7e01f41dc991e1756431fe4fa18dc053Roma, 8 dic – Quattro banche italiane – Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara, Cassa di risparmio della provincia di Chieti – nei giorni scorsi sono state salvate in “zona Cesarini” da un’iniziativa governativa che non poteva tutelare in toto i soldi di quei risparmiatori possessori delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle quattro banche. Una normativa comunitaria lo impediva, e così il governo ha preferito procedere con il più classico dei pastrocchi all’italiana.

Il problema era sorto per i risparmiatori, come detto, che avevano comprato i bond subordinati e le azioni. Loro avevano perso tutto, mentre invece tutti gli altri investimenti erano stati salvati. Nasce così un piccolo esercito delle “vittime del decreto Salva Banche”, ovvero i piccoli risparmiatori (in totale sono 130mila, tra cui 10mila famiglie con obbligazioni subordinate andate in fumo per un totale di 780 milioni di euro) che lunedì 23 novembre sono andati in banca e non hanno trovato più i propri risparmi. Indignati e agguerriti si sono presentati in piazza Montecitorio a Roma, dove si trova la Camera dei deputati e i risultati non si sono fatti attendere. Sembrerebbe difatti che il governo stia valutando un intervento, che andrebbe a coprire parte delle perdite subite da tutti quei risparmiatori e sottoscrittori di bond subordinati. Ancora non è chiaro chi e come andranno a finanziarsi queste risorse anche se molto probabilmente dei 100 milioni stanziati 50 verrebbero dal governo e altri 50 dagli altri istituti di credito.

Questo è ovviamente un intervento che potrebbe far nascere sospetti per aiuti di stato in quel di Bruxelles, da qui le difficoltà nello strutturare un’azione che per quanto pasticciata possa avere l’avallo dei burocrati. Il “Fondo di Solidarietà per gli investitori in strumenti finanziari subordinati” rischia però di essere chiamato in causa anche nei futuri nuovi fallimenti che finirebbero in bail in rendendo necessario un intervento governativo tutte le volte che i risparmiatori verrebbero depredati dei loro investimenti. Anche perchè sono nove le banche che sono in amministrazione controllata e che quindi sono candidate ad un probabile bail in.

D’altro canto gli investitori italiani hanno sempre pensato che le banche nostrane siano state tutto sommato molto più solide rispetto ad alcune realtà estere. E in effetti i punti a favore non sono pochi:

  • dopo la crisi del 2008 le banche italiane hanno stabilizzato la loro struttura patrimoniale ritornando a rapporti core tier tra i più elevati in Europa;
  • il nostro settore privato (aziende e famiglie) non è ultraindebitato come in altre nazioni;
  • il mercato immobiliare nazionale non ha vissuto bolle;
  • le valutazioni sembrano a buon mercato, soprattutto se misurate rispetto ai competitors europei.

La tesi opposta è che viceversa le banche italiane non siano redditizie e pertanto non creano nessun valore per gli azionisti nel lungo periodo.

Quale che sia l’interpretazione, ciò che conta è il capitale della banca stessa verso cui si intende effettuare degli investimenti. Il capitale delle banche è stato negli ultimi anni un acceso argomento di dibattito, con opinioni da parte di accademici, autorità di mercato, banche, media e naturalmente politici. Il problema è che questa discussione è stata incentrata sui modelli matematici alla base delle regole di Basilea 2 e 3, facendo perdere di vista il reale significato di capitale.

Ma il concetto è semplice: il capitale delle banche serve a proteggere da perdite inattese. Dovrebbe essere usato per difendersi da problemi non previsti, mentre le perdite attese sono spesate ogni anno nel conto economico. Il ruolo del capitale è di rassicurare i creditori, inclusi i depositanti e, in ultima istanza, le autorità.

Purtroppo le regole di Basilea sono fuorvianti. L’idea di ponderare le attività secondo il loro presunto grado di rischio è sbagliata da un punto di vista fondamentale ed è stata in gran parte responsabile delle crisi degli ultimi anni. Questo perché gli impieghi sono pesati a seconda del loro rischio atteso, ma le passività non lo sono: anche se un prestito di €100 può avere un peso di 0% o 50%, richiede sempre €100 di passività (depositi, debito o mezzi propri) per supportarlo.

A riprova di quanto detto, basta vedere i risultati dei primi stress test fatti dalla European Banking Authority nel luglio 2011: tre banche che avevano ottenuto il via libera (Dexia, SNS Bank e Bank of Cyprus) sono poi fallite, mentre la spagnola Bankia, per la quale si prevedeva un deficit massimo di €1,3 miliardi nel caso peggiore, ha invece avuto bisogno di €24 miliardi di nuovi fondi. Senza contare tutte quelle banche che hanno superato gli stress test ma poi hanno dovuto procedere a una ricapitalizzazione attraverso la vendita di assets, il taglio dei dividendi o aumenti di capitale.

Ma le considerazioni sul capitale non possono essere scisse dalla redditività, perché è soprattutto la qualità degli impieghi che determina le fortune di una banca. Anche se questa è sufficientemente solida, quello che alla fine conta per gli investitori è se genererà sufficienti profitti rispetto ai mezzi propri/capitale impiegato. Molte banche italiane sono entrate nella crisi con una leva moderata, ma la loro risicata (se non negativa) redditività nel tempo ne ha eroso il capitale. Il problema è tutto qua.

Giuseppe Maneggio

 

 

 

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