Roma, 13 apr – Ognuno di noi è sottoposto giornalmente ad incessanti bombardamenti da parte dei media italiani ed esteri che riguardano la situazione drammatica del nostro debito pubblico. “Viviamo al di sopra delle nostre possibilità”, “stiamo ipotecando il futuro delle prossime generazioni”, “siamo sull’orlo del collasso”: queste sono solo alcune delle frasi che si sentono ripetere sempre più spesso, ma è davvero così preoccupante la situazione italiana?

Se dovessimo guardare ai numeri un certo grado di preoccupazione è sicuramente legittimo. Siamo in termini assoluti il terzo paese al mondo come ammontare di debito pubblico, che a gennaio 2019 ha superato i 2.350 miliardi di euro, dietro agli Stati uniti (con oltre 15.000 miliardi) e il Giappone (9.500 miliardi); e la seconda peggior nazione tra le economie sviluppate in termini di rapporto debito pubblico/prodotto interno lordo;  sempre dietro al Giappone. Ma i numeri pur importanti, raccontano solo una parte della storia, che merita di essere analizzata in profondità.

Prima di tutto stabilire lo stato di salute di una economia riferendosi esclusivamente al debito pubblico è una pratica errata che porta spesso a valutazioni clamorosamente sbagliate. Avrebbe più senso considerare il debito complessivo di un paese, ovvero la somma del debito pubblico, del debito privato e del debito delle imprese, che tra l’altro tende a crescere costantemente nel tempo di pari passo con la crescita economica di una determinata nazione. Se rapportiamo il debito complessivo al prodotto interno lordo ecco che l’Italia ne esce decisamente meglio, scendendo di parecchie posizioni nella classifica negativa delle nazioni più indebitate, grazie ad un contenuto debito delle imprese e ad un debito privato tra i più bassi all’interno delle economie sviluppate.

Ma anche volendosi soffermare esclusivamente sul debito pubblico, nessuna teoria economica in realtà ha mai individuato un limite massimo alla sua dimensione. La stessa classificazione del debito rispetto al Pil appare piuttosto arbitraria in termini scientifici, il problema quindi non è tanto nella dimensione quanto nella sostenibilità a lungo termine del debito e per valutarla occorre fare un passo indietro.

La prigione europea

Iniziamo con la definizione stessa di debito pubblico, ovvero l’insieme dei debiti dello Stato nei confronti di altri soggetti (individui, imprese o Stati) italiani o stranieri, che hanno acquistato titoli di stato destinati a coprire i bisogni di cassa, ovvero il deficit cumulato nel bilancio dello Stato, e il pagamento degli interessi.

Ebbene l’Italia, da oltre 20 anni, ha un avanzo primario positivo, ovvero le entrate dello Stato superano le spese, per cui la differenza negativa deriva esclusivamente dal pagamento degli interessi sull’ingente debito accumulato. Gli europeisti e i fanatici del rigore ad ogni costo ci dicono che la spesa per interessi sottrae risorse alla spesa pubblica per investimenti e servizi, ovvero ogni euro di deficit comporta un euro in meno che verrebbe investito per la crescita economica o per il miglioramento dei servizi quali ad esempio la sanità.

Tutto vero, ma quello che non dicono però è che questo avviene proprio a causa dei vincoli imposti dall’Unione europea che impongono dei limiti ben precisi al deficit. In tutti i paesi del mondo, fuori dalla gabbia che è diventata questa Europa, un elevato debito causa una più elevata spesa per interessi senza però precludere una più alta spesa pubblica, in primo luogo per la mancanza di vincoli prestabiliti, in secondo luogo perché si crea moneta attraverso le Banche Centrali. Invece in Europa vige il curioso paradosso di una Banca centrale europea che subordina il finanziamento del debito pubblico dei singoli stati alla esecuzione di rigidissime politiche di austerità, chiedendo quindi una ulteriore riduzione della spesa pubblica.

