Roma, 13 set – Meno di un anno. Tanto è durato il fermo tecnico del Quantitative Easing, il programma di acquisto di attività da parte della Banca centrale europea, che da inizio novembre è destinato a riaprirsi. Ad annunciarlo il governatore uscente Mario Draghi, all’uscita dal consiglio direttivo che ha deciso ieri – a larga maggioranza anche se non all’unanimità – di riesumare il “bazooka” monetario.

Ecco il nuovo Quantitative Easing

Il Quantitative Easing, in realtà, non si è mai interrotto. Il “termine” di dicembre 2018 non era altro che la fine dei nuovi acquisti, mentre l’Eurotower continuava a rinnovare a scadenza i titoli (principalmente di Stato) che già deteneva.

Perché allora rinnovarlo? L’obiettivo è sempre lo stesso: rianimare l’inflazione “a un livello sufficientemente vicino, ma inferiore al 2%”, ha spiegato la Bce parlando anche delle decisioni in merito al taglio del tassi applicati sui depositi delle banche. Ecco allora la dimensione: 20 miliardi al mese a partire da novembre di quest’anno, per continuare per “tutto il periodo necessario”, ha detto Draghi.

Non solo tassi e nuovo Quantitative Easing. La cassetta degli attrezzi si comporrà anche di un ulteriore Tltro, l’operazione di finanziamento di lungo termine con cui l’istituto di Francoforte presterà risorse fresche alle banche con l’obbligo per queste di reinvestirle nell’economia reale, al fine di rinnovare la “cinghia di trasmissione” della politica monetaria.

Tutti i fallimenti della Bce

Ciò che Mario Draghi lascia a Christine Lagarde è quindi una Bce pronta ad espandere ulteriormente le proprie funzioni, nel tentativo di far ridecollare crescita, inflazione e occupazione nell’eurozona. Se i risultati si potranno valutare solo a consuntivo, è però possibile fare alcune previsioni. La prima afferisce al fatto che le misure un tempo definite “non convenzionali” sembrano ormai diventate “convenzionali” a tutti gli effetti. A dimostrazione che i paradigmi dell’ortodossia monetarista adottati sino ad oggi dall’Eurotower non sembrano più capaci di interpretare la realtà.

La seconda è una diretta conseguenza della prima e ha a che fare con gli esiti del “vecchio” Quantitative Easing. Da marzo 2015, quando venne lanciato, la Bce ha espanso il proprio portafogli per oltre 2500 miliardi di euro. Una somma monstre, a fronte della quale tuttavia solo in brevissimi periodi l’inflazione ha centrato gli obiettivi, veleggiando per la maggiore a forte distanza dal fatidico 2%. Attualmente si colloca all’incirca alla metà.

A poco o nulla è dunque servita la quasi “helicopter money” di bernankeiana memoria: segno che attribuire alla pura stampa di moneta la possibilità di defibrillare una morente dinamica dei prezzi è ormai un principio da archiviare. O meglio, da accostare ad altri elementi. Quali ad esempio la crescita dei salari, che però sono fermi da anni in ossequio ad un altro paradigma, quello dell’austerità che però è necessario a riassorbire gli squilibri creati dalla moneta unica e ad essa strettamente connaturati. A poco servirà dunque l’auspicio espresso dal governatore a che gli Stati prendano in considerazione politiche fiscali espansive sfruttando la finestra (ri)aperta dalla Bce: nella migliore delle ipotesi saranno interventi di brevissimo respiro, incapaci di cambiare il segno ad una rotta destinata a tenerci ancora nel limbo della stagnazione secolare.

Filippo Burla

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