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Bnl: la scusa delle esternalizzazioni per tagliare il personale

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Roma, 26 set – È scontro tra i sindacati e Bnl (gruppo Bnp Paribas). I lavoratori dell’istituto di credito contestano la scelta di voler esternalizzare l’It, una parte del back office, procedendo anche all’accorpamento di alcune filiali. In pratica, circa 900 dipendenti sarebbero fuori dal perimetro aziendale. Questo è quanto l’istituto di credito ha comunicato ai rappresentanti dei lavoratori.

I progetti di Bnl

Il 23 settembre scorso l’amministratore delegato di Bnl, Elena Goitini, ha presentato alle segreterie nazionali e alle delegazioni aziendali le linee programmatiche del Piano Industriale 2022-2025. Le intenzioni sono ottime (almeno sulla carta). Si prospetta il raggiungimento di ambiziosi risultati economici e finanziari. Per farlo, però, è necessario “rimodernare” l’attuale struttura. Non si tratta di un piccolo cambiamento. Il piano prevedela riduzione della rete fisica di 135 punti operativi a favore della creazione di strutture centralizzate integrate, distribuite per macro territori, ed un nuovo modello operativo di back office e IT che prevede una partnership con aziende leader in cui trasferire attività, lavoratrici e lavoratori”.



A detta dell’amministratore delegato così facendo il cliente beneficerà di un servizio più efficiente. Saranno queste le vere motivazioni? Difficile crederlo. La Bnl infatti vuole conferire ad altre aziende esterne la fornitura di un servizio. Questa si chiama esternalizzazione ed è fatta al solo scopo di risparmiare sul personale. In pratica invece di assumere dei lavoratori affido l’appalto a chi li paga di meno. Ecco perché i dipendenti sono sul piede di guerra.

La reazione dei lavoratori

I sindacati hanno annunciato che si opporranno al “disegno portato avanti dalla dirigenza del gruppo”. Anche perché i sindacati già da tempo si oppongono a progetti di questo tipo. Il segretario nazionale della Fabi, Mauro Morelli spiega che “la presenza delle esternalizzazioni nel piano industriale rappresenta un enorme macigno nel percorso che ci accingiamo a fare. L’azienda non può pensare di far sottoscrivere al sindacato un piano industriale che preveda delle esternalizzazioni che hanno rappresentato negli ultimi 4 mesi un motivo di scontro continuo con le organizzazioni sindacali aziendali”.

Non le manda a dire neanche Tommaso Vigliotti, segretario nazionale di Unisin-Confsal: “Si annunciano – spiega – centinaia di esuberi, tagli di personale, chiusure di filiali e, dulcis in fundo, cessioni di rami d’azienda nel comparto It e nell’ambito del back office per oltre 900 colleghi. Si tratta di una strategia industriale inaccettabile, senza capo né coda, messa in piedi da chi ha già troppe volte negli anni imposto sacrifici enormi ai lavoratori, trascurato la clientela, sacrificato ambiti di business vitali e venduto il patrimonio immobiliare, senza ottenere mai i risultati promessi”. Non c’è da stupirsi: la dirigenza di Bnl non è nuova a trovate di questo tipo.

Il caso Axepta

Lo scorso luglio il gruppo ha venduto alla fintech francese Worldline la Axepta che gestisce 200 milioni di transazioni annue con circa 220mila POS. L’ex controllata fornisce anche consulenza per l’e-commerce. La società ha un portfolio di circa 30mila clienti (di cui più del 60% sono piccole e medie attività). Detto in parole povere: una gallina dalle uova d’oro.

 Anche in questo caso la nota di Fabi, First, Fisac, Uilca e Unisin fu durissima. I sindacati definirono la scelta “miope e di corto respiro” in quanto non avrebbe portato “alcun valore aggiunto sul piano strategico al posizionamento del Gruppo”. L’Ugl Credito bollò come “incomprensibile” la cessione ad “un competitor estero di una società fortemente posizionata nel mercato dei pagamenti digitali e che costituiva un autentico fiore all’occhiello per la banca”. Non dimentichiamo che con quell’operazione Worldline si garantiva “un ingresso privilegiato nel mercato italiano, depauperando la banca di un asset che sarebbe stato suscettibile, al contrario, di un forte incremento”.

Le conseguenze (nefaste) delle esternalizzazioni

Questo è solo un esempio delle conseguenze negative che può avere la cessione di un cespite. La questione non riguarda solo Bnl. I dipendenti di Monte dei Paschi di Siena rischiano grosso: il prossimo acquirente potrebbe chiedere un forte ridimensionamento del personale. Per non parlare di Unicredit. La questione non riguarda solo l’Italia: è globale. I grandi gruppi con la scusa della digitalizzazione hanno intenzione di tagliare il personale.

Il ragionamento potrebbe, però, portarci fuori strada. In fondo chiunque è portato a pensare che l’esternalizzazione abbia delle ricadute solo sul piano occupazionale. Per cui quando un ramo d’azienda viene ceduto il problema riguarda i dipendenti che cambieranno (se gli va bene) il datore di lavoro. Questa percezione è totalmente errata. Quando una società esternalizza pagano sia i lavoratori di quest’ultima che i clienti. Nessun lavoratore potrà mai svolgere al meglio la propria mansione se si sente un’auto a noleggio. Il senso d’appartenenza è importante. Realtà come Eni ne tengono conto ancora oggi.

Detto questo, però, il vero vulnus creato dalle esternalizzazioni riguarda l’organizzazione interna dell’azienda. Quest’ultima diventerà un fascio di contratti. Ogni gerarchia sarà basata solo sull’ottimizzazione dei costi. Siamo sempre così sicuri che l’efficienza passi per tagli indiscriminati del personale e non per riqualificazione e formazione dei dipendenti?

Salvatore Recupero



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2 Commenti

  1. Potente articolo-corso da leggere e rileggere.
    Una volta si soleva dire “hai voluto la bicicletta, pedala”, oggi “hai voluto la macchina, muori”. Quando saremo capaci e ritornati forti da affermare che desideriamo “barattare” con un nostro simile… vedendolo, e non con macchine, “maschere” che nascondono il volto (con il perché volto ad ingannare comodamente)?
    Siamo in balìa di vermi che si ritraggono per resistere.

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