cina crisiRoma, 20 gen – Nel trionfalismo dei media sussidiati sono stati resi noti i dati del 2015 sulla crescita del Pil in Cina, che pare essersi attestato ad un “misero” 6.9%. E giù la cagnara de “la Cina è vicina” a cui addossare la colpa per il fatto oramai ovvio persino a Repubblica che l’economia globale è stagnante se non peggio, e non da oggi. Ora, che la Cina sia un mostro capital-comunista non ci piove, così come è oggettivo che il suo modello di sviluppo sia decisamente problematico. Così come senza dubbio è problematica la figura di Xi Jinping, crudele neo-maoista che, nella miglior tradizione comunista, spaccia le epurazioni di massa per “lotta alla corruzione”.

Il punto, però, non è la comprensibile ostilità che una nazione immensa e culturalmente molto distante da noi genera nelle masse, bensì lo sport nazionale dello scaricabarile. Bisogna dirlo chiaro e tondo: il governo cinese, seppur a suo modo e seppur in modo insufficiente, sta tentando di sottrarsi alla stretta globale puntando sul mercato interno. Al punto che per anni la Cina è stata oggetto di flussi senza precedenti di investimenti diretti esteri. Il che è anche comprensibile, perché le banche centrali di mezzo mondo avevano iniziato a pompare cifre incredibili nelle banche tramite il quantitative easing, azzerando praticamente i rendimenti di quasi tutti gli asset finanziari disponibili. In pratica, il danaro abbondantissimo per il settore finanziario non rendeva praticamente più nulla, ergo si è cercato di investirlo laddove ancora era possibile farlo fruttare, come per esempio in una nazione di un miliardo e mezzo di abitanti che nel decennio precedente cresceva all’11% all’anno.

Questo ha sicuramente destabilizzato il mercato azionario cinese, ed ha contribuito al formarsi di bolle speculative sia finanziarie che immobiliari, ma nulla ci dice della causa di questo rovesciamento. In pochi anni gli investimenti in Cina sono divenuti quasi la metà del Pil, e questo ha generato come prevedibile una immensa capacità produttiva largamente inutilizzata. Ed è inutilizzata perché il mondo è in crisi di domanda a fronte di un’offerta sempre crescente. Il punto è questo: perché nel mondo esiste una crisi di domanda aggregata, che ricordiamo essere la quantità di soldi spesi nell’acquisto di beni e servizi nell’economia reale? La risposta ce l’abbiamo in tasca: l’euro. Oramai l’euro, da problema europeo, si è trasformato in un problema globale. Per salvarlo abbiamo implementato politiche suicide d’austerità che hanno devastato la domanda interna, il che ha reso l’eurozona un esportatore netto (importa meno di quello che esporta) fin dal 2012 poi per tentare di mantenere a galla la situazione la Bce ha pilotato una immensa svalutazione competitiva nei confronti del dollaro.

Forse non è chiaro cosa questo voglia dire: un conto è svalutare quando si è in deficit commerciale, per poter riportare in equilibrio i conti con l’estero, un conto è svalutare quando si è già in surplus per fottere i propri concorrenti. C’è tutta una lunga teoria di manigoldi e ruffiani che ciancia delle svalutazioni competitive dell’italietta quando aveva la liruccia, soprassedendo tranquillamente sul fatto che mai nella storia unitaria un governo ha imposta a Banca d’Italia di pilotare una svalutazione della divisa nazionale in situazioni di surplus. Ci hanno detto che dovevamo adottare l’euro perché eravamo dei barboni cattolici e mafiosi che campavano di svalutazioni competitive e scopriamo che per salvare l’euro e dare un pochino di ossigeno alle nostre imprese oramai stremate…abbiamo bisogno di una svalutazione competitivaL’eurozona era prima della crisi l’area a maggior reddito pro capite dell’intero pianeta, molto più degli USA o del Giappone, e quindi era una autentica locomotiva per l’economia mondiale, ora è, secondo la felice definizione dell’economista Alberto Bagnai, un buco nero della domanda.

È una mentalità tipicamente tedesca, questo mercantilismo secondo cui è possibile campare esclusivamente in modalità “fuck the neighbour” (fotti il vicino) come si dice in gergo. Perché esime dall’occuparsi del mercato interno, ergo dei salari, e fa molto felici le grandi imprese esportatrici che stanno tanto a cuore a frau Merkel, insieme agli stupratori maomettani. È però un gioco al massacro, di fatto la pretesa di competere con la Cina sul costo del lavoro. Lo capirebbe anche un poppante che è una follia, la tipica gelida ottusità da bottegaio che già Nietzsche rimproverava ai suoi detestati connazionali.

Matteo Rovatti

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