Roma, 4 set – Un anno e sei mesi. Tanto (poco) è bastato ai Cinque Stelle per passare da movimento in qualche modo ancora classificabile come “antisistema” – almeno secondo categorie da scienza politica – a vero e proprio partito istituzionale pronto ad allearsi con quel Pd che fino a poche settimane fa era il bersaglio preferito degli strali lanciati dai grillini. Una vera e propria inversione a “U” che si riscontra anche nei programmi, con salti quantici da far impallidire persino chi della post-ideologia ha fatto una bandiera.

Il programma M5S-Pd

Ieri pomeriggio, appena prima del voto sulla piattaforma Rousseau con lui la base avrebbe poi benedetto la strana unione giallofucsia, il M5S ha così diffuso la prima bozza di accordo di governo con il Pd. 26 i punti, rispetto ai 10 iniziali che erano successivamente diventati 20.


Non si tratta di un vero e proprio programma – va detto – ma solo di “linee di indirizzo”, una “bozza di lavoro – si legge – che il presidente del Consiglio sta integrando e definendo”. Lecito pensare che la diffusione del documento, nonché il suo contenuto, siano stati dunque concordati assieme agli stessi dem, con i quali gli incontri proseguono da giorni.

Il primo che salta all’occhio è l’estrema genericità di quanto esposto. Le buone intenzioni potranno pure fare presa, ma l’esperienza ci insegna che restano immancabilmente lettera morta se non accompagnate da precise indicazioni su come si intende fare quel che viene prospettato. In tal senso, a prescindere dal giudizio di merito, il “Programma per il governo del cambiamento” a firma M5S-Lega era indubbiamente più approfondito, pragramatico, puntuale.

L’inchino all’Ue

Scendendo più approfonditamente nei contenuti, è qui che l’inversione ad U di cui si divceva diventa ancora più pronunciata. Un allontanamento dalle ambizioni pentastellate delle origini che si traduce nel più totale appiattimento verso i desiderata dell’Unione Europea.

Ricordate il M5S che raccoglieva le firme per uscire dall’euro? Ricordate il M5S che, nelle proposte elettorali del 2018, proponeva di ridurre il debito pubblico tramite il ricorso a – testuali parole – “maggiori investimenti in deficit, ad alto moltiplicatore e con maggiore occupazione”? Ecco, se lo ricordate potete dimenticarlo subito. Nel programma M5S-Pd tutti questi buoni propositi lasciano spazio ad “una politica economica espansiva, senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica”. Tradotto: austerità espansiva, la più grande bufala degli ultimi vent’anni secondo la quale basterebbe tenere sotto controllo il bilancio dello Stato basterebbe a riguadagnare punti di Pil. La crescita è un miraggio, mentre allo stesso tempo il debito ha continuato a crescere. Due fallimenti al prezzo di uno.

La farsa delle autostrade

Non c’è solo la questione macroeconomica. Pur rimanendo nel campo della genericità delle proposte, su alcuni punti il programma M5S-Pd sembra in realtà entrare più nel dettaglio. E’ il caso ad esempio della questione delle concessioni autostradali, tema caro agli esponenti grillini nonché cavallo di battaglia dell’attuale ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. La direzione, tuttavia, è circa all’opposto di quella auspicata in questo lungo anno in cui il movimento ha tuonato contro Atlantia dopo il controllo del Ponte Morandi, arrivando a promettere di mettere nero su bianco l’avvio dell’iter per la nazionalizzazione del settore in tempo utile prima dell’anniversario della tragedia.

La scadenza è stata non solo “bucata”, ma il proposito è letteralmente venuto meno. Nella bozza di ieri si parla infatti di “avviare la revisione delle concessioni autostradali”. Una formula che significa tutto e niente, dato che sotto la parola “revisione” può finire qualsiasi cosa, ivi compresa la fiacca e perfettamente inutile decisione, maturata nelle more del governo legastellato, di bloccare (alcuni e temporaneamente) i rincari dei pedaggi. Riforma, tecnicamente e sia pur in piccolo, la é stata. Ma definirla ai limiti del ridicolo sarebbe fargli un complimento.

Filippo Burla

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