Roma, 1 gen – “Con l’euro lavoreremo un giorno dti meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più“. Una brutta notizia: Romano Prodi non ha mai pronunciato questa frase. Ma è come se lui – e tantissimi altri euroentusiasi, o meglio: euroinomani – l’avessero fatto, interiorizzandola fino a farla assurgere a dettato di fede. Fede incrollabile nei mirabolanti destini della moneta unica, che proprio oggi compie vent’anni.

Era il primo gennaio del 1999 quando la moneta unica venne formalmente creata. Tre anni dopo – all’alba del 2002 – l’euro sarebbe entrato ufficialmente in circolo. Dando il via ad una commedia finita poi in tragedia. La tragedia di una valuta comune costruita senza bilancio comune, quindi in assenza di quei meccanismi fiscali che permettono di assorbire i disequilibri fra le diverse aeree. L’assenza di un mercato unico del lavoro. L’assenza di una piena ed effettiva circolazione dei fattori produttivi al di là dell’abolizione delle frontiere intracomunitarie. In definitiva: l’assenza di uno Stato sovrano che si fregiasse del diritto a battere e controllare quel conio.


E’ proprio dal 2002 che tutte le contraddizioni cominciano a covare. Sotto la cenere, come brace paziente. Trovando poi nel dramma della Grecia l’innesco e l’avvio di un incendio che ancora non si è spento. Se le contraddizioni erano il combustibile, comburente sono state tutte le assurde regole europee talmente pro-cicliche (alias: austerità in periodo di crisi) da aver continuamente alimentato il fuoco della distruzione. Distruzione delle economie nazionali, del mercato interno, desertificazione produttiva di ciò che era un tempo il cuore manifatturiero del mondo.

I numeri parlano chiaro: da inizio millennio, con una crescita annua media dello 0,5% l’Italia è entrata in una stagnazione secolare. Guarda caso proprio in coincidenza con l’arrivo della divisa europea. Certo, correlazione non significa necessariamente causazione. Ma la coincidenza è quantomeno sospetta. D’altra parte sono rimasti solo gli autorazzisti a credere che il danno sia imputabile tutto ed esclusivamente alla nostra atavica allergia al lavoro. Un’allergia talmente di vecchia da averci fatto diventare quarta potenza industriale del mondo, la prima non nucleare. E con la produttività, altro feticcio, che fino all’ingessamento del cambio si evolveva al pari di quella tedesca. Ma transeat. Parliamo di quei soggetti che credono che sia stato sbagliato il cambio per cui sarebbe stato meglio parificare l’euro a mille lire, dimenticando però che ciò avrebbe significato una terribile rivalutazione del vecchio conio, di fatto mettendo l’Italia fuori dai giochi su qualsiasi mercato internazionale. Questo avrebbe forse evitato il raddoppio dei prezzi dei fruttivendoli, notoriamente corrotti al pari dell’intera nazione? Sicuro, ma ci si dimentica ancora che il più grande episodio di corruzione nella storica del mondo – parliamo di quasi 800 milioni di mazzette versate – si chiama Siemens. E sempre la Germania è passata alla storia per aver venduto alla Grecia – ma guarda un po’ – sottomarini difettosi e inutilizzabili in cambio, ancora, di laute tangenti.

Dopo la Grecia, venne l’Italia. Una crisi di debito privato confusa per una crisi di debito pubblico – solo perché la speculazione a firma Goldman Sachs e Deutsche Bank fece impennare lo spread – portò alle note cronache firmate governo Monti. Un’austerità necessaria, va detto: l’euro non avrebbe potuto sopravvivere senza la svalutazione interna (vale a dire la devastazione del nostro mercato tramite la compressione di salari e Stato sociale) che fungesse da svalutazione di una moneta il cui cambio rispetto ai nostri principali partner, vale a dire i paesi dell’eurozona, è fisso. In fondo, si tratta del principio dei vasi comunicanti. Lezione da scuola media, che evidentemente in pochi hanno imparato. O, se conoscono, nascondono sulla base di assunti che dimostrerebbero l’utilità della moneta unica. A partire dai bassi tassi che questa avrebbe portato. L’azzeramento dell’inflazione e la sensibile riduzione degli interessi è una verità. Da che non deriva però che sia desiderabile. Tanto più se correlata a livelli di crescita che scimmiottano gli ultimi, languenti anni dell’Unione Sovietica. Qui si palesa la totale incapacità, squisitamente liberista, di leggere l’economia. Perché ad un abbassamento dei tassi non è infatti seguita una riduzione del debito, nonostante avessimo la condizione finanziaria ideale, almeno in teoria, per conseguire il risultato? Perché nel loro metro di misura non esiste un allargamento dello sguardo al di là di mezzo palmo dal naso. Quindi il debito è sempre debito e stop, mai rapporto debito/Pil. Un rapporto che, se l’aritmetica di base non è un’opinione, cala anche e soprattutto quando aumenta il denominatore. Il quale ultimo è però costretto all’interno di vincoli legati ontologicamente all’euro e che nessuna riforma potrà mai andare a scalfire. O forse sì, a patto di consegnarci armi e bagagli alla Bce e alla bontà di trasferimento monetari dal centro (la Germania) alla periferia. Non senza una contropartita, il che significherebbe farci scrivere le manovre economiche direttamente da Bruxelles, Francoforte e Berlino. Esperienza che abbiamo già vissuto dal 2011 ad oggi. Una tradizione che neanche il sedicente “governo del cambiamento” sembra voler mutare. Anzi: i saldi finali raccontano una storia talmente in linea con quella del passato da non trovare alcuna soluzione di continuità. E che, senza la più drastica quanto necessaria delle decisioni, rischia di mantenersi per un altro ventennio.

Filippo Burla

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5 Commenti

  1. Sarà stato un “Buon Anno” solo quello in cui l’Italia avrà interamente recuperato la propria sovranità …..monetaria, territoriale, giurisdizionale ed amministrativa.

  2. Forse il signor Burla è troppo giovane per ricordare lo stato della Lira negli anni antecedenti alla creazione della Euro.
    Io ricordo ancora la grande svalutazione del 1992 quando l’Italia fu costretta ad uscire dallo SME. La ricordo benissimo perché vivevo in Belgio ed il mio stipendio in franchi belgi “aumentò” di circa il 10% rispetto alla lira.

  3. Prima dell’entrata in vigore dell’Euro la Germania veniva da dieci anni di post riunificazione dove furono riassorbiti 35 milioni di straccioni post comunisti. Grazie che l’Italia stava meglio della Germania, ma anche Francia ed Inghilterra (quest’ultima senza euro). Ancora oggi la ricchezza delle famiglie italiane è il doppio di quelle tedesche. E’ comunque sbagliato scrivere da parte di persone che non hanno studiato un minimo di economia.
    Saluti

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