. In specie se ha a che fare con solenni promesse, di fronte alle quali l’ostentazione di granitico ottimismo speso nasconde un’amara realtà.

E’ questo il caso dei conti pubblici nazionali. Il documento di economia e finanza di Aprile era perentorio: crescita nel 2014 a +0.8%. Il bonus degli 80 euro al mese e le altre riforme più o meno lasciate a metà avrebbero sicuramente aiutato. Lo sgravio Irpef non ha smosso di una virgola il desolante panorama del commercio. Segno che gli italiani non hanno goduto di alcun beneficio, complice anche il balletto sulla tasi che, in definitiva, risulterà in una perdita secca per le tasche dei cittadini.

A giugno, Confindustria aveva lanciato la sua fosca previsione: per il 2014, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe potuto centrare l’obiettivo di un modesto +0.2%. Banca d’Italia aveva seguito a ruota, prospettando «una ripresa moderata, non esente da significative incertezze» e quindi «con rischi al ribasso». Il mese successivo è stata la volta delle stime del Fondo monetario, che a loro volta conducevano l’ennesima revisione all’ingiù.

Con qualche mese di ritardo, finalmente anche il governo delle larghe intese e delle larghe promesse giunge alla presa d’atto del problema. Attraverso la nota di aggiornamento del Def, passaggio intermedio ai fini anche della legge di stabilità (ex finanziaria) d’autunno, infatti, il Ministero dell’Economia riconosce che la situazione non è più quella prospettata in primavera: dal quasi-raggiungimento della soglia psicologica dell’1% alla pura e semplice recessione, visto che a fine 2014 ci si attende una contrazione attorno al meno 0.3%. Salta così l’aggancio al treno della crescita, che sembra sempre più un treno dei desideri dato che la stessa “locomotiva” Germania sta frenando. Salta anche il raggiungimento del tanto agognato pareggio di bilancio, rimandato fino al 2017.

L prospettive future? Il segno più è atteso per il 2015. Ma, con la scarsa affidabilità dimostrata nelle previsioni, c’è davvero poco da crederci.

Filippo Burla

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