Bari, 06 lug – I lavoratori di Bosch a Modugno nel barese stanno vivendo giornate molto difficili. Lo scorso 27 giugno, durante un incontro al Mise, i rappresentanti dello stabilimento Bosch di Bari hanno annunciato oltre 620 esuberi entro il prossimo anno e la richiesta di anticipare “l’ammortizzatore sociale della solidarietà”. È bruttissimo colpo per tutta la regione. Si tratta della seconda industria pugliese per numero di occupati dopo l’ex Ilva di Taranto con 1.840 dipendenti. I sindacati sono sul piede di guerra ma la notizia non può stupire nessuno. Vediamo perché.

Le ragioni di Bosch e la risposta dei sindacati

I motivi di questa scelta sono stati esposti dall’azienda durante la riunione al ministero dello Sviluppo Economico. I dirigenti della multinazionale tedesca tirano in ballo la crisi del settore delle auto a gasolio dopo lo scandalo del Dieselgate. Purtroppo a farne le spese sono gli operai pugliesi, specializzati nella produzione di pompe per sistemi common rail. Secondo il colosso dell’automotive si è registrato un “vertiginoso ed incontrollato calo dei volumi derivante dalle forti incertezze caratterizzanti l’attuale mercato diesel. La Bosch Bari ha perso la metà dei volumi del proprio prodotto di riferimento in soli 24 mesi”.

Questa versione dei fatti ovviamente non convince i sindacati che accusano l’azienda di non aver voluto investire a sufficienza per gestire il cambiamento. L’accordo firmato nel 2017 per blindare i livelli d’occupazione fino al 2022 (grazie a un mix di cassa integrazione, ferie e permessi) è miseramente fallito davanti ad un calo di volumi. A ricordarcelo è l’Unione Generale del Lavoro: “I lavoratori sono stati abbastanza sacrificati – spiega una nota di Ugl Metalmeccanici Bari firmata dal segretario nazionale Antonio Spera ed il segretario provinciale Samantha Partipilo – da un accordo definito “un capolavoro” ma che di lungimirante ha ben poco. Adesso ognuno si assuma le proprie responsabilità e Bosch dichiari una volta per tutte le proprie intenzioni sul sito barese. Che l’azienda presenti un piano industriale concreto, stante anche la disponibilità del Governo e della Regione a cofinanziare un progetto che sia a lungo termine e con zero esuberi”. La palla ora dunque passa politica. O meglio: adesso chi paga?

Chi sosterrà i costi della riconversione verso l’elettrico?

Su questa vertenza, infatti, è intervenuta la giunta guidata da Michele Emiliano: “Il gruppo Bosch – annuncia la Regione Puglia – è impegnato in una delicata e radicale fase di riconversione della sua produzione, da un lato verso la mobilità elettrica e dall’altro verso settori diversi rispetto all’automotive. Per far questo sarà necessario un percorso di riconversione che dovrà interessare anche il personale attraverso una mirata attività di formazione”. L’assessore allo Sviluppo economico Cosimo Borraccino, ci tiene però a sottolineare che i finanziamenti verranno concessi solo se si inseriscono “in un piano industriale di ampio respiro, onde evitare tra qualche anno di ritrovarsi punto e a capo”. Bosch, non si tira indietro ma alcune perplessità rimangono. L’idea di una completa riconversione dello stabilimento di Modugno verso l’elettrico non convince neanche tutti i sindacati.

Ad esempio, Franco Busto, segretario regionale Puglia della Uil, si scaglia contro la vulgata che “attribuisce tutto l’inquinamento del mondo ai motori diesel”, ricordando che “quelli di ultima generazione inquinano meno di un motore a benzina”. Come spesso capita in questi anni non ci troviamo di fronte ad una semplice vertenza: accanto alle ragioni dei datori di lavoro e dei dipendenti si inserisce la tematica ambientale.

La dannosa crociata contro il diesel

La crociata “ecologista” contro la tecnologia diesel potrebbe rivelarsi controproducente per l’ambiente e dannosa per i lavoratori. Questo è quanto sostiene Gerhard Dambach, amministratore delegato di Bosch Italia.  Secondo l’Ad del colosso tedesco quando parliamo di auto elettriche dobbiamo considerare che il loro ciclo di vita, (che comprende la produzione dei veicoli, delle batterie e soprattutto dell’elettricità che occorre per alimentarle), non è ad oggi del tutto esente da emissioni di CO2. “Bisogna fare chiarezza – sottolinea Dambach – anche su questo punto. Fintanto che le fonti di energia non sono rinnovabili ma di origine fossile, per scontare lo sbilanciamento che sia la produzione che il riciclo delle batterie al litio hanno sull’impatto ambientale della mobilità elettrica servono percorrenze da circa 90.000 km”.  E veniamo alla questione occupazionale. Il continuo calo delle vendite frutto del graduale blocco del traffico per auto a motore endotermico può mettere a rischio ben 150mila posti di lavoro senza migliorare la qualità dell’aria. In pratica le domeniche ecologiche servono solo ai venditori di biciclette.

La soluzione almeno nel medio breve termine è quella di incentivare il rinnovamento delle auto in circolazione.  “Se si sostituissero tutti i veicoli ante Euro4 con i nuovi Diesel – ha precisato Dambach – si abbatterebbero, le emissioni di CO2 del 67%, quelle di NOx del 90% e quelle di particolato addirittura del 96%”.

Certamente il manager tedesco parla pro domo sua, quindi ciò che dice va preso con le pinze. Oggi l’emergenza è salvaguardare i posti di lavoro con un piano industriale credibile. Questo, però, non basta. Non ci sarà futuro per i lavoratori di Modugno se un intero settore sarà sacrificato sull’altare di un ambientalismo sterile e manicheo.

Salvatore Recupero

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