Tutto questo mentre i dati macroeconomici degli ultimi dieci anni certificano il fallimento delle politiche restrittive, mettendo in luce che qualora si voglia comunque perseguire una riduzione del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno, la strategia più efficace sarebbe quella di una politica economica che mediante programmi mirati di spesa pubblica crei una espansione della domanda e quindi la crescita del prodotto interno lordo in maniera più che proporzionale rispetto allo stock del debito pubblico. Sembra quasi che la prigione europea in cui ci siamo più o meno volontariamente messi, sia costruita appositamente per limitare l’intervento dello Stato in economia, a favore del mercato e del liberismo sfrenato divenuto ormai quasi una religione.

Un caso concreto

Prendiamo come esempio concreto la presentazione della legge di Bilancio italiana nello scorso inverno. A prescindere dai giudizi di merito sulla manovra, lo scontro tra il governo Conte e la Commissione Europea si potrebbe definire emblematico.

Secondo l’Unione europea il rifiuto di tagliare le previsioni sul deficit da parte del governo ha causato l’aumento dello spread e quindi una maggiore spesa per interessi, con conseguente minore possibilità di spesa per investimenti. Il governo italiano ha al contrario affermato, non senza ragioni, che è stata proprio la minaccia della Commissione europea di sanzionare l’Italia in caso di sconfinamento dai limiti del Trattato di Maastricht ad aver provocato tensione nei mercati e quindi l’aumento dei tassi di interesse passivi sul debito pubblico.

Probabilmente entrambe le teorie hanno un fondo di verità, ma è certo che se effettivamente la manovra economica fosse stata improntata ai rigidi criteri imposti dall’Europa la recessione decisamente più marcata che ne sarebbe scaturita avrebbe comunque reso il debito pubblico italiano ancora meno appetibile.

L’esempio giapponese

Come abbiamo visto in precedenza, esiste un paese il cui debito pubblico è decisamente maggiore del nostro, il GiapponeLa situazione nel paese del Sol Levante è in qualche modo simile alla nostra: un settore industriale orientato alle esportazioni, un costante avanzo primario di bilancio, una popolazione la cui vita media è molto alta e continua ad alzarsi e un sistema bancario provato da anni di finanza creativa e di prestiti un po’ troppo allegri. Ma a differenza dell’Italia in Giappone è possibile controllare la politica monetaria grazie alla Banca centrale che può stampare moneta, così come il Governo giapponese può adottare liberamente misure di stimolo fiscale che servano alla crescita del paese.

Questo è il problema centrale: la sovranità politica e monetaria, non l’ammontare del debito in sé. Se in Giappone il finanziamento del sistema economico e bancario fosse lasciato, come avviene in Europa, nella mani di una Banca centrale esterna che subordina gli aiuti all’attuazione di una controproducente austerità fiscale, probabilmente ci troveremmo di fronte ad un paese con problemi ancora più grossi dei nostri.

Claudio Freschi

Vuoi rimanere aggiornato su tutte le novità del Primato Nazionale?
Iscriviti alla nostra newsletter.

Anche noi odiamo lo spam.
Ti potrai disiscrivere in qualsiasi momento.

Commenti

commenti

3 Commenti

  1. La BCE è privata, essendo di proprietà di banche centrali nazionali europee private, tra cui banca d’italia svenduta con le privatizzazioni delle ex banche pubbliche credito italiano e banca intesa che ne detenevano le quote di maggioranza.
    Di conseguenza la BCE fà l’interesse dei suoi proprietari che sono i grandi della finanza mondiale e per statuto spesso non è tenuta a fare gli interessi dei singoli stati.Si veda ad esempio la sua norma di divieto di acquisto diretto di titoli di stato; essa puo’ prestare (soldi prodotti a costo zero ed esentasse) solo alle banche (oggi tutte private)e ad un tasso oggi quasi pari a zero.Tali banche private ci comprano obbligazioni anche italiane che rendono quasi il 3% lucrando su questa differenza, pagata dai popoli a cui è stata levata la sovranità monetaria con provvedimenti assurdi promossi dai loro burattini traditori nostrani

  2. Quindi, secondo l’autore, possiamo fare debiti all’infinito e evitare di pagarli semplicemente svalutando la moneta. Peccato che chi propugna questa teoria si “dimentica” sempre l’inflazione che ne conseguirebbe. Vogliamo provare a battere il
    2735% di inflazione del Venezuela?

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here